domenica, Giugno 16

Francia, sale la protesta dei ‘gilet gialli’ GB, mozione di sfiducia flop contro la leadership di Theresa May

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‘Atto II: Tutta la Francia a Parigi!!!!’: questo il titolo del gruppo Facebook che invita i gilet gialli, il movimento di protesta contro l’innalzamento delle tasse sulla benzina diesel voluto dal presidente Emmanuel Macron, a formare una marea umana sabato prossimo, 24 novembre, a Parigi. L’obiettivo è, secondo gli organizzatori, «dare un colpo di grazia e convergere tutti su Parigi con tutti i mezzi possibili (car-sharing, treno, bus…), perché è lì che si trova il governo. Vi aspettiamo tutti – si insiste nel messaggio – camion, bus, taxi,Ncc, agricoltori…tutti!». All’invito hanno già risposto 23.000 persone, mentre 163.000 si dicono interessate.

Oggi intanto i manifestanti contro il caro-carburante hanno continuato nei blocchi stradali su diverse autostrade. Bloccati anche una decina di depositi di carburante. Diversi organizzatori, intervistati dai media, chiedono un gesto da parte del governo, in particolare la possibilità di essere ricevuti all’Eliseo. Imperturbabile il presidente Macron: «Risponderò a tempo debito ma oggi non è il luogo giusto per farlo».

In Gran Bretagna, la mozione di sfiducia contro la leadership di Theresa May nel partito conservatore rischia il flop. I media nazionali parlano di un numero di deputati favorevoli all’iniziativa fermo, al momento, a quota 25, contro un quorum minimo di 48 (il 15% del gruppo Tory ai Comuni) necessario per avviare l’iter. May che intanto in un discorso alla Confindustria britannica (Cbi) ha ribadito: «L’ultima tappa è sempre la più dura, ma non abbiate dubbi: sono determinata ad attuare la Brexit». Mentre il capo negoziatore della Ue per la Brexit, Michel Barnier, ha affermato: «Siamo ad un momento decisivo, nessuno perda di vista i progressi raggiunti a Bruxelles e Londra».

L’Iran ha rinnovato oggi la richiesta ai Paesi europei di accelerare la realizzazione degli strumenti finanziari necessari per continuare le transazioni con Teheran nonostante le sanzioni bancarie imposte dagli Usa. «E’ chiaro che i Paesi europei sono impegnati a mantenere l’accordo sul nucleare, ma sfortunatamente le loro iniziative per la realizzazione del sistema finanziario sono lente», ha lamentato il portavoce del ministero degli Esteri, Bahram Ghasemi, che ha aggiunto che l’Iran continuerà ad avere colloqui con gli europei, ma non aspetterà all’infinito le loro decisioni.

Rimanendo alle questione sanzioni, gli Stati Uniti hanno fatto pressioni sull’Italia perché continui a sostenere quelle dell’Unione europea contro la Russia. Alcune fonti diplomatiche parlano di un’amministrazione Usa «preoccupata che il governo italiano populista e filo-Cremlino possa togliere il suo sostegno a tali misure». Nel frattempo da Mosca il premier Dmitri Medvedev afferma che la posizione degli Stati Uniti contro una riforma del WTO è miope. In particolare ha ribadito che le guerre commerciali sono già in corso e che l’intera economia globale ne patirà le conseguenze.

In Israele, superato per il momento il rischio di elezioni anticipate dopo le dimissioni del ministro della difesa, Avigdor Lieberman, e l’uscita del suo partito dalla coalizione di governo, il premier Benyamin Netanyahu ha detto che prevede ora di poter governare ancora per un anno, ossia fino alla fine naturale della legislatura nel novembre 2019. «Dovremo però dar prova della massima disciplina in seno alla coalizione. Ognuno si assuma le proprie responsabilità», ha affermato il premier.

In Yemen, le milizie Houthi hanno annunciato che sospenderanno gli attacchi missilistici e con droni contro Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e i loro alleati nel Paese. Lo ha dichiarato in un comunicato Mohammed Ali Al Houthi, a capo del Comitato Rivoluzionario Supremo degli Houthi. La decisione è stata presa su richiesta delle Nazioni Unite e dopo che la Coalizione Araba ha annunciato la sospensione dell’offensiva militare a Hodeidah.

Chiudiamo con la Macedonia, dove c’è aria di protesta contro il cambio di nome in Macedonia del Nord, deciso con l’accordo con la Grecia della scorsa estate. Ieri sera a Skopje, manifestanti hanno chiesto le dimissioni del governo, lo scioglimento del parlamento e elezioni anticipate. Anche la diaspora macedone si è detta contro l’accordo sul nome, invitando a manifestare contro il governo del premier Zoran Zaev.

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