giovedì, Giugno 20

Francia in Africa, oltre il franco coloniale La moneta coloniale non incide così pesantemente nel rapporto tra Francia e le sue ex colonie africane, ne parliamo con i ricercatori IAI Luca Barana e Nicola Bilotta

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Nella giornata di ieri è scoppiato un caso diplomatico tra Parigi e Roma a seguito delle forti dichiarazioni rilasciate dal Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, nonché vicepremier, Luigi Di Maio, il quale ha dichiarato – sulla scia delle insinuazioni che precedentemente erano state avanzate dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, e dall’alfiere pentastellato, Alessandro Di Battista – che «se la Francia non avesse le colonie africane, che sta impoverendo, sarebbe la quindicesima forza economica internazionale e invece è tra le prime per quello che sta combinando in Africa». Affermazioni destinate a non cadere nel vuoto dato che, dopo l’intervento del Ministro, l’ambasciatrice italiana a Parigi, Teresa Castaldo, è stata convocata dal Ministero degli Esteri francese, mentre fonti diplomatiche transalpine hanno fatto sapere che «queste dichiarazioni da parte di un’alta autorità italiana sono ostili e senza motivo visto il partenariato della Francia e l’Italia in seno all’Unione europea. Vanno lette in un contesto di politica interna italiana».

Ma realmente senza le ex colonie la Francia sarebbe la quindicesima economia al mondo? come funziona realmente il franco CFA? Che impatto ha sul fenomeno migratorio?

Per rispondere a queste ed altre domande e capire meglio la questione monetaria ‘coloniale’ francese, gli interessi economici che vi gravitano intorno e come è definita la politica francese in Africa abbiamo contattato due ricercatori dello IAI (Istituto Affari Internazionali): Luca Barana, esperto di relazioni esterne dell’Unione Europea, in particolare dei rapporti con l’Africa e delle politiche sulle migrazioni, e Nicola Bilotta, esperto di economia politica internazionale e regolamentazione finanziaria.

Certamente oggi la Francia ha ancora un peso notevole nelle regioni di lingua francofona, in particolare in Africa centrale e occidentale”, dice Barana, “quest’influenza si manifesta, ad esempio, nei legami che le istituzioni francesi, molto spesso nei decenni scorsi, hanno saputo  trattenere con le élite di Governo africane”.

La Francia, oggi, è uno degli partner commerciali più importanti dell’Africa e, nel 2017, 38.000 delle sue aziende hanno esportato oltre 53 miliardi di euro. Nonostante i numeri, sempre nel 2017, la Francia è stata superata dalla Germania come primo Paese europeo esportare nel continente nero. La Cina, poi, negli ultimi anni sta investendo pesantemente in Africa, anche nei Paesi che rappresentano il cosiddetto universo Françafrique. Per esempio, in Costa d’Avorio – come riporta ‘Bloomberg’- anche se l’Esagono rimane il primo partner commerciale, il Dragone ha ottenuto contratti per costruire stadi di calcio, un’espansione portuale, un impianto di acqua potabile e una strada costiera tra Abidjan e la località turistica di Grand Bassam.

All’interno delle ex-colonie francesi agiscono le società di costruzioni Bolloré, il gigante petrolifero Total e il gruppo delle telecomunicazioni Orange. Compagnie francesi sfruttano le riserve dei territori degli Stati francofoni per estrarre uranio come in Niger e Gabon. Proprio in Niger, poi, la Francia è presente con missioni militari come il G5 Sahel che vedono schierate i contingenti francesi ai confini delle regioni della zona.

Una delle questioni più controverse sul rapporto Francia-Africa sta nella politica monetaria e nel ruolo del cosiddetto franco CFA, il franco africano o coloniale, assurto dagli oppositori come vero e proprio simbolo delle catene che tengono imprigionate l’economia e la vita socio-politica delle ex colonie francesi.

Il franco CFA, introdotto nel 1945 dal generale Charles de Gaulle dopo gli accordi di Bretton Woods, è la valuta comune di molti Paesi africani che un tempo costituivano l’impero coloniale francese.  Con il tramonto dell’età coloniale solo 14 Stati hanno mantenuto questa moneta. Questi Paesi sono divisi oggi in Unione economica e monetaria dellAfrica occidentale (UEMOA: Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal, Togo) e Comunità economica e monetaria dellAfrica centrale (CEMAC: Camerun, Chad, Centrafrica, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale). Entrambe le comunità monetarie hanno una Banca centrale.

Il funzionamento del franco CFA, le cui regole sono state redatte nei trattati del ’59 e del ’62, si basa sostanzialmente su quattro pilastriPrimo, il tasso di conversione tra CFA e euro è fisso (1 euro=655,957 franchi CFA). Secondo, la Francia garantisce la convertibilità illimitata del CFA in euro, “ciò vuol dire che il Governo francese garantisce la liquidità ai Paesi africani che sono all’interno di questa moneta”, spiega Bilotta. Terzo, i trasferimenti di capitali tra la zona franco e la Francia sono liberi. Quarto, i Paesi africani che utilizzano il franco CFA hanno l’obbligo di depositare il 50% delle loro riserve in valuta estera presso il Tesoro francese ed è grazie a questi depositi che sostanzialmente  il cambio è mantenuto fisso. “Il fatto che il Tesoro francese abbia il 50% delle riserve delle due banche centrali delle due comunità economiche e finanziarie”, continua l’economista, “significa che si è deciso che le riserve di valuta estera devono essere del 20% superiore alla moneta circolante, questo per sopperire alla mancanza di liquidità e per garantire una stabilità della moneta”. Proprio questo punto è quello a cui si appigliano i detrattori della politica economica ‘coloniale’ francese, chiamando tassa la percentuale del controllo delle riserve in valuta estera da parte della Francia. “Non sono tasse, sono riserve valutarie”, afferma Barana, che spiega come ciò “fa parte del funzionamento del franco africano. Parigi chiede in garanzia, rispetto al proprio impegno di mantenere il cambio fisso del franco CFA, che le banche centrali dell’Africa occidentale e centrale mantengano il 50% delle proprie riserve valutarie in Francia. Addirittura questa soglia si è abbassata, fino al 2005 era al 65%”.

Ovviamente questa unione monetaria africana presenta vantaggi e svantaggi. “Nel caso delle ex colonie francesi, quando gli economisti illustrano gli aspetti positivi di questa unione monetaria, sono due i fattori principali”, dice Bilotta che li illustra: “il primo è la garanzia di stabilità di una moneta che in delle economie in via sviluppo è molto fragile, sensibile a shock interni ed esterni e che corre il rischio di un’inflazione rampante. Secondariamente si pensa che avere un’unione monetaria possa aiutare anche il commercio dei diversi Paesi dell’area. Chiaramente se tu hai una stessa valuta permetti uno sviluppo dei Paesi che fanno parte dell’area”. Dall’altra parte, invece, sono diverse le critiche avanzate a questo sistema: la mancanza di sovranità monetaria dei Paesi membri, “poiché con l’unione monetaria perdi la capacità di implementare degli aggiustamenti fiscali e di avere una Banca centrale che delinea la politica monetaria”; il ruolo preponderante della Francia all’interno delle commissioni che si occupano di delineare la politica monetaria all’interno delle due Banche centrali delle due aree del franco africano; si crede, poi, che abbia favorito le classi agiate dei Paesi africani; il fatto che NON abbia giovato alle esportazioni e al commercio tra i diversi Paesi, che non  abbia garantito un aumento dei prestiti alle imprese e, quindi, posto un freno all’industrializzazione. “Un punto a favore di quest’ultima posizione”, dice Bilotta, è che effettivamente, negli ultimi anni, l’export dai Paesi dell’area franco-africani ai Paesi europei è molto diminuito  a favore di Paesi come Cina e India”.

Ma la politica monetaria francese, e la Francia in generale, è stata anche accusata di indebolire e distruggere economicamente i Paesi che aderiscono al franco CFA e, dunque, di causare la migrazione verso l’Italia e l’Europa. “I dati ci dicono che i principali Paesi di provenienza dei flussi migratori verso l’Italia non sono costituti da Paesi in cui l’influenza della Francia è maggiore”, spiega Barana, “nel 2018, dei migranti arrivati nel nostro Paese, solo 2.000 appartengono all’area francofona. Accomunare la questione dell’aumento dei flussi migratori verso l’Italia a politiche della Francia in Africa è riduttivo. È una questione reale quella della presenza e dell’influenza della Francia nell’area francofona africana, ma legarla alla questione migratoria è difficile al momento”.

Venendo dunque a capo dei pro e dei contro del franco CFA, bisogna capire quanto realmente incida questa moneta sull’economia transalpina e quanto ci guadagni la Francia. “Per quanto riguarda gli interessi diretti, quindi gli interessi che la Francia matura sui depositi che le Banche centrali versano al Tesoro francese non sono numeri che spiegano fanno senso nel contesto del bilancio dello Stato francese”, spiega ancora Bilotta, “secondo alcuni studi i depositi sarebbero di circa 7.000 miliardi di franchi CFA, circa 10 miliardi di euro, che aiuterebbero la Francia a pagare circa lo 0,5% degli interessi sul debito pubblico francese”.

È difficile, dunque, dire se l’economia francese senza questi depositi cambierebbe o meno o se sarebbe la seconda in Europa.

A livello diretto, cioè di interessi maturati, cambierebbe davvero poco. Esiste poi un’influenza indiretta che va anche al di là del franco africano”, continua l’economista, “il punto fondamentale è che il rapporto Francia-Africa, prima di essere economico, è politico. Il retaggio storico del colonialismo francese in quegli Stati si riflette nella creazione di un legame storico tra le élite francese e quelle regionali  che quindi crea un rapporto privilegiato tra aziende private e pubbliche francesi e i territori. È un retaggio politico che si riflette sull’economia. Se tu crei un retaggio storico e quindi dei legami tra l’elite e le aziende pubblico/private può essere  che la tua influenza ti permetta di avere accesso a contratti di sfruttamento delle materie prime. I vantaggi economici derivano da questo legame speciale che c’è tra questi Paesi e la Francia”.  

Francia e Africa, dunque, sono unite da un legame che nel tempo ha assunto varie forme ed è ora indissolubile. Ma che peso avrebbe effettivamente la Francia sullo scenario politico internazionale senza questi legami con le ex colonie africane?

Questo penso sia la questione cruciale”, afferma Barana, che conlcude, la ragione profonda per cui, fin dal momento in cui i Paesi che erano colonie francesi hanno conquistato l’indipendenza negli anni ’60, la Francia ha voluto con fortissima  determinazione il proprio legame con questi Paesi, sta nel fatto che mantenere questi legami era la ragion d’essere della Francia in quanto grande potenza. Questa dinamica è nata nell’ambito della guerra fredda, dove la Francia riteneva di ritagliarsi un proprio ruolo fra le due potenze, che erano Russia e USA, grazie ai rapporti privilegiati con le ex colonie, ma tuttora la Francia ha una politica attiva nel mantenimento di questi legami.

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