mercoledì, Settembre 30

Francia 2017: programmi a confronto

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Domenica 23 aprile si terrà il primo turno delle elezioni presidenziali in Francia. Si tratta di un voto dal peso storico per differenti ragioni: in primo luogo perché il voto si inserisce in un momento di crisi generalizzata che colpisce sia la Francia che l’Unione Europea; in secondo luogo perché, per la prima volta, sembra definitivamente rotto il tradizionale bipolarismo che aveva caratterizzato la politica della V Repubblica; infine, per il clima pesante legato al terrorismo di matrice islamista che ha colpito più volte il Paese negli ultimi anni.

La politica degli ultimi Governi non è stata in grado di dare risposte soddisfacenti ad un Paese che ha visto costantemente aumentare il livello della disoccupazione, abbassare il livello qualitativo dei suoi servizi pubblici (tradizionalmente molto buoni), peggiorare la situazione nelle sue periferie (le banlieue) e crescere il numero dei migranti entro i propri confini.

Come per altri Paesi europei, le ragioni di una crisi che ha radici lontane hanno trovato dei capri espiatori ideali nell’Unione Europea, da un lato, e nell’immigrazione, dall’altro. Il gran numero di attentati che ha colpito la Francia negli ultimi anni è stato facilmente attribuito ai migranti provenienti dai Paesi a maggioranza islamica, salvo poi vedere che gli attentatori erano principalmente cittadini francesi cresciuti in quelle banlieue degradate che sono terreno fertile per la radicalizzazione di giovani disadattati.

I candidati alla Presidenza della Repubblica sono undici. Tra questi, cinque sono i principali: Emmanuel Macron, del movimento ‘En Marche!’ (quotato attorno al 23%); Marine Le Pen, del partito della destra radicale ‘Front National’ (22,5%); François Fillon, del partito di destra moderata ‘Les Républicains’ (20%); Jean-Luc Mélanchon, del partito di sinistra ‘La France Insoumis’ (19,5-20%); Benôit Hamon, del ‘Parti Socialiste’ (7,5%).

Se, come appare probabilissimo, nessuno dei candidati raggiungerà il 50% dei voti nelle votazioni di domenica, si passerà al secondo turno del 7 maggio, in cui i due candidati che avranno avuto più voti si sfideranno per stabilire chi sarà in nuovo Presidente della Repubblica Francese. Vediamo, nel particolare, chi sono questi candidati e cosa propongono.

Emmanuel Macron

Trentanove anni, originario di Amiens, dopo aver ricoperto il ruolo di Ministro dell’Economia nel Governo del socialista Manuel Valls, Macron ha preso le distanze dal mondo della sinistra per fondare un movimento, ‘En Marche!’, che si propone come alternativa ai vecchi partiti incapaci, a suo dire, di fornire risposte adeguate alla situazione del Paese e dell’UE. Per fare questo, propone fondamentalmente una ricetta liberale. Bisogna tener presente che, nella storia francese, raramente i liberali hanno avuto un ruolo politico rilevante: nonostante ciò, Macron ha scalato i sondaggi divenendo il candidato favorito all’Eliseo.

I suoi avversari gli rimproverano, di volta in volta, di essere un uomo dell’Unione Europea o di essere legato all’alta finanza. Per tutta risposta, Marcon si presenta come un uomo lontano dai tradizionali giochi politici sostenendo, con orgoglio, di non essere mai stato iscritto ad un partito: non è una novità, al giorno d’oggi, sentire giovani politici parlare del superamento dello schema destra-sinistra che, comparsa proprio in Francia nel 1789, ha dominato la concezione politica del XIIX e XX secolo e che, a loro dire, non sarebbe più in grado di interpretare la contemporaneità. In questa linea si inserisce anche l’idea politica di Macron.

Il suo programma, dal punto di vista economico, prevede un abbassamento delle imposte sul patrimonio immobiliare, la riduzione del costo del lavoro e dell’imposta sulle aziende, la riduzione dei contributi salariali e l’abolizione di alcune tasse, maggiore flessibilità nei contratti di lavoro tramite l’adozione di negoziazioni sulla base delle esigenze di lavoratori e aziende e la defiscalizzazione delle ore di straordinario. Inoltre propone di ridurre della metà il numero di centrali nucleari attive sul territorio francese e di chiudere tutte quelle a carbone per investire, invece, sulle energie rinnovabili.

Sulla questione dell’immigrazione, Macron propone la riduzione dei tempi necessari per l’esame delle domande di asilo e la certezza che le persone respinte siano portate fuori dal territorio francese. Propone inoltre che la condizione necessaria all’ottenimento della cittadinanza sia la conoscenza della lingua francese: per questo, sostiene che debbano essere garantiti dei corsi di formazione linguistica per i migranti che desiderano stabilirsi più o meno stabilmente in Francia. Per combattere la radicalizzazione dei migranti (e non solo) di religione mussulmana, propone la formazione di imam sul territorio francese: questo dovrebbe garantire un insegnamento dei valori islamici coerente con le leggi della Repubblica. Inoltre riconosce che, data la nazionalità francese di molti attentatori, il problema del terrorismo sia dovuto soprattutto a questioni sociali.

In politica estera, propone l’aumento delle spese per la difesa, è contrario all’entrata della Turchia nell’Unione Europea e vuole raggiungere un’intesa con la Russia, soprattutto sulla questione ucraina. Sostiene il rafforzamento e la democratizzazione dell’Unione Europea. Per fare questo ritiene sia necessario proteggere le frontiere esterne dell’Unione con delle forze armate comunitarie, adottare una politica di bilancio comune a tutta la zona euro e dei diritti sociali uniformi tra i vari Paesi. Ritiene anche che si debbano adottare alcune misure di protezione del mercato europeo contro la concorrenza sleale esterna.

Marine Le Pen

Erede del fondatore del ‘Front National’, il padre Jean-Marie, Marine Le Pen rappresenta l’estrema destra, anti-europeista e xenofoba. Rispetto al padre, però, Marine Le Pen ha ammorbidito i toni per rendere meno minaccioso il programma politico del FN: ecco quindi sparire gli espliciti riferimenti razzisti o antisemiti per puntare più sull’idea di ‘ridare la Francia ai francesi’. Il contrasto con il padre è diventato tanto duro da provocare l’espulsione di quest’ultimo dal proprio partito.

In effetti, la strategia della Le Pen ha dato i suoi frutti: eliminata la retorica fascistoide del vecchio fondatore, il FN ha cessato di essere un partitino a cui solo una piccola parte della società poteva essere interessata per divenire una delle principali forze del Paese. Una sorta di ultra-destra 2.0 che è presa a modello da molti partiti populisti in tutta Europa (prima fra tutti la Lega nord di Matteo Salvini) e che, a sua volta, guarda con ammirazione alla Brexit e a Donald Trump.

Al momento è coinvolta in un’inchiesta per aver pagato con fondi della commissione europea dei funzionari del proprio partito. Le Pen si è rifiutata di comparire davanti ai giudici ed è arrivata persino a lanciare qualche velata minaccia. Il messaggio, in sostanza, era questo: i Governi passano, i giudici restano… e prima o poi dovranno rispondere di ciò che hanno fatto. Nonostante i guai giudiziari, la sua ascesa nei sondaggi è costante e fa tremare molti in Francia e in Europa: recentemente numerosi premi Nobel si sono espressi con preoccupazione su un suo eventuale successo elettorale.

Il suo programma, nonostante dichiari di voler mettere al primo posto i francesi delle classi più disagiate, non è aprioristicamente contrario all’aumento delle ore di lavoro, purché la decisione sia presa con un contratto di categoria. Propone una tassa per chi assume lavoratori stranieri. Allo stesso modo, propone di rendere più difficile l’accesso ai servizi sociali per i ‘non-francesi’ e l’introduzione di sussidi per i francesi in difficoltà. Inoltre propone la riduzione delle imposte sulle famiglie e di quella sul reddito. Non si propone di toccare le imposte sul patrimonio.

Se sulle questioni economiche il programma del FN risulta piuttosto vago, è perché pone la gran parte della sua attenzione sulla questione dell’immigrazione: propone, infatti, di inserire un limite annuo di 10.000 migranti da accogliere in Francia. Inoltre, nel programma c’è la soppressione dello Ius Soli (ovvero il riconoscimento della nazionalità francese per chi nasce sul suolo francese), il divieto di regolarizzazione per gli immigrati irregolari, l’abolizione del diritto al ricongiungimento familiare automatico e della naturalizzazione tramite matrimonio. Infine, vuole che si rivedano al ribasso le condizioni ritenute sufficienti per presentare domanda d’asilo.

Legato alla questione dell’immigrazione è quella della lotta al terrorismo: Le Pen propone di chiudere molte moschee ed espellere tutti coloro legati, in un modo o nell’altro, a delle organizzazioni terroristiche. Non entra troppo nei particolari su come agire in tal senso ma, il frequente riferimento al pericolo islamico, fa prevedere una possibile stretta contro i mussulmani, siano essi migranti o cittadini francesi.
Promette pene più severe per chi delinque e il rafforzamento delle spese per la difesa.

In politica estera propone l’uscita dal comando integrato NATO e un rafforzamento dei rapporti con i Paesi francofoni nel tentativo di creare qualcosa di simile ad un Commonwealth. I suoi rapporti con Vladimir Putin non sono mai stati chiariti del tutto: ciò che è certo è che propone la fine delle sanzioni contro la Russia. L’altro grande nemico del FN è l’Unione Europea. Le Pen propone un referendum per uscire dall’UE, la fine del Trattato di Schengen con il ripristino delle frontiere e il ritorno al Franco.

François Fillon

Dopo aver vinto contro Nicolas Sarkozy e Alain Juppé le primarie del principale partito della destra moderata, i gaullisti di ‘Les Républicains’, Fillon era sembrato essere senza dubbio il candidato più probabile a divenire il prossimo Presidente della Repubblica. Lo scandalo che lo ha travolto di lì ha poco ha cambiato le carte in tavola: Fillon è accusato di aver assunto la moglie Pénélope ed i figli ad incarichi pubblici fittizi. Fillon ha rifiutato di ritirarsi entrando anche in conflitto con il suo partito: a suo avviso si tratterebbe di un tentativo di eliminarlo dalla scena politica. Dopo la caduta nei sondaggi, ha ripreso un po’ di quota sfruttando principalmente due argomenti: l’accanimento di giornalisti e giudici nei propri confronti e l’importanza di un candidato gaullista al secondo turno. L’assenza dei Républicains al ballottaggio, secondo Fillon, finirebbe per favorire Le Pen.

Il suo programma, sul piano economico, propone la soppressione dell’orario massimo di lavoro e l’adozione di accordi interni alle aziende per stabilirne le condizioni: si tratta, fondamentalmente, di una desindacalizzazione (limitare le indennità, rendere più facili i licenziamenti, innalzamento dell’età pensionabile, etc…). Propone inoltre l’abbassamento delle imposte per le imprese ed un sistema di sussidi di disoccupazione decrescenti.

Sull’immigrazione propone l’inserimento nella Costituzione del principio delle quote di accoglienza annua e l’adozione di condizioni più severe le condizioni per ricongiungimento familiare, concessione della nazionalità e accesso ai servizi sociali; carcere automatico per gli immigrati irregolari. Per la lotta al terrorismo propone una riforma dei servizi segreti e la privazione della nazionalità per i cittadini francesi andati a combattere all’estero. Se da un lato ritiene che la chiusura di luoghi di culto che propagandino intolleranza e inneggino alla violenza debba essere resa più facile, dall’altro si propone la collaborazione con gli imam moderati in chiave anti-terroristica.
Anche lui propone un aumento delle spese per la difesa.

In politica estera, Fillon propone la distensione dei rapporti con la Russia e il dialogo con Bashar al-Assad per trovare una soluzione alla crisi siriana. Vuole arrivare a degli accordi con i Paesi da cui partono i migranti: aiuti economici in cambio del rientro dei migranti irregolari presenti in Francia. Propone un’Unione Europea che difenda i propri interessi economici rifiutando gli accordi con Stati Uniti e Canada e cercando maggiore indipendenza dal Fondo Monetario Internazionale. Inoltre è contrario all’ulteriore allargamento dell’UE.

Jean-Luc Mélanchon

Partito con poche possibilità, è stato la sorpresa di questa campagna elettorale: ha rimontato contro ogni aspettativa e, al momento, si trova testa a testa con Fillon. Abile utilizzatore delle nuove tecnologie, il candidato di ‘La France Insoumise’ è molto apprezzato all’elettorato giovanile. Ex-socialista, si è staccato dal PS quando questo ha cominciato ad assumere posizioni a suo avviso troppo liberali. L’anno scorso ha fondato il suo movimento che riusnisce fuoriusciti del PS, reduci della galassia post-comunista e radicale.

Mélanchon propone la riduzione dell’orario di lavoro e l’aumento delle ferie pagate. Inoltre propone l’aumento del salario minimo garantito, la limitazione dei contratti a tempo determinato e l’assunzione da parte dello Stato dei disoccupati per lavori di pubblica utilità. Il suo programma prevede anche una serie di aiuti sociali per disoccupati, giovani e pensionati, oltre all’istruzione gratuita. Inoltre un’imposta sul reddito più progressiva, un’imposta sul patrimonio più alta e diritti di successione più cari. Per finire, introduzione di una tassazione specifica per i francesi che risiedono all’estero. Propone un programma di tutela dell’ambiente e la nazionalizzazione delle aziende elettriche, la chiusura delle centrali nucleari e la diminuzione di quelle a combustione in favore delle energie rinnovabili.

Sulla questione dei migranti, Mélanchon è contrario all’accordo con la Turchia e vuole facilitare le procedure di diritto d’asilo. Sulla lotta al terrorismo, propone la fine dello stato di emergenza e sostiene che il mezzo principale da utilizzare sia l’intercettazione dei finanziamenti alle attività terroristiche. Inoltre intenderebbe ripristinare il servizio militare o civile obbligatorio e procedere alla nazionalizzazione dell’industria militare.

In politica estera, propone l’uscita dalla NATO e dal FMI ed il rafforzamento dei poteri delle Nazioni Unite. Vuole riconoscere lo Stato Palestinese ed arrivare ad un accordo con la Russia. Il suo rapporto con l’UE è complesso: la prima cosa da fare è cambiare l’Unione per renderla più democratica e solidale. Per arrivare a ciò propone di rinegoziare i trattati con Bruxelles per superare finalmente l’austerità. Se non sarà possibile uscire dal pantano in cui si trova l’Unione, allora, secondo Mélanchon, meglio l’uscita (dopo un referendum).

Benôit Hamon

Dopo aver vinto le primarie del Partito Socialista, battendo il favorito Manuel Valls, Hamon è divenuto il candidato socialista alle elezioni. Per sua sfortuna, il momento è dei peggiori per il PS: dal 1945 ad oggi non aveva mai avuto così pochi voti (almeno nei sondaggi) e c’è chi pensa addirittura che il partito possa non sopravvivere alle prossime elezioni. Oltre alla crisi generica del PS, va notato il fatto che Hamon, rappresentante della sinistra socialista, è stato eletto soprattutto con voti esterni al partito: in questo modo si è aperta una falla tra le varie anime socialiste. Il risultato è stato che molti personaggi di rilievo del PS hanno letteralmente scaricato Hamon che è precipitato sempre più nei sondaggi.

In campo economico propone un’accelerazione nella lotta contro l’evasione fiscale le tassazione dei profitti occulti di multinazionali e banche. Inoltre vuole introdurre tasse sull’utilizzo di robot sui posti di lavoro e sulle transazioni finanziarie. Molta importanza è data al programma ambientale in cui si propone la chiusura delle centrali nucleari e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Altro punto nodale è dato da una politica di forti investimenti sulla scuola.

Hamon ritiene che i flussi migratori attuali non possano verosimilmente essere affrontati dai singoli Stati e che solo l’Unione Europea possa gestirli. Propone comunque il rafforzamento dei sistemi di sicurezza anti-terrorismo ed una limitazione dello stato di emergenza.

Sul piano internazionale vuole ridare centralità all’ONU ed è contrario alle politiche unilaterali di Trump e Putin. Inoltre è favorevole al riconoscimento dello Stato PalestinesePropone la rinegoziazione dei trattati europei in una direzione più democratica: per fare ciò propone di affidare le politiche economiche al Parlamento Europea, anziché ai Ministri delle Finanze dei singoli Paesi riuniti nel cosiddetto euro-gruppo.

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