sabato, Agosto 24

Francia: dalla droga al jihadismo 'Il pool di violenza causato dal proibizionismo si sovrappone al pool della violenza causata dallo jihadismo'

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Da Charlie Hebdo al lungomare di Nizza, passando per il Bataclan. L’elenco è lungo e doloroso, ma perché proprio in Francia? Secondo il giornalista britannico Johann Hari tra le ragioni per le quali dal gennaio 2015 un solo Paese è esposto a una serie infinita e sanguinosa di attacchi c’è l’impegno su un fronte sottovalutato. «La Francia», scrive Hari,  «conduce la più convinta ed intensa lotta alla droga di tutta l’Europa occidentale ed è sempre più evidente che esiste una connessione fra questo fatto e una crisi più ampia».

Hari è ben lontano dal credere che sia l’unica spiegazione al fenomeno. Sostiene piuttosto la necessità di considerare un simile dispiegamento di forze da parte dello Stato francese come un fattore significativo per capire la genesi del jihadismo domestico, ‘made in France’.

L’autore di ‘Chasing the Stream‘, zaino in spalla, ha girato il Paese in cerca di nuovi spunti per arricchire l’edizione francese del suo bestseller, un attraversamento dei ‘primi e ultimi’ cento anni di lotta alla droga. Il metodo di indagine è lo stesso sperimentato nel volume del 2015. Il giornalista anche questa volta è andato a caccia di storie di vita vissuta, perché i viaggi migliori sono quelli in cui si scoprono «le altre persone» scriveva su ‘The Guardian’.

Lo scrittore lascia spesso la parola ai personaggi incontrati lungo più di 30 mila miglia di strada. Da uno spacciatore transgender di Brooklyn fino ai tre francesi (un ex ufficiale della gendarmeria, un cittadino non bianco, il sindaco di Sevran) protagonisti del suo capitolo più difficile, quello in cui ha cercato di spiegare tutti i modi in cui «il ‘pool’ di violenza causato dal proibizionismo sfocia nel terrorismo ‘di produzione propria’». Ne ha dato conto in un articolo pubblicato nell’agosto 2016 da “Open democracy’ dal titolo ‘A training in violence’: the connecting line between France’s ‘war on drugs’ and jihadism’-

Dopo mesi di ricerca sul campo, Hari ha trovato la conferma che cercava: la lotta alla droga è, anche in Francia come in tutto il mondo, un ottimo pretesto per emarginare e tenere in scacco le minoranze. Nel caso francese i due dati di partenza erano rappresentati da una legislazione severa in materia di stupefacenti e in un pregiudizio generalizzato sulla presunta matrice etnica del consumo e dello spaccio. «… i ragazzini arabi e musulmani percepiscono che lo Stato francese li sta perseguitando» confessa allo scrittore un figlio della prima generazione di immigrati.

Fin dalla pubertà i francesi non bianchi avvertono una disparità di trattamento. È lo sguardo sospettoso degli agenti, sono le perquisizioni ricorrenti, le insinuazioni continue, le frasi intimidatorie pronunciate da chi dovrebbe garantire la sicurezza di tutto il corpo sociale e invece si fa vanto di avere licenza di uccidere, il «we have the power to kill you» ripreso direttamente dalla testimonianza del francese di padre beninese che durante un colloquio rievocava un fatto accaduto a metà degli anni ‘80. Non si tratta solo di un episodio. Secondo Hari la maggior parte dei cittadini non bianchi è stata protagonista di una storia come questa almeno una volta nel corso dell’adolescenza.

Non sembra avere dubbi sul bersaglio delle operazioni: il principale obiettivo sono i cittadini di colore, anche se il contenuto razzista del conflitto stato-droga non spiega la dinamica classista che è sottotraccia e non si risolve del tutto nella dimensione etnica della discriminazione. Il pugno di ferro sulla droga è prima di tutto una questione di periferie, di povertà e disagio economico. Nel caso del ‘jihadista tipo’ a volte le due condizioni, l’essere parte di una minoranza e l’eventuale indigenza, si sovrappongono. Ecco spiegati, dal punto di vista di Hari, alcuni tra i motivi profondi che spingono un giovane francese di seconda o terza generazione a cercare protezione altrove: nella radicalizzazione e nell’affiliazione ad un gruppo fondamentalista. «Loro vogliono soltanto essere riconosciuti per quello che sono», argomenta il suo interlocutore.

La storia si complica se si posa lo sguardo sulle scenografie di queste vite consacrate, da un giorno all’altro, alla lotta all’infedele. In uno stato ‘proibizionista’ come quello francese, «la droga è in mano alle gang che si contendono con la forza il monopolio della distribuzione». La violenza è normalizzata, appartiene alla quotidianità. Anche il futuro terrorista è cresciuto a stretto contatto con le armi da fuoco, svezzato «in un ambiente in cui non è difficile procurarsi una pistola (…) e», soprattutto, «in cui è facile imparare ad usarla», scrive Hari. «Attraverso quelle stesse reti di distribuzione criminale che gli forniscono la droga» compie il suo primo apprendistato nel mondo della prevaricazione.

È l’altra faccia di una guerra permanente che si consuma su due livelli: se lo Stato combatte ‘contro le droghe’, le bande criminali prosperando nell’illegalità combattono ‘per le droghe’ e quindi per la sopravvivenza sul mercato. Il risultato, accanto al regime del sospetto, è una vera e propria geografia di ‘no-go zones’ che, disseminate in tutto il Paese, disegnano i confini di quello che Hari definisce «uno Stato nello Stato», utilizzando le parole di Olivier Foll, già capo della narcotici francese.

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