giovedì, Luglio 18

Francia: l’Operazione Turchese rispolverata dall’estrema destra contro Macron La provocatoria commemorazione sarebbe stata appoggiata dalla estrema destra del Fonte Nazionale di Le Pen, e dagli ambienti reazionari delle Forze Armate, per contrastare l’apertura del Presidente Macron al Rwanda e le indagini sulla compartecipazione francese all’Olocausto Africano

0

I combattimenti tra i soldati di Francia dell’Operazione Turchese e i ribelli del Fronte Patriottico Ruandese sono sempre stati negati da tutti i governi che si sono susseguiti dopo François Mitterand. A grande sorpresa durante la commemorazione dello scorso 14 giugno, per la prima volta, i generali coinvolti nell’operazione Turchese hanno pubblicamente ammesso questi combattimenti, anche se sono stati ben attenti a svelare il numero dei caduti anch’esso segreto di Stato. A farlo sono stati l’Ammiraglio Jacques Lanxade e il Colonnello Loïc Mizon.

«Le forze della Turchese sono state impegnate per quattro volte in scontri militari diretti contro il Fronte Patriottico Ruandese», dichiara Mizon. Lanxade si spinge oltre, ed entra nei dettagli del tentativo di Parigi di utilizzare la sua forza aerea per fermare il FPR e ribaltare le sorti della guerra. «Quando le FPR iniziarono a bombardare i campi rifugiati di Goma, nello Zaire, ordinai l’utilizzo dei Jaguar e dei Mirage per distruggere le batterie posizionate in territorio ruandese e in prossimità di Goma. Alla vista dei nostri aerei, i ribelli smobilitarono le batterie che pillonavano i campi profughi»,  rivela Lanxade.

Entrambi hanno affermato, durante i loro interventi alla cerimonia, che l’operazione turchese era trasparente e strettamente limitata a fornire assistenza umanitaria prima alla popolazione civile in Rwanda e successivamente ai rifugiati ruandesi nello Zaire.

L’aneddoto di Lanxade non corrisponde alla piena verità. Le forze aeree francesi non si limitarono ad una dimostrazione di forza, bensì bombardarono realmente le posizioni di artiglieria ruandesi. Questo fu l’unico attacco aereo possibile, in quanto gli Stati Uniti e la Gran Bretagna avevano chiarito al Consiglio di Sicurezza che qualunque utilizzo della forze aeree avrebbe chiarito che la cosiddetta operazione umanitaria era, in realtà, una avventura bellica tesa a difendere non i civili ma gli interessi nella regione di un Paese europeo dal passato coloniale.
Senza supporto aereo i soldati francesi che si scontrarono con i ribelli di Kagame e i soldati ugandesi furono fatti letteralmente a pezzi.

La provocatoria commemorazione, avvenuta lo scorso venerdì, sarebbe stata appoggiata dall’estrema destra del Fonte Nazionale di Marine Le Pen, e dagli ambienti reazionari delle Forze Armate, per contrastare l’apertura del Presidente Emmanuel Macron al Rwanda e le indagini sulla compartecipazione francese all’Olocausto Africano. Un terzo obiettivo è stato quello di indebolire e screditare le rivelazioni di ufficiali dell’Esercito francese che in questi ultimi anni hanno trovato il coraggio di parlare.

Il generale Jean Varret, responsabile della cooperazione militare Francia-Rwanda dal 1990 al 1993, recentemente ha affermato che l’Esercito francese in Rwanda andò oltre al mandato ufficiale ricevuto dalle Nazioni Unite, prendendo parte alla guerra civile al fianco delle milizie genocidarie.
Varret parlò chiaramente di gravi errori e di una lampante responsabilità della Francia nel genocidio ruandese. Le rivelazioni di Varret sono state fatte lo scorso marzo. Il generale in pensione ha sottolineato che queste rivelazioni e relative prove erano state da lui consegnate alla Commissione Parlamentare di Inchiesta sui fatti ruandesi nel 1998. Quindi, il Governo e il Parlamento da 21 anni sono a conoscenza di tutto quello che è successo, ma hanno preferito insabbiare la scomoda realtà.

«Vari alti ufficiali che occupavano posti chiave nelle Forze Armate si sono spinti troppo lontano. A tutti gli effetti si trattava di una lobby militare vicina la regime ruandese. Questi militari non hanno voluto prendere in considerazione i rischi e le responsabilità di un sostegno militare a Habyarimana, che andava oltre agli accordi di cooperazione che prevedevano l’addestramento e la fornitura di armi ed equipaggiamento militare e vietava assolutamente l’ingaggio diretto dei soldati francesi nella guerra civile in corso. Ricevetti svariate pressioni da questa lobby al fine di sostenere il loro piano», ha affermato Varret.

«Durante una riunione con il Comandante della Gendarmeria ruandese ricevetti la richiesta di armi pesanti. Una richiesta che rifiutai, in quanto la Polizia non può avere in dotazione armi pesanti dell’Esercito. Furioso il Comandante ruandese fece uscire i presenti e mi parlò direttamente. “Vi domando queste armi perché la Gendarmeria sta aiutando l’Esercito a liquidare il problema che tutti conosciamo: i Tutsi. Non sono troppo numerosi, quindi possiamo farcela con il vostro aiuto”. Rimasi allibito da questa spontanea confessione del genocidio».

Il generale Varret spiega anche la sua decisione di dimettersi dall’incarico ricevuto in Rwanda. «Era chiaro cosa volevano i nostri alleati ruandesi, come erano chiare le intenzioni della lobby guerrafondaia del nostro Esercito. Visto che ricevetti pressioni anche dalla Presidenza, capii che l’unico modo per non essere responsabile di questo grave errore era dimettersi. Per fortuna che sono partito. Quello che è successo dopo con l’Operazione Turchese è stato semplicemente orrendo. Penso che il Governo Mitterrand e lo Stato Maggiore erano convinti che fosse l’unica azione possibile. Purtroppo la Storia ha provato che queste scelte sono state un grave errore che ci ha reso responsabili del genocidio. Nessuno all’epoca ha veramente riflettuto sulle conseguenze».

Nelle interviste rilasciate ai media francesi, il generale Varret ha dichiarato di non essere a conoscenza di una partecipazione diretta dei soldati franco-senegalesi nel genocidio. «In tutti i modi posso affermare che i nostri soldati hanno lasciato le milizie massacrare i tutsi che erano intrappolati nella zona che controllavamo». Varret si riferiva sopratutto al massacro di Bisesero, avvenuto tra il 28 e il 30 giugno 1994, quando i soldati delle Forze Armate Ruandesi e le milizie Interahamwe attaccarono la collina di Bisesero, dove si erano rifugiati 48.000 civili tutsi.  Solo 2.000 di essi riuscirono a scappare e furono successivamente protetti dai soldati francesi dell’Operazione Turchese, che a posteriori furono accusati di complicità per non essere intervenuti a fermare il massacro.
Esiste anche una seconda versione assai più orrenda, raccontata dai sopravvissuti. Dopo i primi tentativi di conquistare la collina di Bisesero fatti dalle forze genocidarie ruandesi tra il 27 e il 29 giugno 1994, il 30 giugno 600 soldati francesi partecipano all’assalto finale, durante il quale 48.000 tutsi furono trucidati. Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, vari soldati francesi avrebbero issato le teste tagliate delle vittime sulle baionette dei loro fucili. Altri si sarebbero abbandonati a stupri prima di uccidere gli ‘scarafaggi’ come venivano identificati i tutsi dal regime Hutupower.

La partecipazione diretta al massacro di Bisesero, come tutti gli scontri avvenuti tra l’Esercito francese, i partigiani di Paul Kagame, l’Esercito ugandese e le forze speciali americane, sono sempre stati negati da Parigi. Non è stato ancora possibile fare piena luce sull’ignobile massacro di Bisesero anche a causa della decisione, presa il 31 ottobre 2017 dal Presidente della Camera Istruttoria della Corte d’Appello di Parigi, di archiviare il processo che doveva riguardare vari alti ufficiali francesi dell’Operazione Turchese. Il 31 ottobre 2017 verrà ricordato dai ruandesi e dagli africani in generale come il giorno in cui la giustizia della democrazia occidentale è stata negata dinnanzi all’evidenza per ragioni di Stato.

Nel 1997, il primo a parlare del coinvolgimento diretto di soldati francesi nello sterminio di tutsi in Rwanda fu Jacques Bihozagara, ex Ambasciatore ruandese in Francia e cofondatore delle Forze Patriottiche Ruandesi. «L’Operazione Turchese aveva come obiettivo proteggere gli autori del genocidio e permettere che il genocidio dei tutsi continuasse nelle zone controllate dai soldati francesi denominate Zone Turquoise». All’epoca l’accusa fu liquidata senza esitazione. Che valore potevano avere le dichiarazioni di un nemico della Francia?

Nel 2014, la testimonianza di Bihozagara fu convalidata dalle deposizioni giurate del capitano del 68simo reggimento di artiglieria Guillaume Ancel, rilasciate alla Commissione della Difesa Nazionale francese incaricata di aprire le indagini sugli avvenimenti in Rwanda. Ancel riprese la sua cruciale quanto ostacolata testimonianza durante il processo farsa del dicembre 2017, intentato da giudice francese Jean-Marc Herbaut con l’obiettivo di condannare in contumacia il Ministro della Difesa ruandese, il generale James Kabarebe, indiziato dell’assassinio del Presidente Juvenal Habyarimana (6 aprile 1994 data di inizio del genocidio) per provocare intenzionalmente il genocidio e facilitare la conquista del Rwanda da parte del FPR. Herbaut di fatto aveva riaperto il caso, già archiviato nel 2012 dai giudici del Tribunale di Parigi Marc Trèvidic e Nathalie Poux per insufficienza di prove.

Al processo, il capitano Ancel fece saltare i piani del giudice Herbaut e dei suoi mandanti con una testimonianza a sorpresa che smascherò il super-testimone e le presunte prove che il generale Kabarebe avesse comandato personalmente un commando di ribelli, sparando sull’aereo presidenziale in fase di atterraggio, presso l’aeroporto internazionale di Kigali, nella sera del 6 aprile 1994. Sul Dassault Falcon 50 si trovavano il Presidente Habyarimana in compagnia del suo omonimo burundese Cyprien Ntarymira.
I due presidenti stavano rientrando da Arusha, Tanzania, dove si erano accordati per una pace con il Fronte Patriottico Ruandese e la creazione di un governo di unità nazionale. La pace siglata in Tanzania fu considerata dai falchi del regime ruandese e dalla Cellula Africana a Parigi un vero atto di inaudito tradimento. Juvenal Habyarimana e un milione di suoi concittadini pagarono questo atto con la vita.
Il Capitano Ancel smascherò il super testimone dell’accusa rivelando che si trattava di un agente ruandese pienamente coinvolto con le Interahamwe durnate il genocidio.  

La testimonianza resa dal Capitano Ancel rivelò nei dettagli anche le numerose consegne di armi fatte dalla Francia a favore delle Interahamwe e dell’Esercito regolare FAR (Forze Armate del Ruanda). Consegne fatte in segreto a partire da Goma, città congolese frontaliera con la città ruandese di Giseni, presidiata all’epoca dalla truppe francesi. La testimonianza di Ancel distrusse tutto il castello di menzogne storiche architettato dalla magistratura francese.

Improvvisamente il Governo di Parigi impose un silenzio totale su questo caso giudiziario, ordinando di fatto la sua archiviazione, per non rischiare che sul banco degli imputati ci finissero i responsabili politici e militari francesi dell’epoca al posto del generale ruandese Kabarebe. Il capitano Guillaume Ancel ha rilanciato le sue dettagliate testimonianze lo scorso 5 aprile attraverso una intervista esclusiva al quotidiano ‘Le Monde’.  

La tentata e fallita procedura giudiziaria contro il Generale Kabarebe, oltre ad essere mirata a gettare la responsabilità del genocidio sull’attuale Governo, discolpando i veri autori, alleati della Francia, era anche una qualche sorta di vendetta personale contro Kabarebe, che alla fine degli anni Novanta  comandava le forze di invasione ruandesi nel Congo che fecero terminare il monopolio di influenza politica della Francia sul importante Paese, causando immensi danni agli interessi economici francesi nella regione. Interessi solo ora parzialmente ristabiliti proprio dalla politica di distensione voluta dal Presidente Macron.

Con la non prevista e non prevedibile commemorazione dell’operazione Turchese dello scorso 14 giugno, il Ministro della Difesa, Florence Parly, ha di fatto aperto una crisi all’interno del governo di Macron, probabilmente con l’obiettivo di fermare la neonata collaborazione politica ed economica con il Rwanda, proteggere i criminali francesi o addirittura per riprendere i folli piani di conquista del perduto Paese africano.

Le intenzioni guerrafondaie nutrite da una parte di politici e una consistente parte di alti ufficiali dell’Esercito non è spiegabile solo con la necessità di nascondere i loro crimini. Il Rwanda rappresenta la terza e più orrenda sconfitta della Francia dopo la guerra di Indocina e la guerra di Algeria. In entrambe le tre guerre i soldati francesi si resero responsabili di inauditi crimini contro i civili, ma è nel Rwanda che la Francia si macchia di genocidio.
Questo impensabile crimine ha aperto una netta e profonda spaccatura nella società francese tra chi non esita a condannare le scelte politiche fatte, richiedendo che i responsabili siano portati in tribunale, e chi ancora oggi, nonostante un milione di morti, difende ancora queste scelte, definendole necessarie per fermare i Kmer Neri, come venivano chiamati da Parigi i combattenti della libertà guidati da Paul Kagame, che riuscirono a fermare il genocidio e a liberare il Paese dopo quasi trent’anni di atroce dittatura razziale sostenuta senza riserve dalla Francia.

(La prima parte è stata pubblicata il 17 giugno 2019)

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore