sabato, Agosto 8

Francia sotto shock

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Allah akbar, Dio è grande, poi l’inferno. Almeno dodici le persone uccise, tra cui due ufficiali di polizia, dopo il raid di un commando armato nella sede giornale satirico Charlie Hebdo, a Parigi. Tra le vittime anche il noto caricaturista Bernard Verlhac e il direttore della rivista, Stephane Charbonnier. «Siamo di al-qeda Yemen» così i tre uomini che hanno partecipato all’attacco si sarebbero rivolti ad un uomo a cui hanno sottratto l’auto per fuggire, secondo quanto sostiene un testimone citato dall’Ansa, che riporta come gli attentatori parevano calmi e «parlavano un francese perfetto».

Unanime la condanna internazionale, con solidarietà espressa da tutte le Cancellerie europee e da Washington. «Tutti i mezzi di Stato saranno messi in azione per neutralizzare i criminali all’origine di questo barbaro atto» ha dichiarato il Ministro degli Interni francese Bernard Cazeneuve. «Un atto di una barbarie eccezionale, senza dubbio un atto terroristico» ha invece dichiarato il Presidente francese Francois Hollande, parlando davanti al luogo dell’attacco. Dall’Italia, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio ad Hollande, «Ho appreso con costernazione e commozione del barbaro attacco perpetrato a Parigi nella sede del settimanale Charlie Hebdo. Desidero esprimere la mia più ferma condanna nei confronti di un gesto vile ed esecrabile, che non colpisce semplicemente un giornale, ma uno dei pilastri sui quali si basa la nostra civiltà, ossia la libertà di stampa».

Dure le reazioni anche dal mondo musulmano, «è un atto di guerra clamoroso. I tempi sono cambiati, stiamo entrando in un nuovo periodo di questo confronto». Questa la dichiarazione che il rettore della moschea di Parigi, Dalil Boubakeur, ha rilasciato a Europe 1, dopo l’attacco di questa mattina. «Siamo inorriditi dalla brutalità e dalla ferocia”, ha aggiunto Boubakeur, sottolineando di condannare “assolutamente» fatti di questo genere e di aspettare dalle autorità le misure più adeguate. «La comunità è esterrefatta da quanto è successo» ha poi aggiunto. Dello stesso avviso anche Afzal Khan, membro del partito laburista britannico ed esponente del gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo. Musulmano, nato in Pakistan, ex sindaco di Manchester, è stato fra i fondatori di diversi forum per il dialogo interreligioso in Gran Bretagna e oggi condanna duramente l’attacco a Charlie Hebdo a Parigi. «L’attacco rischia di essere un regalo ai movimenti xenofobi e di estrema destra in tutta Europa, movimenti che già esistono e che hanno anche un certo successo» ha dichiarato Khan contattato dall’Adnkronos.

Attentati anche in Yemen, dove in un insolita coincidenza è di almeno 50 morti e 20 feriti il bilancio di un’autobomba esplosa verso le 7 di questa mattina, ora locale, davanti all’accademia della polizia yemenita a Sana’a. Lo rendono noto fonti mediche e della sicurezza, spiegando che l’esplosione è avvenuta mentre centinaia di diplomati e cadetti erano in fila per far domanda di accesso all’accademia. Testimoni citati dall’agenzia di stampa Xinhua hanno anche raccontato che un minibus correva a tutta velocità lungo le mura attorno all’accademia di Polizia, che si trova nel centro della capitale yemenita, prima dell’esplosione davanti all’ingresso principale dell’edificio.

In Turchia, il Partito del Fronte rivoluzionario popolare di liberazione (Dhkp-c) di ispirazione leninista-marxista, fuorilegge nel Paese, ha rivendicato con un comunicato pubblicato oggi l’attentato sferrato ieri da una kamikaze, indicata come Elif Sultan Kalsen, nel cuore di Istanbul e costato la vita a un poliziotto. L’attentato kamikaze di ieri, si legge nella rivendicazione, era mirato a far pagare al Partito dell’Akp del presidente Recep Tayyip Erdogan il prezzo della corruzione dopo che lunedì per quattro ex-ministri a processo è stato disposto il non luogo a procedere. Lo scorso anno il Dhkp-c ha condotto una serie di attacchi in Turchia e all’estero. A febbraio del 2013 ha anche rivendicato un attentato kamikaze contro l’ambasciata degli Stati Uniti ad Ankara nel quale è rimasta uccisa una guardia della sicurezza.

Violenze senza fine in Iraq
, dove nell’ovest del Paese almeno 23 persone sono rimaste uccise, e altre 28 ferite, in un attacco suicida attribuito ai jihadisti dello Stato Islamico, e in un successivo scontro a fuoco con le forze di sicurezza di Baghdad. Nonostante i raid aerei e la crescente controffensiva dei curdi e delle milizie anti-Is, secondo media arabi, lo Stato islamico per il 2015 avrà un budget di 2 miliardi di dollari, con cui il gruppo prevede di pagare stipendi mensili ai poveri, disabili, orfani, vedove e le famiglie di persone uccise in attacchi aerei, con un avanzo di 250 milioni dollari stanziati per la guerra contro la coalizione americana. E se i funzionari degli Stati Uniti continuano ad assistere le forze di sicurezza irachene e le milizie curde con l’intenzione di riprendere la provincia nord-occidentale del paese, più IS si integra con la popolazione locale attraverso versamenti finanziari e altre forme di assistenza, più difficile sarà riconquistare la città e la regione di al-Anbar.

Intanto, l’Autorità nazionale palestinese entrerà nella Corte penale internazionale il prossimo primo aprile. Lo ha annunciato il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, in un comunicato. “Lo Statuto entrerà in vigore per lo Stato di Palestina il primo aprile del 2015”, ha precisato Ban. L’Anp, che aveva presentato lo scorso venerdì i documenti per ratificare lo Statuto di Roma, atto istitutivo della Corte penale internazionale, intende ora portare Israele sul banco degli imputati per i crimini commessi a Gaza.
Il contenuto delle denunce sarebbe già presente in due “dichiarazioni ad Hoc” presentate e depositate dal governo palestinese all’Aja. Esse riguardano le operazioni militari israeliane “Brother’s Keeper” e “Protective Edge” ovvero la risposta del governo al rapimento dei tre coloni nel sud di Gerusalemme lo scorso giugno, e all’intervento militare a Gaza in agosto. Tuttavia, anche se né gli Stati Uniti né Israele fanno parte del TPI, la mossa palestinese ha già attirato minacce di ritorsioni dal Paese ebraico, che ha già congelato il trasferimento all’Anp di circa 100 milioni di euro di dazi doganali, e la disapprovazione di Washington, che vede nell’iniziativa un ostacolo al “processo di pace”.

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