giovedì, Maggio 23

Francia – USA : Macron e Trump, è il momento di essere forti e uniti L' incontro tra i due leader a Washington e le questioni sul tavolo

0

Donald Trump e la first lady Melania hanno atteso sul portico sud della Casa Bianca Emmanuel Macron accompagnato dalla premier dame Brigitte per la prima visita di stato ufficiale della nuova presidenza statunitense. Tra Melania e Brigitte baci affettuosi e strette di mano così come tra i due leader. A dare il benvenuto al Presidente francese, ben 500 membri di tutte le forze armate e 21 colpi di cannone sparati a salve, prima dell’ esecuzione dei due inni nazionali. «Abbiamo una relazione davvero speciale … Lui e’ perfetto. E’ un piacere essere con te e sei un amico speciale» ha rimarcato Trump nello Studio Ovale.

E’ questa, dunque, l’ accoglienza riservata da Donald Trump ad Emmanuel Macron e alla sua consorte, partiti da una Francia in preda agli scioperi dei ferrovieri della SNFC e dell’ Air France, e giunti ieri a Washington dove rimarranno fino a domani quando il capo di Stato francese parlerà al Congresso Usa riunito, e ai quali è stata riservata la residenza degli ospiti d’onore del presidente americano, la Blair House, davanti alla Casa Bianca.

«Nulla mai ci dividerà dagli Stati Uniti» – aveva detto il capo dell’ Eliseo prima dell’affettuoso saluto a place de la Concorde al termine della visita dei Trump nel luglio dello scorso anno – «100 anni fa trovammo degli alleati sicuri, amici venuti in nostro soccorso» e Trump aveva ricambiato con un tweet: «Le relazioni con la Francia sono più forti che mai, ieri sera splendida serata con il presidente e la signora Macron, cena sulla Tour Eiffel».

Già ieri sera, quasi a contraccambiare la cena offertagli da Macron alla Torre Eiffel il 13 luglio 2017, alla vigila della partecipazione alla parata militare del giorno successivo sugli Champs-Elysées, il Presidente americano ha avuto modo di discorrere con l’ omologo francese nel corso di una cena privata a Mount Vernon, la storica casa del primo presidente Usa, George Washington: a tavola, è stato reso noto dallo staff dello Casa Bianca, le due coppie presidenziali hanno potuto gustare degli agnolotti di ricotta al limone, sogliola di Dover con asparagi e, come dessert, souffle’ di cioccolato e gelato all’amarena.

Sulla stessa scia di quella soft diplomacy adottata, ad esempio, con la Cina di Xi Jinping, al quale il Presidente francese si aveva fatto dono, in occasione dell’ incontro a Pechino, da un cavallo purosangue di otto anni chiamato Vesuvio della Guardia Repubblicana, in riferimento alla traslitterazione in caratteri cinesi di Macron, Makelong, significante “il cavallo doma il dragone”, anche al Comandante in Capo, monsieur le president ha fatto un regalo: una quercia sessile cresciuta nei pressi della cosiddetta ‘fontana del Diavolo’, fatta arrivare dal sito della Battaglia di Bosco Belleau (nella regione dello Champagne, a circa 100 chilometri a nord-est di Parigi) dove, nel 1918, durante la Prima guerra mondiale le truppe americane, il Corpo dei Marines, persero circa 10mila uomini per respingere un’offensiva tedesca.

Il rapporto tra i due Presidenti è stato, fin dall’ inizio, franco. Le «periodiche turbolenze», storicamente, nelle relazioni tra Parigi e Washington – afferma, nella sua ricerca,  Jeff Lightfoot, senior fellow dell’ Atlantic Council da noi interpellato – «sono la norma più che l’ eccezione». Tra i casi più eclatanti, il ritiro del presidente francese de Gaulle del 1966 dal comando integrato della NATO oppure l’opposizione di de Gaulle alla guerra del Vietnam così come il riconoscimento, da parte della Francia, della Cina comunista, la guerra in Iraq del 2003, fino alla Libia del 2011 e alla Siria nel 2013, non dimenticando i disaccordi durante la guerra dei Sei Giorni del 1967.

Dopo la fine della crisi transatlantica sorta in corrispondenza della guerra in Iraq, come ricorda Jeff Lightfoot, diversi sono stati i fattori che hanno permesso questo progressivo avvicinamento: tra questi, la riconsiderazione americana degli alleati come partner per affrontare le sfide globali a partire dal secondo mandato di Bush e dall’ amministrazione di Barack Obama, l’ emersione o il rafforzamento di alcune potenze sullo scacchiere internazionale (Cina, Russia, Iran) e, altrettanto importante, la presa di coscienza da parte di Parigi della dannosità tanto dell’ unilateralismo quanto della passività di Washington. E se la guerra contro Saddam Hussein era stata l’ emblema del disastroso  unilateralismo americano, l’ indecisione di Obama nel far rispettare la ‘linea rossa’ da parte del regime siriano di Bashar al-Assad ha esemplificato l’ altrettanto pericolosità dell’ inazione. A questo, sarebbe da aggiungersi, la Brexit: infatti, ci precisa l’ analista, “credo che Brexit abbia ridotto l’influenza di Londra a Washington. Prima, Londra era vista come la migliore rappresentante degli interessi di Washington nell’UE; senza quell’appartenenza all’UE, Londra ha meno influenza nell’approccio di Washington all’Europa. Ma, naturalmente, le relazioni militari, di intelligence, nucleari e cibernetiche tra Stati Uniti e Regno Unito rimangono molto forti”.

Il tutto si è accompagnato ad una riflessione che la Francia, o meglio la sua classe dirigente, ha fatto su di sé: un vero e proprio dibattito che ha visto contrapposti i cosiddetti ‘atlantisti’, sostenitori dell’ importanza francese nell’ ambito dell’ Occidente quale comunità con cui condivide gli stessi valori democratici e liberali, ai ‘realisti’ che guardano con nostalgia alla Francia dell’ era gollista e alla sua posizione indipendente e disallineata a livello internazionale, mantenendo come faro della propria strategia l’ interesse nazionale. Ma se è vero che le posizioni, espresse nel corso degli anni, non sono mai state così nette, bensì caratterizzate da sfumature, è altrettanto vero che non sono mancate le posizioni divergenti, come sopra ricordato.  Soprattutto gli ultimi Presidenti (Sarkozy e Hollande), spiega Lightfoot nella sua analisi per l’ Atlantic Council, forse perché nati dopo la Seconda Guerra Mondiale e poco influenzati dall’ esempio di De Gaulle, si sono espressi sulla cooperazione transatlantica senza pregiudizi ideologici, ma anzi riaffermando la necessità della presenza della Francia nel Patto Atlantico.

I progressi fatti negli ultimi anni nelle relazioni transatlantiche tra i due Paesi, però – ammonisce nella sua ricerca Lightfoot – «non possono considerarsi permanenti o irreversibili». Ed è per questo che il canale tra le due sponde dell’ oceano torna di nuovo al centro dell’ attenzione in occasione del summit tra Trump e Macron che, eletti a distanza di pochi mesi l’ uno dall’ altro, rimangono due leader molto diversi. Ad accomunarli, oltre all’ essere entrambi outsider, la capacità di comunicare e di utilizzare i vari strumenti mediatici in modo accorto. A distanziarli, però, lo sguardo sul mondo, nei suoi diversi aspetti: il bilateralismo contro il multilateralismo; il protezionismo contro l’ apertura.

La strategia messa in campo dall’ inquilino dell’ Eliseo, nel relazionarsi con il Presidente americano, avvantaggiandosi anche del fatto di non aver avuto rapporti con il predecessore di Trump, Barack Obama, a detta di Lightfoot, «è stata pragmatica e proattiva»: «pragmatica, optando per preservare il collegamento transatlantico e investire nella sua relazione con Trump nella speranza di influenzare la sua agenda; proattiva reinvestendo nell’influenza francese nel progetto europeo, favorendo i legami con le maggiori potenze negli affari mondiali». Alla base, però, prosegue l’ esperto, c’è la consapevolezza di Macron che la solida relazione transatlantica è fondamentale per gli interessi, di sicurezza e non solo, della Francia: «Macron in definitiva ha più da guadagnare che da perdere da Trump, così come Trump ha meno da perdere rispetto agli altri alleati».

Visualizzando 1 di 3
Visualizzando 1 di 3

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore