mercoledì, Agosto 21

Franco Zeffirelli, ambasciatore d’arte e cultura Lascia a Firenze, ove ha creato il Centro per le Arti e lo spettacolo, e al mondo una grande eredità e un invito ad agire nel segno della bellezza e dell’amore

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Firenze ed il mondo hanno accompagnato l’ultimo viaggio di Franco Zeffirelli, dal suo arrivo a Palazzo Vecchio fino al Duomo e al cimitero delle Porte Sante, sulla collina di S.Miniato. Salutato dai commossi applausi della folla, che lo attendeva in piazza della Signoria, il feretro portato a spalla ha raggiunto il Salone dei ‘500 dov’era stata allestita la camera ardente e poi in Duomo, per l’orazione funebre del Cardinale Arcivescovo Giuseppe Betori. Prima di lui soltanto le spoglie dei ‘laici’ Giorgio La Pira, la cui beatificazione sembra prossima e del poeta Mario Luzi, erano state accolte per le esequie. Tre figure di grande fede, testimoniata dalla loro opere: il primo, noto come il Sindaco Santo per il suo costante impegno per la pace il dialogo interreligioso e l’unità dei popoli; il secondo per l’alto livello poetico delle sue opere che lo resero famoso in tutto il mondo tanto da essere proposto dall’Accademia dei Lincei al Nobel; il terzo, per la sua grande creatività artistica, celebrata a livello mondiale. Tre straordinarie personalità che da Firenze hanno incrociato i destini del mondo. E la sua città, turisti compresi e persone giunte da varie parti d’Italia e d’Europa appositamente, lo ha onorato con il lutto cittadino, proclamato dal Sindaco Dario Nardella.  

Di Franco Zeffirelli, che ormai guarda le umane cose dalla quiete del Cimitero di fianco alla Basilica di S.Miniato, è stato detto e scritto molto  in queste ore di dolore, di ricordi, di testimonianze. E di lui si continuerà a parlare, poiché proprio nella sua adorata città, che gli diede i natali nel lontano 12 febbraio del  1923, egli ha voluto essere sepolto e ha chiesto che si realizzasse il ‘Centro Internazionale delle Arti e dello Spettacolo Franco Zeffirelli‘,  che dopo vari tentativi ha  trovato adeguata sede nel complesso monumentale di San Firenze, a due passi da Palazzo Vecchio.  «Un suo sogno che si è realizzato» – dichiara commosso il Sindaco – «che si proietta nel futuro, una scuola delle arti e dello spettacolo che guarda al mondo e ai giovani.  Ma affinché ciò avvenga anche le istituzioni nazionali e internazionali sono chiamate a fare la loro parte». Il ‘sogno’ di Zeffirelli materializzato è qualcosa di diverso da un Museo, un luogo certo di contemplazione del suo immenso archivio, per intraprendere uno straordinario viaggio nel suo mondo artistico poetico estetico  – delle sue idee registiche, tra celebri scenografie, costumi, bozzetti, foto, degli spettacoli lirici, teatrali, cinematografici e  televisivi – ma soprattutto un punto d’incontro internazionale ed un laboratorio delle arti per i giovani di ogni luogo.

Una persona che lo conosceva bene  e gli è amica da lunghi anni, è il Professor Marco Ricceri, docente alla Ca’ Foscari di Venezia e membro dell’IDI, Istituto diplomatico internazionale, il quale sottolinea come nella sua vita artistica “Zeffirelli abbia sempre avuto lo sguardo rivolto al mondo“, pur recando il segno della  propria fiorentinità e la consapevolezza di rappresentare ovunque operasse il patrimonio creativo e culturale del nostro paese. E dal mondo e da vari settori della società civile, religiosa, artistica sono giunti messaggi di vivo cordoglio per la sua scomparsa. “Tra cui, di grande significato, quello del rabbino capo di Roma. Già, perché” – ricorda Ricceri- “Franco nutriva grande affetto per la comunità ebraica”. La sua fama era cominciata lavorando come assistente per 10 anni con un grande maestro come Luchino Visconti, con Franco Rosi poi firmando e dando una propria impronta artistica ad opere teatrali  liriche e cinematografiche. Celebri le sue produzioni teatrali a Londra, a Stratford-upon-Avon,  Brodway, Parigi con protagonisti attori e attrici del calibro di Laurence Olivier, John Gielgud e Peggy Ashcroft Susan Strasberg,  impegnati nel repertorio shakespeariano che ha padroneggiato con grande maestria, tanto da ricevere nel 2004 dalla Regina Elisabetta II d’Inghilterra la nomina di Cavaliere Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico e quindi il titolo di ‘Sir’, ovvero baronetto. Con la motivazione – sottolinea Ricceri – “di aver spiegato Shakeaspeare agli inglesi!”.

Memorabili le sue produzioni operistiche nei maggiori teatri del mondo con la partecipazione di eccelsi artisti come Maria Callas, Placido Domingo, Luciano Pavarotti, Herbert Von Karajan, Leonard Bernstein, Carlos Kleiber solo per citarne alcuni. Appartengono alla leggenda opere come ‘Aida’ e ‘Tosca’ al Coven Garden, ‘Norma’, ‘Bohéme’, ‘Carmen’. ‘Turandot’, ‘Trovatore’, ‘Madama Butterflay’, ‘Traviata’ a Vienna, New York ( Metropolitan), Verona, Mosca, Tel Aviv, Tokio,  Roma e tante altre ancora. Nel cinema il suo nome è legato a grandi successi internazionali come ‘La Bisbetica Domata’ con Elizabeth Taylor e Richard Burton (1966), ‘Romeo e Giulietta’ (1969) con Leonard Whiting e Olivia Hussey e per il quale ottenne la nomination all’Oscar 1968 quale miglior regista, ‘Fratello Sole Sorella Luna’ (1971) con Alec Guinness e Graham Faulkner,  e vari altri lavori tra cui “Callas Forever” (2002) con Fanny Ardant e Jeremy Irons.

Sentiamo ancora l’amico Ricceri:  “Franco era questo: ogni spettacolo che preparava era  pensato per una platea mondiale, non solo per il pubblico italiano, per tutti, perché tutti lo potessero vedere e anche, perché no? apprezzare.  Per questo è stato compreso ed apprezzato in tutto il mondo, nelle Americhe come in Oriente  e anche in Russia. Pensa che il suo film Romeo e Giulietta ( che lo scorso anno ha compiuto 50 anni),  lo dovettero proiettare in uno stadio, tanto erano le richieste del pubblico. La bellezza, l’amore, contro le barriere degli uomini e del  mondo, hanno un valore universale. E lui l’ha saputo trasmettere. Al di là delle critiche spesso ingiuste. L’altro aspetto cui prestava grande attenzione era il linguaggio, poetico certo, ma comprensibile da parte di tutti gli spettatori, sia del pubblico dai gusti più raffinati che della gente semplice, del  popolo. L’altra costante del suo orizzonte poetico, artistico, educativo erano i giovani. Che dovevano essere incoraggiati ad esprimere i loro talenti a percorrere le vie dell’arte, come ‘botteghe’del Quattro-Cinquecento a Firenze”. 

I suoi straordinari successi in tutti i campi, tra cui  5 David Donatello, riconoscimenti internazionali e tante  Nomination, non gli hanno dato la soddisfazione di un Oscar. «Ma a quello» – ricordava una sua battuta il Sindaco di Firenze, Dario Nardella – «avrebbe preferito la vittoria di un terzo scudetto della Fiorentina, la sua squadra del cuore». Sulla bara  è stato deposto anche  un vessillo viola. Colore che   per la gente di teatro porterebbe jella. Ma non per lui, affezionato visceralmente a quella maglia, simbolo di quella fiorentinità che, pur avendo deciso dal 1946 di andare a vivere  a Roma sull’Appia antica, dove il Presidente Mattarella è andato a  rendergli omaggio dopo la sua scomparsa (avvenuta il 15 giugno scorso), era parte del suo dna. Artistico, umano e caratteriale. Da più parti è stato definito come un personaggio Rinascimentale, nel senso della ricerca minuziosa della perfezione artistica, e della visione internazionale. Fiorentino sì, nel profondo, ma con lo sguardo rivolto al mondo e ai giovani. Uno spirito libero e ribelle, anche   scomodo, che inseguiva una sua precisa visione poetica di bellezza. Talvolta incompresa o avversata.

A Marco Ricceri, chiedo anche se la scelta di un cast internazionale per i suoi capolavori cinematografici – penso particolarmente a ‘Romeo e Giulietta’, che ha visto la luce nel ’68, anni segnati da grandi fermenti giovanili, a ‘Fratello Sole e sorella Luna’, e al ‘Gesù di Nazareth’,  «successi travolgenti» – come li definisce l’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze”  – è dovuta a quella sua visione internazionale di cui si è già detto. “La ragione principale  sta nel fatto che voleva interpreti  in grado di parlare fluentemente l’ inglese, e gli attori italiani  avevano qualche difficoltà”. Già l’inglese.  L’aveva appreso fin da piccolo, dalla signorina Mary O’ Neil, che lo fece  innamorare…di Shakespeare e lo portò a  conoscere da vicino quella comunità inglese che ritroveremo descritta – tra realtà biografica e molta fantasia – nel film  “Un thè con Mussolini’ (1999). Proiettandolo in un mondo diverso da quello vissuto fino allora, figlio di NN ( illegittimo)  di donna sposata, non riconosciuto dal padre ( solo quando raggiunse i 19 anni ebbe tale riconoscimento) , persa troppo  presto la madre, ricoverato all’Istituto degli Innocenti, quindi ospitato e accudito da una zia caritatevole che lo fece  studiare e diplomare: Accademia di Belle Arti e poi Architettura. Questo il passato tormentato dell’infanzia. “Fu proprio  grazie alla sua perfetta padronanza dell’inglese” – aggiunge Marco Ricceri –  “che durante la  guerra, quando era già  nelle file partigiane, fu richiesto dai Comandi inglese e scozzese, tant’è che concluse arruolato nelle loro truppe la guerra di Liberazione  dell’Italia e dell’Europa”. Cosa che avvenne anche per il suo amico – stesso anno di nascita –  il grande cartellonista del cinema americano Silvano Campeggi, detto ‘Nano‘ anch’egli Genio fiorentino. Ma con Firenze, o almeno le sue istituzioni, non son state sempre rose e fiori, tant’è che  la definì  «città di geni, ma anche di mascalzoni e vigliacchi». E’ vero, in particolare  le cronache ricordano il suo rifiuto quando gli fu offerto il Fiorino  d’oro, che è il più prestigioso riconoscimento della città, perché la stessa onoreficenza non era stato assegnata a Oriana  Fallaci. Poi nel 2013, preso a sorpresa, alla fine cedette.  E anche Firenze rese a Oriana meritati riconoscimenti.  

Firenze” – riprende Ricceri – “l’ha sempre avuta nel cuore e si è speso moltissimo per la sua città, non sempre ricambiato. Il suo atto d’amore più  grande è stato il documentario realizzato durante l’alluvione del ’66, con la voce narrante di un grande attore come Richard Burton, che fece il giro del mondo, scuotendo le coscienze e suscitando un’ondata enorme di solidarietà umana ed economica. Successivamente si era molto impegnato nella progettazione di un nuovo teatro dell’Opera, che aveva pensato sul modello del nuovo teatro imperiale  di Tokio, vale a dire: realizzare in Firenze un teatro ruotante come quello giapponese, nel senso che sullo stesso palcoscenico potevano essere allestiti spettacoli e sceneggiature diverse, senza attendere che venissero smontati, ciò allo scopo di evitare lunghi tempi di attesa tra l’uno e l’altro in calendario.  Si impegnò molto ma non si arrivò a niente”. Chiedo a Marco Ricceri:   Zeffirelli si spese anche nella campagna elettorale  durante la quale se non sbaglio, tu come giovane segretario della DC fiorentina, lo candidasti?

“Sì,  era il 1983 e  avevo lanciato la sua candidatura prestigiosa per la Camera, allo scopo di dare un segnale forte, di svolta e di rinnovamento alle liste: Franco aderì con entusiasmo partecipando  a molti incontri con la cittadinanza, rappresentare Firenze lo riteneva un atto significativo. Non passò per soli 200 voti. Nella zona del Galluzzo dove tradizionalmente la dc aveva un seguito non prese neanche una preferenza”.

Dunque ci fu un vero e proprio boicottaggio nei suoi confronti di certi apparati di partito? “Direi di sì”.  

E com’è che accettò poi l’elezione in Senato propostagli da Forza Italia? “Francesco Cossiga lo esortò ad accettare”.  Chiusa la parentesi politica, ritorniamo alla grande eredità che ci lascia Gian Franco Corsi Zeffirelli all’anagrafe. In particolare quella della Fondazione che porta il suo nome: “di essa se ne occupano con grande impegno i suoi  due figli adottivi, Pippo e Luciano, particolarmente colpiti da questa perdita, ma stimolati  ad andare avanti dalla città di Firenze e dalle altre istituzioni, tra cui il ‘Teatro del Maggio’ e la ‘Pergola’. Il Centro che presenta 3700 metri quadrati di bozzetti e costumi di spettacoli teatrali ed opere contiene anche un laboratorio ed un auditorium  per concerti. E’ già attivo e conta una serie di iniziative di grande respiro internazionale. Insieme ai Musei Gucci e Ferragamo ed alla prossima Fondazione Bocelli”. “Quest’area del centro storico fiorentino –conclude Ricceri – “potrebbe diventare un grande polo d’attrazione legato alla contemporaneità. Certo è che Zeffirelli che fino a dieci giorni fa stava pensando a nuovi progetti, ci lascia ancora tante idee e proposte artistiche su cui  si può – si dovrà – lavorare”.

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