domenica, Luglio 21

Francia: l’ignoranza di un Ministro, il rischio di un Paese Non insultiamo la padrona delle nostre imprese

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Il Ministro Luigi Di Maio ha scritto a ‘Le Monde’, esprimendosi della Francia come di un esempio didemocrazia millenaria (testuali parole) e con se stesso, ha messo a ridicolo tutto il nostro Paese.

Se volessimo essere semplicistici, basterebbe alzare le mani in segno di resa vicino a un’ignoranza così evidente, che va perfettamente a braccio con l’investitura di Pasquale Zagaria, alias Lino Banfi, all‘Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura e con l’esaltazione dei fratelli Wright, non perché primi a volare su un aereo motorizzato ma perché privi di laurea.
Ma pensiamo che non sia solo una desolata descolarizzazione la sua, per quanto evidente. Chi manovra il passo del Governo fantoccio probabilmente ha maggiori cognizioni o consapevolezze e sottovalutarne le potenzialità può essere un errore serio. Ne parliamo più avanti.

E torniamo alla Francia, patria dell’Illuminismo e di una rivoluzione che ha rappresentato alla fine del Settecento l’abolizione dei diritti feudali e con l’abbattimento dei tanti privilegi dell’Ancien Régime, furono per la prima volta definiti i diritti fondamentali dell’individuo. Ovvero l’affermazione concretizzata della borghesia, così ben indica Honoré de Balzac nelle sue opere. Dobbiamo questi principi alla Francia ed è un patrimonio immenso.

Ma a proposito di ricchezza, oggi alcune stime possono commentare più sagacemente qualunque aspirazione esterofila. Sono circa duemila le imprese italiane passate nelle proprietà di cittadini francesi, pur dando lavoro sul nostro territorio a più di 250.000 addetti. Questa situazione si concretizza in sostanza in una presenza fortemente francese sui piani di comando di un composito architrave di aziende italiane: se dal 1996 gli acquisti francesi in Italia sono quantizzabili in circa un centinaio di miliardi di euro, si è trattato di transazioni avvenute non con la minaccia di una pistola puntata alla tempia, a uso di qualsiasi ‘padrino’ nostrano, ma realizzate in cambio di quattrini o a saldo di debiti contratti per pura incapacità dei nostri capitani d’azienda che evidentemente sono e restano rei di non aver saputo gestire quanto loro affidato.
Fare un elenco di quello che non siamo stati in grado di tenerci sotto il nostro controllo equivale alla profanazione di un cimitero. Ci limitiamo a qualche indicazione, a partire da Parmalat, che il nostro orgoglio nazionale non ha saputo salvare dalla rovina di Callisto Tanzi, ma che si è potuta recuperare grazie all’intervento di Lactalis, un’azienda familiare che ha sede a Laval, nella Loira, proprietaria anche di Galbani.
E sempre in campo alimentare, Eridania, la più grande società saccarifera presente nel nostro Paese, dal 2016 è di Cristal Union.
Peggior storia è la grande distribuzione; i supermercati GS, fondati da Guido Caprotti, guariti malamente dalla misericordia dello Stato italiano, nel 2010 sono stati svenduti a Carrefour con tutta la situazione debitoria e oggi prosperano con 1.076 punti vendita in 18 regioni italiane.

È stata sfortuna quella del management di casa nostra? Poco probabile. Piuttosto ignoranza, incapacità e complicità è quanto ci ha trascinato in questo baratro, che ha travolto tutta la prima linea di moda e griffe trasferita alle imprese di François Pinault, grande amico di Jacques Chirac e a quelle di Bernard Arnault, già considerato dalla rivista ‘Forbes l’uomo più ricco di Francia.

Tante cose belle prodotte sul nostro territorio non sono più italiane e non possono tornare in Italia, perché da noi mancano i mercati, manca uno Stato che protegge gli investimenti e un sistema fiscale soffoca le iniziative senza dar nessun ritorno.

Vorremmo fermarci, ma dopo l’alimentazione, i supermercati e il design non si può tralasciare il ventaglio di telecomunicazioniTelecom Italia appartiene a Vivendi– e l’energetico, Edison è passata quasi integralmente a Edf, che partecipa pure in Acea, la multiservizi romana attiva nella gestione e nello sviluppo di reti e servizi nei settori di acqua, energia e dell’ambiente, tramortita dalle allegre gestioni di fuoriusciti o ricollocati da altre imprese affondate.

Nel finanziario, un’altra Caporetto. La Banca Nazionale del Lavoro, con 2,5 milioni di clienti tra privati, imprese e vari enti, guidata per anni da Nerio Nesi, dal 2006 è passata sotto il controllo di Bnp-Parisbas, e sorte analoga è toccata a Cariparma e Banca Popolare Friuladria, senza scordare l’onnipotente Mediobanca, la cui metà è di Vincent Bollorè, francese e padrone della già nominata Vivendi.
Potremmo poi ricordare Nuova Tirrenia e Pioneer, che da Unicredit è ora nelle mani della francese Amundi per oltre 3,5 miliardi di euro.

Ma ci eravamo ripromessi di mantenere una linea bassa e cerchiamo di rispettare quanto affermato. Però, come fare a non ricordare i settori a noi così cari dello spazio e di altri comparti di alta tecnologia, di cui parliamo sempre ai nostri lettori? E da ultimo, la notizia che Air France avrebbe deciso di sfilarsi dalla partita per il salvataggio di Alitalia mette in luce il precipizio in cui annega il trasporto aereo made in Itay e il rischio della cessione di un altro dei nostri beni strategici a imprenditori incapaci.

È evidente che la Francia non staccherà la spina a tutto l’ossigeno che le dà da vivere e che rappresenta un vero e proprio investimento remunerativo, cosa che l’Italia non ha saputo concretizzare, né nei suoi confini e nemmeno all’esterno.

Che la credibilità del nostro Paese ora sia ai minimi termini è fuor di dubbio, ma, come dicevamo in apertura, si deve guardare oltre le parole senza senso di un Ministro che non ha mai avuto un’esperienza politica e ha solo un forte bisogno di spazi per bilanciare l’invasività del suo rivale di Governo.
E in questo diamo ragione alla caporedattrice de ‘La Stampa’, Francesca Sforza, secondo cui l’assenza dell’Italia dal progetto di costituzione di una capacità operativa congiunta, promossa il 25 giugno 2018 da ministri della Difesa di nove Paesi europei, potrebbe essere il vero motivo per cui si cerca di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da una posizione di slacciamento del contesto europeo. «Perché gli italiani non partecipano? Che cosa c’è dietro questa tendenza all’isolamento?», si chiede il quotidiano piemontese.

È indubbio che un ulteriore schiaffo all’Europa non va troppo sventolato a quattro mesi dalla consultazione per l’Europarlamento in cui si stanno giocando molte reputazioni. Quanto, però, possa essere utile un eccessivo sovranismo alla nostra economia, e più di tutto a quel che rimane del nostro apparato produttivo, non ci è chiaro per niente, perché se qualche demagogo pseudo-pacifista si illude che basta non partecipare a programmi di armamenti per scongiurare i conflitti mondiali in una fase storica così turbolenta, farà bene a documentarsi sui rischi che può comportare un’assenza di difesa comune.
Oggi una non decisione non solo comporta comunque spese per dover amministrare e gestire apparati obsoleti, ma destabilizza comparti industriali, unità progettuali e non mette a riparo da soggezioni straniere. Né l’occhietto appena strizzato da Di Maio a Vladimir Putin con la promessa di abbattere le sanzioni tutt’ora in essere contro la Russia può cambiare verosimilmente le cose.

O è questo che vuole il Governo del cambiamento?

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