sabato, Dicembre 14

Franco D'Andrea: il punto di partenza è sempre il jazz

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Ho potuto ascoltare dal vivo la musica degli Electric Tree di Franco d’Andrea in un anteprima a Milano in occasione della presentazione del disco ‘Trio Music vol. 1’, e mi è stato subito chiaro che si trattava di qualcosa di molto particolare. Normalmente le timbriche elettroniche nel jazz vengono usate in modo da creare un aspro contrasto con quelle degli strumenti acustici. Nel caso invece del trio formato da D’Andrea con DJ Rocca e il sassofonista Andrea Ayassot l’effetto è quello opposto: le timbriche tendono a fondersi, con il DJ che campiona e riproduce, modificandolo e distorcendolo, il suono degli altri due strumentisti. Il risultato è originale, intenso e coinvolgente, come è lecito aspettarsi da un musicista della classa di D’Andrea: settantacinquenne, con oltre mezzo secolo di carriera jazzistica alle spalle, con all’attivo collaborazioni con un enorme numero di musicisti di prima grandezza, e insignito quindici volte del premio Top Jazz (tra cui due volte nell’ultima edizione, come miglior musicista e per il miglior gruppo). Ecco cosa ci ha detto dopo la sua esibizione.

 

Come è nata l’idea di un trio formato da due strumenti acustici e un DJ?

Conobbi DJ Rocca perché partecipò a una sorta di competizione tra DJ promossa da RadioDue per la rubrica MusicalBox, in cui si doveva svolgere il remix di un minuto e mezzo di una mia esecuzione per pianoforte solista. Parteciparono numerosi DJ, fu chiesto anche il mio parere, e mi parve subito che lui fosse un tipo molto speciale. Ero solito immaginarmi i DJ in modo abbastanza convenzionale, non ero molto esperto del loro mondo. Indicai lui come possibile vincitore perché mi sembrò il più flessibile, interessante e creativo. Poi ebbi modo di conoscerlo di persona perché venne a un mio concerto con Dave Douglas e Han Bennink, più di due anni fa. Scoprimmo di avere delle cose in comune. Lui per esempio ha una passione per il Miles Davis elettrico del primissimo periodo, quello di ‘On the Corner’ e ‘Live at Fillmore’. Così mi sono detto: prima o poi dobbiamo provare a fare qualcosa insieme. Però non mi piaceva l’idea di affiancare semplicemente pianoforte e DJ, mi sembrava in qualche modo incompleta. Mi sono chiesto: cosa ci potrei mettere insieme? Nel frattempo stavo pensando anche alla possibilità di una serie di concerti con vari trii differenti, che poi si è realizzata. Così l’idea di suonare con DJ Rocca è stata integrata in questa serie intitolata ‘Trio Music’, di cui questo disco rappresenta il primo volume. Il punto di partenza è comunque sempre il jazz, anche questa che può sembrare un’idea molto eccentrica rientra in un discorso che per me è comunque jazzistico. Infatti il secondo disco di questa serie sarà con un classico piano trio, pianoforte, basso e batteria, e il terzo sarà con un trio che ho da almeno dieci anni, formato da pianoforte, trombone e clarinetto. Insomma, configurazioni diverse per dire: guardate che il trio non è solo quello classico, ci possono essere tante combinazioni. Io sono particolarmente interessato a quelle in cui c’è uno strumento a fiato, per questo quando si è trattato di suonare con DJ Rocca ho subito pensato al mio vecchio collaboratore, Andrea Ayassot, che suona il sax alto e soprano. Lui si è detto interessato, e abbiamo cominciato a immaginarci delle situazioni. Per noi era un campo completamente inesplorato. Io non avevo mai fatto nulla con un DJ, anche se non sono mai stato alieno da combinazioni in cui l’acustico si mescola con l’elettronico.

 

Come funziona dal vivo la presenza di un DJ? Il pubblico riesce a seguire il vostro interplay nonostante la gestualità del DJ sia difficile da interpretare?

Nei nostri concerti la disposizione è abbastanza chiara: il DJ sta al centro ed è un ricettore di tutto ciò che gli arriva da me e Andrea, che stiamo ai lati. È come se fosse una centrale che riceve impulsi sonori e poi li modifica, e allo stesso tempo anche una sorgente di nuovi suoni. In questo senso il gioco è molto chiaro anche visivamente.

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La mia sensazione è che, dopo il grande fermento degli anni ’70 e ’80, l’elettronica nel jazz sia tornata a essere una “stranezza”…

Il mio atteggiamento verso queste cose non è mai molto cambiato. Negli anni ’70 facevo parte dei Perigeo, che per me significò immergermi completamente per cinque anni in una dimensione elettronica, in cui non ho mai suonato il pianoforte, bensì soprattutto il piano elettrico Fender Rhodes, interpretato come una sorgente per la creazione di suoni nuovi e diversi, che ottenevo con vari sistemi molto particolari o aggeggi strani che inventava un amico esperto in elettronica. Il suono del piano elettrico era solo una base da cui partire: già allora mi interessavo a un suono che era una mescolanza di acustico ed elettronico. Quando trovo qualcosa di interessante in un musicista o in un progetto non mi pongo il problema che sia elettronico o meno, mi interessa che suoni bene e mi dia la possibilità di esplorare parti della musica che con altri mezzi non avrei potuto affrontare.

Non so però se questo atteggiamento sia condiviso da molti. Per fare un esempio, penso a Keith Jarrett che suonava il piano elettrico con Miles Davis, ma oggi non lo toccherebbe neppure con la punta del mignolo…

Jarrett ha una sua storia molto particolare. Tra l’altro personalmente trovo che con Miles Davis seppe sfruttare molto bene gli strumenti elettronici. Usava anche lui un Fener Rhodes effettato, e una specie di organo elettronico, e ne mescolava i suoni con grande sapienza. Poi probabilmente ha prevalso il fatto di disporre di un talento così sviluppato sul piano acustico, dove come tutti sanno ha un tocco molto speciale e un’abilità indiscussa.

Di recente lei è stato insignito del Top Jazz, che ha già vinto numerose volte in passato. C’è chi ha preso spunto da questo per dire che il jazz italiano non si rinnova, e che alla sua generazione non ne sono seguite altre che possano raccoglierne il testimone…

Personalmente ritengo che non sia vero, e che ci siano tantissimi giovani musicisti estremamente bravi e interessanti. Per il resto, ritengo che il premio creato da ‘Musica Jazz’ sia tra i più credibili, e se i critici hanno voluto premiarmi ci sarà un motivo. Io non ho mai collaborato con grandi etichette come Blue Note o ECM, i dischi a mio nome sono sempre usciti con etichette minori. L’unica rarissima eccezione è il disco che feci dieci anni fa con il mio quartetto per la EMI. Le ultime mie cose sono uscite per il Parco della Musica, un’etichetta prestigiosa ma certamente non un colosso. Non credo si possa dire che sono avvantaggiato perché sono all’interno di una struttura potente, quindi se ho vinto questi referendum penso di essere in pace con la mia coscienza. Del resto in questo caso la giuria è composta come minimo da sessanta persone, che difficilmente potrebbero mettersi d’accordo. Su questo argomento c’è chi parla senza essersi prima informato.

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