mercoledì, Settembre 23

Francia: elezioni amministrative, la débâcle di Macron, tra astensione e ‘vie en vert’ Sconfitta rovinosa per En Marche, record di astensione, boom per i Verdi, repubblicani e socialisti in grande spolvero: il secondo turno delle municipali terremota la politica francese

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Dopo mesi di lockdown a causa della pandemia di Coronavirus, ormai in piena Fase 3, ieri, in Francia, per la prima volta, si sono riaperte le urne per il secondo turno delle elezioni amministrative, applicando il rigido protocollo sanitario imposto dal governo con un decreto emanato il 17 Giugno scorso: seggi organizzati in modo tale da consentire agli elettori di mantenere lo spazio necessario attorno a loro; obbligo di portare la mascherina per tutti (tranne portatori di handicap e chi è dotato di un certificato medico) e rispettare il distanziamento sociale; interruzione dell’obbligo di timbrare le carte elettorali così da ridurre il contatto fisico e quindi il rischio di contagio; gel disinfettante disponibile all’entrata dei seggi; agevolazioni al voto per procura, che permette a un elettore di delegare un’altra persona a votare al suo posto.

Con queste restrizioni, 16 milioni di cittadini di 4.820 città, da Parigi a Bordeaux, da Lione a Marsiglia, erano chiamati a recarsi ai seggi – aperti dalle 8 di mattina, si sono chiusi alle ore 18-19 nelle piccole località di provincia e alle 20 nelle città più grandi – per eleggere i nuovi sindaci e i nuovi consigli comunali

Il primo turno si era svolto il 15 Marzo scorso scatenando, non solo nell’opinione pubblica francese, perplessità e polemiche, per la decisione del governo, su consiglio del comitato scientifico, di rispettare il calendario e non rinviare la tornata elettorale. La settimana successiva, il 22 Marzo, era previsto il ballottaggio, ma, proprio in quei giorni, la Francia iniziò, seguendo l’esempio dell’Italia, il suo lockdown per contenere l’epidemia di COVID-19. Al primo turno, la partecipazione fece segnare il minimo storico, con un tasso di affluenza del 44,3%. 

Già tre mesi fa, l’esito era stato ribaltato dal  successo dei candidati del partito Europe Écologie Les Verts (EELV) – al governo in una sola città con più di 100mila abitanti, Grenoble, dove il sindaco, Eric Piolle, correva per la rielezione – in linea di continuità con il buon risultato già ottenuto un anno fa alle europee, quando il partito dei Verdi conquistò il 13,4%, davanti a socialisti e France Insoumise. Per EELV, era rimasta aperta la sfida di Lione, la terza metropoli francese, dove il 46enne Grégory Doucet, dirigente dell’ong Handicap International, aveva avuto la meglio al primo turno, ottenendo il 28,5% dei consensi, battendo il candidato ex marconista, Yann Cucherat. In bilico c’erano anche Strasburgo, Lille e Besançon dove il secondo turno doveva essere giocato tra ambientalisti e altri candidati della sinistra. A Bordeaux, invece, Nicolas Florian, fedele dell’ex premier, Alain Juppé, era chiamato alla resa dei conti con il verde Pierre Hurmic, ma, come vedremo, primo caso nella storia della città, non si era riusciti ad eleggere il sindaco già al primo turno. L’uscente sindaco di Tolosa, Jean-Luc Moudenc, sostenuto da Les Républicains (LR), doveva affrontare l’ambientalista Antoine Maurice, sostenuto da una lista di coalizione tra socialisti, comunisti e France Insoumise. 

A più di 90 giorni di distanza, a farla da padrone ancora una volta l’astensione, attestatasi al 60% ( affluenza del 40%, ben lontana dal 63,7% delle amministrative del 2014), record negativo nella Quinta Repubblica. “C’è un evidente disinteresse provocato da questa calendarizzazione”, ha affermato in un’intervista all’emittente radiofonica ‘Europe 1’ Jerome Fourquet, direttore del dipartimento opinioni e strategie dell’Istituto francese dell’opinione pubblica (Ifop). Il ballottaggio, in questo senso, indetto in una giornata molto calda di inizio estate, rivela la forte demotivazione degli elettori che si sono visti eliminare il proprio candidato al primo turno, ma la cifra ha destato nel Presidente Emmanuel Macron ‘preoccupazione’: il timore è che la forte astensione sia da ascrivere anche all’intenzione di contestare le sue politiche. “L’astensione deve interrogarci. I francesi stavano pensando a qualcos’altro, in particolare all’imminente crisi economica. Ma c’è anche un problema di profonda sfiducia nella vita politica. È una sfida che dobbiamo ancora affrontare”, ha scritto su Twitter Stanislas Guerini, Executive Officer di En Marche.

Confermata al secondo turno la rivoluzione della  ‘Vie en vert’. «Quella che ha vinto stasera è la volontà di un’ecologia concreta, di un’ecologia in azione», ha dichiarato Yannick Jadot, il deputato europeo segretario dell’EELV, che, pensano molti commentatori, vede adesso prendere forma nei fatti una candidatura alle elezioni presidenziali del 2022. Il partito ecologista si è, infatti, aggiudicato la guida delle maggiori città di Francia supportato da coalizioni di centro-sinistra, con EELV come principale partito in alleanza con il piccolo partito centrista dei radicali di sinistra, i socialisti, i comunisti o la gauche radicale di Jean-Luc Mélenchon

Nello specifico, un primo cittadino verde è stato eletto in una delle prime città dove attecchì il ‘macronismo’ durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2017, ovvero Lione, dove il candidato ecologista Grégory Doucet con il 53,5%, rispetto al 30,5 per cento del repubblicano, Yann Cucherat, e al 16% del macronista, Georges Kapenekina, succede a Gérard Collomb, ex socialista, poi divenuto fonte di ispirazione e ‘magister’ per l’attuale inquilino dell’Eliseo. Sindaci ecologisti anche a Besançon, con Anne Vignot (44%), a Strasburgo con Jeanne Barseghian (43%), a Tours con Emmanuel Denis (55%) a Poitiers con Léonore Moncond’huy (43%), a Annecy con François Astorg (45%).

Più emblematica della forza d’urto dell’onda verde’ è, nonostante la presenza di un terzo candidato di sinistra, Philippe Poutou, la vittoria (con il 46% dei consensi) a Bordeaux del candidato ecologista appoggiato da comunisti e socialisti, Pierre Hurmic, sull’avversario repubblicano, Nicolas Florian, che aveva avuto la meglio al primo turno e aveva poi incassato il sostegno del candidato macronista, Thomas Cazenave. Un vero e proprio ribaltamento per la città atlantica che, per la prima volta dopo ben 73 anni, non avrà un sindaco di destra come gli unici due che si sono succeduti nel secondo dopoguerra, Jacques Chaban-Delmas e, dal 1995, Alain Juppé. Un regno incontrastato quello dei due predecessori di Hurmic tale che sono riusciti sempre a vincere al primo turno.

Seppur per un soffio (circa 220 voti), l’impresa è fallita a Lille, dove l’ex Ministra socialista e figlia dell’ex presidente della Commissione europea Jacques Delors, Martine Aubry è riuscita a spuntarla sul candidato ecologista Stéphane Baly – che, a spoglio terminato, le ha voluto porgere un «saluto repubblicano» – avviandosi al quarto mandato consecutivo dal 2001, quindi per altri sei anni dopo i 19 già passati, nonostante, diversi mesi fa, avesse annunciato la volontà di non ricandidarsi. Poco tempo dopo, il ripensamento: «Voglio portare a termine la transizione ecologica di Lille, che non potrà funzionare se dimentica la questione della giustizia sociale».

Quello che non è riuscito a Lille, e cioè la coalizione tra verdi e socialisti, è riuscito nella seconda città del Paese, Marsiglia, con la socialista di gran fede ecologista, Michèle Rubirola, medico nei quartieri poveri Nord della città. Rubirola, alla guida della lista Printemps Marseillaise, sostenuta da diversi partiti di sinistra, ha ottenuto il 39,9% dei voti, battendo la sfidante repubblicana, Martine Vassal, ferma al 29,8%, e il candidato del Rassemblement National, Stéphane Ravier che non supera il 19,8%.

Anche nella capitale francese, Parigi, è una socialista a vincere e a conquistare la fascia tricolore, la sindaca uscente, Anne Hidalgo, confermata alla guida della Ville Lumiere con il 49% dei voti (era il 29% al primo turno) grazie ad un’alleanza con i verdi (che avevano preso il 10,8% al primo turno), guidati da David Belliard, e i comunisti sulla base di un programma ecologista che, tuttavia, già nei mesi passati, aveva diviso i parigini su assetto urbano (per esempio, la trasformazione delle sponde della Sennana in passeggiate) e lotta al traffico auto (tentativo di vietare le auto ad alto inquinamento dalle strade durante la costruzione di piste ciclabili).

“Parigi ha scelto la speranza” ha esultato, con il suo team, la Hidalgo sulla piazza dell’Hotel de Ville, rilanciando un’alleanza “ecologica e sociale”. A contenderle il posto, Rachida Dati (con la quale, si dice, ci sia una stima reciproca), che ha ottenuto circa il 31% dei voti, felice comunque di aver “rivitalizzato la destra” nella capitale, e la ex Ministra della Salute, la marconiana Agnès Buzyn, che aveva sostituito l’iniziale candidato di En Marche, Benjamin Griveaux, travolto da uno scandalo di sexting. Arrivata terza con poco più del 16% delle preferenze e senza riuscire ad entrare nel consiglio comunale, poche ore dopo il voto, Buzyn ha rilasciato un’intervista durissima a ‘Le Monde’, in cui ha accusato il governo di aver gestito in modo pessimo le prime fasi della pandemia, e in cui ha rivelato di aver accettato la candidatura, nonostante fosse convinta che le elezioni non si sarebbero tenute a causa della pandemia.

Soprannominata ‘Regina Anne’ e accusata di essere una ‘socialista dello Champagne’ che difende le politiche di mobilità che avvantaggiano le élite che non devono usare i mezzi pubblici o le auto per i loro spostamenti, Hidalgo è presto diventata bersaglio di una campagna aggressiva e talvolta sessista da parte delle forze di opposizione: “Devo ammettere che durante questo mandato, la lotta a volte è stata molto difficile, a volte persino violenta quando gli attacchi sono stati fatti a casa. Devi essere solido per essere sindaco di Parigi”, ha confessato recentemente la sindaca sulle pagine de ‘Le Figaro’. Sullo stesso giornale, la rivale Rachida Dati aveva criticato fortemente le politiche urbanistiche della sindaca: “Più di 900.000 persone provenienti dall’Île-de-France vengono a lavorare ogni giorno a Parigi. Sono … tutti coloro che hanno aiutato Parigi a mantenere la propria posizione durante il parto. E la gratitudine della signora Hidalgo è di bloccare il loro accesso a Parigi ancora di più “.

Da prima cittadina, Hidalgo ha dovuto gestire le crisi degli attacchi terroristici, cosa che ha fatto molto bene, guadagnandosi il rispetto di molti leader internazionali tanto da far vincere alla capitale francese la gara per i Giochi olimpici estivi del 2024. A questo riguardo, è stata da molti criticata per i ritardi del progetto da oltre 20 miliardi di euro della ‘Grand París Express’, quattro nuove linee metropolitane, per un totale di 200 chilometri e 60 nuove stazioni, per collegare meglio il cuore della città con i suoi sobborghi, rendendola più appetibile per cittadini e aziende, anche in vista del grande evento sportivo. 

Discreta, ma visionaria e determinata, Hidalgo, che presiede il gruppo di leadership sul clima C40 Cities, è alla guida di una macchina imponente quale è quella del Comune di Parigi, con un budget di 7 miliardi di euro e 55.000 dipendenti pubblici. E non bisogna dimenticare che, sebbene neghi di avere ambizioni nazionali per le presidenziali del 2022 dicendo «Parigi mi riempie», l’ufficio del sindaco di Parigi è stato spesso trampolino di lancio per politici che hanno segnato la storia francese come Jacques Chirac. Inoltre la sindaca Hidalgo si è affermata come una delle poche politiche socialiste ad aver resistito al tornado rappresentato da Emmanuel Macron che – secondo quanto da lei sottolineato in un’intervista a ‘Le Monde’ nel 2017 – “è l’incarnazione della riproduzione sociale dell’élite. Nel suo lavoro quotidiano non ho percepito né la modernità che mi avrebbe abbagliato né un rapporto con la democrazia che mi dia fiducia”.

La rielezione di Hidalgo potrebbe quindi essere letta anche come un duro colpo inferto al Presidente Macron in una città che, a primo impatto, potrebbe essere suo feudo (come lo è stato alle presidenziali, allo stesso modo di Lione), piena com’è di un elettorato urbano ricco che aveva votato in massa per lui alle ultime elezioni presidenziali. Nel caso della capitale, la République en marche (LREM), il partito del capo dello Stato, come si ricordava sopra, si è diviso tra due candidati e poi ha dovuto cambiare in corsa quello ufficiale Benjamin Griveaux, sostituito da Agnès Buzyn distaccata nei sondaggi di ben 20 punti da Hidalgo. 

Del resto, la débâcle della LREM che si ritrova, a quattro anni dalla sua creazione, senza alcun sindaco o consigliere municipale (obiettivo dichiarato apertamente era far eleggere in tutto 10 mila consiglieri), è piuttosto cocente, se non si considera l’unica eccezione esemplificata dal trionfo con il 58% contro il candidato comunista Jean-Paul Lecoq, a Le Havre, un piccolo borgo portuale della Normandia, del Primo Ministro Edouard Philippe, sebbene non iscritto alla LREM ed ex Repubblicano, che vede confermato il boom di popolarità avuto nel corso dei tre mesi di emergenza pandemica, anche a scapito, a detta dei più maliziosi, dello stesso Macron. 

Tuttavia, in alcune città come Tolosa, Bordeaux o Lione – dove il candidato macronista, Yann Cucherat, ha deciso di farlo, senza consultarsi con la dirigenza del suo partito – LREM si è alleato per il secondo turno con la destra dei Républicains. In questo modo, il baricentro del partito è stato percepito come sbilanciato a destra, benché il Presidente Macron abbia annunciato che in quest’ultima fase del suo mandato porrà i temi ambientali in cima alle sue priorità. Ma a guadagnarci, sono i Repubblicani, come dimostra il caso di Tolosa dove Jean-Luc Moudenc, sindaco uscente repubblicano,  sostenuto da LREM, ottiene il 51,6%, contro la coalizione di sinistra (formata da Verdi, socialisti, comunisti, La France Insoumise) guidata da Antoine Maurice, al 48,4%.

La sua recente formazione e la sua scarsa presenza sul territorio in questi ultimi anni non hanno certamente aiutato LREM a livello locale. A questi elementi, vanno aggiunte – ha spiegato la portavoce del governo, Sibeth Ndiaye – «le divisioni interne di un movimento che è comunque nato appena quattro anni fa». “È importante, per un giovane movimento politico come il nostro, iniziare a far eleggere funzionari che si assumono la responsabilità a livello locale. È anche un modo di seminare semi per il futuro “, ha riconosciuto Gabriel Attal, giovane esponente del LREM e del governo.

La sconfitta di LREM non ha però aiutato il  Rassemblement National. Sicuramente è stato fonte di soddisfazione per Marine Le Pen vedere il suo ex compagno ed ex consigliere politico, Louis Aliot, prevalere con il 53% a Perpignan, nel Sud, al confine con la Catalogna, contro il sindaco uscente di destra, Jean-Marc Pujol, che era al potere dal 2009, ma ha toccato il 47%. Aliot si presentava a capo di una lista eterogenea, con esponenti reclutati anche dalla sinistra, ma senza il simbolo del Rassemblement national. In questo modo, Aliot ha potuto sfondare il ‘tetto di cristallo’ e allargare il proprio elettorato: «il primo messaggio è che il fronte repubblicano è caduto questa sera a Perpignan, e potrebbe cadere altrove domani», ha evidenziato il nuovo sindaco. 

Per la prima volta nella storia, quindi, il partito di estrema destra, ha conquistato il governo di una città di 120.000 abitanti. Eppure è, al momento, ottenuta grazie alla rinuncia del logo, l’unica vittoria del partito della Le Pen in queste elezioni, sebbene al primo turno del 15 marzo scorso abbia confermato sette dei suoi sindaci nelle principali roccaforti del RN, come David Rachline a Fréjus, nel Sud, e Steeve Briois a Hénin-Beaumont, nel Nord. Secondo i dati riportati dal quotidiano ‘Libération’, il RN ha perso il 4,79% dei voti rispetto alle comunali del  2014 dove l’allora Front National vinse il governo di circa quindici città. Nel voto di ieri, ha, dunque, fallito nel suo obiettivo di conquistare le città più piccole del Nord e del Sud-Est.

Il desiderio di un «mondo nuovo» e sostenibile, anche risultato dei mesi di confinamento appena trascorsi, ha avuto un’enorme importanza. Il ministro Julien Denormandie ha sottolineato che «i francesi ci stanno dicendo che dobbiamo andare più velocemente, molto più velocemente sull’ecologia». “Spero che domani Emmanuel Macron ascolterà il messaggio di stasera”, ha auspicato Yannick Jadot, il segretario dei Verdi. Tuttavia, è troppo presto per dire se è fino a che punto le vittorie locali dei Verdi si tradurranno in una maggiore influenza a livello nazionale sul dossier ‘Green’: intanto oggi Macron ha annunciato che sull’ecologia “è ora di agire” e che l’ambiente deve essere “riportato al centro del modello di produzione”, “è tempo di accelerare la trasformazione ecologica, investiremo 15 miliardi nei prossimi due anni per favorire il processo”. 

Davanti a 150 cittadini francesi estratti a sorte a campione assistiti da esperti giuridici e non riuniti all’Eliseo per la fase finale della Convenzione cittadina per il clima, il Presidente ha affermato però di “credere nella crescita della nostra economia”, rallegrandosi con i partecipanti alla Convenzione perché non predicano un “modello di decrescita”, e si è impegnato a trasmettere al governo “la totalità” (meno quattro, tra cui una tassa del 4% sui dividendi e il limite di velocità ai 110 km/h in auto) delle 149 proposte, la risposta più importante al movimento dei ‘gilets jaunes’.  

Quello che, secondo diversi analisti, appare abbastanza chiaro è che, se nel 2017 l’elezione di Emmanuel Macron alle presidenziali e poi il trionfo alle politiche del suo partito, considerato da molti la prova lampante del superamento del «divario tra destra e sinistra», aveva travolto i due partiti storici, repubblicani e socialisti, il voto delle municipali di ieri ha segnato un cambio di passo, una sorta rivincita, sebbene con tinte diverse (sono i Verdi che guidano la sinistra), del bipolarismo tradizionale dato ormai per morto, dei partiti identitari classici, in barba ai sostenitori – anche nostrani – del ‘al centro c’è una prateria’ e che i voti bisogna cercarli al centro. A Nizza, il sindaco uscente repubblicano Christian Estrosì (59%) ha prevalso sull’estrema destra di Philippe Vardon  (21,29%) e sugli ecologisti di Jean Marc Governatori (19,41%) così come a Mentone ad avere la meglio è il sindaco uscente repubblicano Jean Claude Guibal (55,70%) contro Olivier Bettati (44,30%). Il vice presidente della Métropole Nice Cote d’Azur, Louis Nègre (47,86%), è stato rieletto sindaco di Cagnes mentre a Sospel l’ex sindaco Jean-Mario Lorenzi (51,74%) ha ragione di quello uscente Marie-Christine Thouret. A Tenda l’uscente Jean Pierre Vassallo (47,78%) si riprende la guida della città battendo le rivali Élise Ferrari e Valerie Tomasini.

Chiaramente, il non aver dato molto peso al territorio, ha aggravato la situazione, visto che, soprattutto in tempo di pandemia, la gestione dell’emergenza da parte delle autorità locali è stato spesso percepita, non solo in Francia, come la più efficiente dai cittadini. “Queste difficili elezioni sono state il primo passo. Il nostro movimento sta facendo un grande passo avanti nella sua storia giovane e continuerà a consolidarsi, a poco a poco” si è augurato in un tweet Guerini di LREM.

Ma se il partito è in grande difficoltà, anche il gruppo parlamentare è acciaccato. La fuoriuscita, un mese fa, di altri sette deputati, confluiti nel gruppo ‘Ecologia, democrazia, solidarietà’, ha tolto a Macron la maggioranza assoluta, passando dai 314 deputati di inizio legislatura agli attuali 288. Tra questi anche Villani, il capo della corrente dissidente. 

La vittoria di Philippe rischia di essere più un problema che altro per Macron. È possibile un rimpasto di governo nel quale Philippe potrebbe essere sostituito (sul tema i due avrebbero avuto un incontro in mattinata). La crescita esponenziale del consenso personale di Philippe è destinata, invece, a complicare i calcoli di Macron: un sondaggio Ipsos ha rivelato che esiste un forte sostegno per un rimpasto del governo, ma con Philippe che rimane come Primo Ministro. Questa è stata l’opzione preferita dal 43% degli intervistati, mentre il 33% Philippe fuori dal governo e il 24% non vorrebbe alcun cambiamento.

Niente esclude, a fronte di questi dati, che l’attuale Primo Ministro possa decidere di scendere in campo alle presidenziali del 2022. Un rimpasto verso destra potrebbe essere considerato da Macron per rafforzare l’asse con François Bayrou e il suo Modem, senza il quale il Presidente non avrebbe la maggioranza assoluta, e, magari, per consolidare un’alleanza con i repubblicani anche in vista delle presidenziali. Un’altra ipotesi riguarderebbe, secondo alcune indiscrezioni, un ingresso al governo dei Verdi che, però, al momento negano tali ambizioni.

Queste elezioni amministrative sono comunque il primo test post-Coronavirus per Macron. Neanche due settimane fa, nel quarto discorso alla nazione dall’inizio della pandemia, il capo dello Stato ha annunciato, per tutta la Francia continentale, il ritorno a zona verde e che i francesi potevano riprendere a spostarsi in Europa (per i viaggi extra-Ue dovranno attendere il 1 Luglio). Nel suo intervento, il capo dell’Eliseo aveva tratteggiato la fase tre, promettendo un “modello economico sostenibile più forte” oltre ad “un investimento massiccio in istruzione, formazione e lavoro per i giovani”, e assicurando che non ci saranno nuove tasse. 

Nella stessa occasione, il Presidente si era anche detto “felice di questa prima vittoria contro il virus”, promettendo di voler imparare “tutte le lezioni” dalla crisi “appena attraversata”: “I nostri punti di forza, li rafforzeremo, i nostri punti deboli, li correggeremo rapidamente e duramente”. “Con l’epidemia, l’economia mondiale si e’ quasi fermata. La nostra prima priorità è innanzitutto ricostruire un’economia forte, ecologica, sovrana e unita”, aveva precisato Macron, difendendo la prospettiva di “un vero patto produttivo” e ricordando che che sono stati mobilitati “quasi 500 miliardi di euro” per sostenere l’economia francese. Di fronte a questa crisi, aveva proseguito, l’Europa e’ stata “all’altezza del momento” nonostante “l’inizio difficile” e “l’accordo franco-tedesco sul debito congiunto e il piano di investimenti per risanare l’economia del continente” definendola “una svolta storica fatta per la prima volta insieme alla cancelliera tedesca“.

Proprio da Angela Merkel, a due giorni dall’inizio della presidenza tedesca del Consiglio Ue, Macron, reduce dalla sconfitta elettorale, è stato oggi ricevuto al castello di Meseberg, a Nord di Berlino. “Viviamo in tempi difficili, sia per la pandemia sia la sfida economica, mai vista da decenni, con essa collegata”, ha esordito la Cancelliera rimarcando come l’unità tra Germania e Francia possa “dare un impulso importante” al rilancio dell’Unione europea. “La sovranità digitale dell’Europa è importante”, ha rilanciato Merkel sottolineando che Germania e Francia continueranno a “lavorare assieme” per soluzioni europee alle sfide della transizione ecologica e digitale. Dal canto suo, il Presidente francese ha chiarito che “esiste un’identità europea e deve esistere una sovranità europea” e “viviamo in un’epoca di incertezza, dobbiamo lavorare per un’Europa più unita”, e con “un risoluto impegno franco-tedesco”, può diventare “un momento di successo”.

I due leader hanno avuto modo anche di discutere i temi sul tavolo del semestre tedesco alla guida del Consiglio dell’Unione europea, il primo da 13 anni: il Green deal, l’immigrazione, la Brexit, le complicate relazioni con Cina e Stati Uniti, ma soprattutto la crisi seguente al COVID-19, particolare riferimento al Next generation EU da 750 miliardi di euro proposto dalla Commissione europea che sarà al centro del vertice dei capi di Stato e di governo il prossimo 17 luglio. “Il Recovery fund deve aiutare i Paesi che ne hanno bisogno”, ha detto la Merkel, ammettendo che “differenze rimangono” con i cosiddetti Frugal Four che “sono beneficiari netti del mercato unico”. “Il Consiglio europeo del 17-18 sarà molto importante, parleremo di bilancio europeo, Recovery fund e una serie di discussioni sono guidate attualmente da Charles Michel, ma anche noi accompagniamo i suoi sforzi: speriamo di arrivare a una soluzione anche se il cammino da percorrere è ancora lungo”, ha messo in chiaro Merkel. 

Secondo le stime dell’Insee, nel solo primo trimestre, in Francia sono andati persi quasi 500mila posti di lavoro e il Governo francese si attende un calo del Pil dell’11% nel 2020, la perdita di 800mila posti di lavoro, con 45 miliardi di spese supplementari per le casse statali (rispetto a quelle stanziate in aprile), come previsto dalla terza manovra rettificativa del budget.

Oggi, nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano ‘Handelsblatt’, il Presidente della Banca di Francia, Francois Villeroy de Galhau, ha sostenuto che la crisi del coronavirus è stata estremamente grave in Francia, con il crollo del PIL del 30%, ma “il peggio è alle nostre spalle” e ll’economia francese ha recuperato “metà delle perdite” causate dalla crisi. Tuttavia, ha reso noto il governatore della Banca di Francia, “la ripresa procederà più lentamente, ad ala d’uccello, ossia una V con la barra destra appiattita” e “mi aspetto qualcosa di simile per l’intera area dell’euro, le ultime previsioni del Fondo monetario internazionale (FMI) sono troppo pessimistiche per l’Europa”. Il governatore della Banca di Francia ha ribadito che, “in generale”, l’onere della crisi per i sistemi sanitari è stato “maggiore in Francia e in Europa meridionale che in Germania e in Europa settentrionale”, ma, al contempo, per quanto riguarda l’economia, “non ci sono quasi differenze”. Secondo Villeroy de Galhau, “è improbabile che anche la Germania raggiunga i livelli pre-crisi entro la fine del 2021”. Le differenze dell’impatto della crisi sui paesi dell’Eurozona sono, dunque, “meno a livello economico che sanitario”, uno “shock in gran parte simmetrico”. Pertanto, “è importante agire in maniera coordinata per porre fine alla crisi affinché le differenze non aumentino” tra gli Stati membri dell’Eurozona. 

“I francesi sono preoccupati per il loro futuro. Questo ci obbliga ad agire con responsabilità e a superare le divisioni per essere all’altezza delle sfide che ci attendono’ ha constatato l’Executive Officier di LREM su Twitter, ma è difficile dire, dopo le municipali di ieri, cosa cambierà nella politica francese e nella corsa alle elezioni presidenziali del 2022. Poche settimane fa era stato, peraltro, ventilato da ‘Le Figaro’ un colpo di scena inedito per la Quinta Repubblica: le dimissioni a sorpresa di Macron, a voto municipale concluso, e immediata ricandidatura a delle presidenziali anticipate. Il rischio che il Presidente, in una conferenza a porte chiuse con gli investitori della campagna elettorale del 2017, avrebbe dichiarato di volersi assumere avrebbe come ratio quella di ‘reinventarsi’, dare nuova linfa al suo programma di riforme, puntando sull’effetto sorpresa rispetto alle forze avversarie.

 I risultati delle municipali di ieri hanno sicuramente hanno fatto saltare il banco non solo per Macronma anche nella sinistra, all’interno della cui compagine, il motore ora sono i verdi e non più i socialisti. Pur presentando diversità di opinione al suo interno, Europe Ecologie Les Verts, può contare su leadership locali ed europee solide, in grado di serrare i ranghi suoi e dell’intera sinistra su temi che, specialmente in momenti critici, sono sempre più cruciali agli occhi dei cittadini. Senza dimenticare l’enorme e pregevole apporto che le donne, in gran parte vincenti, hanno dato in queste elezioni e che potrebbero dare in futuro quando vengono messe nelle condizioni di poter incidere sulla vita pubblica. Quello francese è destinato a rimanere un caso? In Italia qualcuno sta prendendo nota?

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