sabato, Dicembre 14

Francia 2017, Le Pen vs Macron: un voto europeo

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Domenica 7 maggio si terrà il secondo turno delle Elezioni Presidenziali in Francia. Si tratta di un voto storico per diverse ragioni: in primo luogo perché il ballottaggio non vedrà coinvolto nessuno dei partiti tradizionali; in secondo luogo perché queste elezioni avranno delle ripercussioni molto pesanti sul destino di tutta l’Unione Europea; in fine, perché i profili dei candidati sono, con differenti declinazioni, espressione di una tendenza che non riguarda solo la Francia o l’Europa, bensì quasi tutti i Paesi più sviluppati.

Dal 1945 ad oggi, salvo rarissimi casi, la vita politica della Repubblica Francese è stata gestita dalla destra moderata gaullista e dal Parti Socialiste. Anche nei rari casi in cui al ballottaggio arrivarono partiti estranei a questa dicotomia (i liberali o i nazionalisti del Front National), questi si trovarono a competere con uno dei due protagonisti storici della vita politica francese.

Questa volta, invece, i protagonisti storici hanno riportato delle sconfitte senza precedenti: ‘Les Républicains’, i gaullisti di François Fillon, hanno raggiunto il 19,9% e si sono attestati al terzo posto; i socialisti di Benôit Hamon si sono fermati ad un imbarazzante 6,3% (il minimo storico), al quinto posto, superati addirittura dalla sinistra radicale ed ecologista di Jean-Luc Mélanchon (‘La France Insoumise’: 19,6%).

Può essere interessante notare come entrambi i candidati sconfitti siano stati scelti con delle primarie e come queste primarie abbiano dato in entrambi i casi dei risultati inaspettati. In campo repubblicano, Fillon ha avuto la meglio sui favoriti Alain Juppé e sull’ex-Presidente Nicolas Sarkozy; nel PS, le elezioni sembravano quasi una formalità necessaria ad incoronare l’attuale Primo Ministro Manuel Valls, invece, con sorpresa di tutti e grazie a voti esterni al partito stesso, il vincitore è stato Hamon. Il fatto che queste storiche sconfitte siano state riportate da candidati scelti con le primarie non faclita l’analisi della sconfitta e mette ancor più in evidenza il momento di grande crisi in cui navigano i partiti tradizionali.

I candidati che si troveranno a competere per il ballottaggio, a questo punto, saranno Emmanuel Macron, ex-ministro nel Governo di François Hollande e fondatore del movimento “En Marche!”, fondamentalmente liberale, e Marine Le Pen, candidata del partito nazionalista, anti-europeista e xenofobo, il Front National, de erede del fondatore, il padre Jean-Marie.

I grandi sconfitti si sono espressi in favore di Macron, per evitare il rischio di una vittoria dell’estrema destra ma la scarsa presa che i partiti storici hanno dimostrato di avere sulla popolazione francese rende il risultato del ballottaggio tutt’altro che scontato. Se Macron può fare affidamento sui voti dei socialisti, non è certo che tutti gli elettori di Fillon decidano di sostenerlo e l’eventualità dell’astensione rischia di avere un peso decisivo sui risultati.

Rischio astensione che aumenta in virtù del fatto che Mélanchon, il candidato della sinistra, ha deciso di non dare il proprio sostegno a nessuno dei candidati e che la gran parte dei suoi elettori si è pronunciata in favore della “scheda bianca”.

Il voto di domenica fa tremare anche l’Unione Europea. Se il programma di Macron è improntato a delle riforme volte a migliorare il funzionalmento dell’UE, quello di Le Pen mira a far uscire la Francia dall’Unione. Non si tratterebbe certo del primo Governo euro-scettico andato al potere negli ultimi anni, ma il peso della Francia nell’economia e nella politica europea non sono paragonabili a quello di nessun altro Paese, ad eccezione della Germania. Dopo l’uscita della Gran Bretagna, il colpo sarebbe fatale per il vecchio continente e rispedirebbe l’Europa indietro di cento anni.

La questione non riguarda solo l’Europa: dagli Stati Uniti di Trump alla Russia di Putin fino ad arrivare alla Turchia di Erdoğan, si assiste ad una crisi delle istituzioni rappresentative. La dinamica è sempre simile e ci mostra l’ascesa di personaggi forti che si pongono come estranei al mondo dei vecchi partiti. Nella maggior parte dei casi, questi personaggi propongono, contro una globalizzazione che impoverisce i ceti popolari, una chiusura in sé stessi, un ritorno al protezionismo, ai confini e a presunte identità nazionali: è il caso di Le Pen.
Anche Macron, a modo suo, si pone al di fuori degli schemi tradizionali. Senza proporre nazionalismo o protezionismo, Macron si presenta come l’uomo nuovo, slegato dai vecchi partiti e dai vecchi interessi, libero dalle ideologie che, secondo quest’ottica, impediscono di guardare avanti.

Si tratta di una personalizzazione della politica che, incominciata negli anni ’90, sembra essere solo all’inizio. Per tentare di fare un quadro più approfondito della situazione, abbiamo sentito Éric Jozsef, giornalista, corrispondente dall’Italia per ‘Libération’ e ‘Le Temps’.

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