venerdì, Settembre 25

Francia 2017: il sospiro di sollievo dell’Europa… ma non mancano proteste

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Emmanuel Macron è il nuovo Presidente della Repubblica Francese.
Il candidato del nuovo movimento liberale ed europeista, En Marche!, si è rilevato la sorpresa più grande di questa tornata elettorale vincendo il secondo turno delle presidenziali con il 66,1% dei voti contro il 33,9% della sfidante Marine Le Pen, candidata del partito di estrema destra, xenofobo ed anti-europeista, Front National.
A parigi, in Place du Louvre, il nuovo Presidente ha tenuto il discorso della vittoria davanti ad una folla di sostenitori: Macron, il più giovane Presidente della Repubblica dal 1848, ha espresso grande soddisfazione per questo storico risultato ed è stato accolto, prima che dalla Marsigliese, dalle note del quarto movimento della Sinfonia n. 9 di Ludwig van Beethoven, inno dell’Unione Europea. Questo a sottolineare il forte impegno del nuovo Presidente per il rilancio del progetto europeo. La stessa intenzione di scegliere Berlino come meta del suo primo viaggio ufficiale da Presidente esprime bene l’intenzione del fondatore di EM! di puntare molto sul rafforzamento di quell’asse franco-tedesco che, al momento, è alla base della tenuta dell’Unione.
Macron, però, ha anche invitato tutti a non sottovalutare il gran numero di francesi che, votando per il Front National, hanno espresso un malcontento ed una rabbia a cui è necessario porre rimedio se non si vuole che la vittoria dei populisti sia solo ritardata. Non bisogna dimenticare, inoltre, che l’astensione è stata molto elevata, la più alta dal 1968 (25% circa), e che il numero delle schede bianche ha toccato il massimo assoluto nella storia di Francia (12%). su questo risultato potrebbe aver pesato la scelta del candidato del movimento di Sinistra la France Insoumise, Jean-Luc Mélanchon, di non appoggiare nessuno dei due candidati al secondo turno.
Marine le Pen, dal canto suo, ha immediatamente riconosciuto la vittoria dell’avversario rivendicando, al contempo, lo storico risultato del FN. In effetti, solo l’azione di ripensamento della retorica del partito messa in atto dall’erede del fondatore, Jean-Marie Le Pen, ha permesso ad una formazione storicamente relegata ai margini della vita politica francese di divenire la principale forza di opposizione presente nel Paese. Questa operazione non è piaciuta a tutti all’interno del partito, a cominciare proprio dal fondatore e patriarca Jean-Marie che, espulso dalla figlia, ha trovato una sua nuova erede nella nipote Marion Marechal-Le Pen: questa ha proposto una analisi delle ragioni della sconfitta elettorale. L’attuale Vice-Presidente del FN, Florian Philippot, però, ha sgombrato il campo dai dubbi sostenendo che solo grazie a Marine Le Pen il partito ha potuto raggiungere un risultato tanto importante e che, di conseguenza, solo a lei spetta ora di guidarlo nel ruolo di principale forza di opposizione.
Dal mondo, arrivano una serie di risposte favorevoli all’esito delle elezioni francesi, a cominciare da quelle dei rappresentanti delle istituzioni dell’UE, il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, quello del Parlamento Europeo Antonio Tajani e quello della Commissione Europea Jean-Claude Junker. Soddisfazione, in Europa, è stata subito espressa anche dal portavoce della Cancelliera tedesca Angela Merkel, Steffen Seibert, dal Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni e dal Primo Ministro Greco Alexis Tsipras: tutti si augurano che la ventata di novità portata da Macron possa aiutare a superare il momento di stasi in cui ristagna il progetto europeo.
Reazioni positive sono arrivate anche dal Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, dal Primo Ministro giapponese, Shinzo Abe, dal Presidente iraniano Hassan Rohani e da quello egiziano ʿAbd al-Sīsī. Per tutti è comune la soddisfazione per la vittoria contro gli atteggiamenti di chiusura e protezionismo.
Anche il Presidente russo, Vladimir Putin, ha fatto le proprie congratulazioni a Macron augurandosi che, con nuovo spirito di dialogo, si possano superare le diffidenze reciproche per giungere finalmente alla soluzione della crisi ucraina e alla fine delle sanzioni contro la Russia. Di segno differente, però, sono state le reazioni della stampa russa: la ‘Komsomolskaya Pravada’ ha accusato Macron di essere un uomo in mano ai poteri forti della finanza e prevede che i francesi si pentiranno presto della loro scelta in favore della mondializzazione. La posizione dei media russi, però, resta al momento piuttosto isolata.
In giornata, dopo le celebrazioni in onore dei caduti della Seconda Guerra Mondiale a fianco del Presidente uscente François Hollande, si attendono le dimissioni di Emmanule Macron dal ruolo di Segretario di En Marche! Domenica prossima ci sarà il passaggio di consegne ufficiali tra i due. Poi si dovranno attendere le elezioni legislative che si terranno l’11 e il 18 giugno prossimi.
Nel frattempo si attende la decisione del nuovo Presidente riguardo l’incarico di Primo Ministro. Per ora, ci sono cinque candidati principali: Édouard Philippe, vicino al repubblicano Alain Juppé; François Bayrou, del movimento di centro Mouvement Démocrate; Xavier Bertrand, repubblicano vicino a Nicolas Sarkozy; Gérard Collomb, rappresentante di EM! ma vicino ai repubblicani di Juppé; Richard Ferrand, giovane di EM! che potrebbe essere gradito a coloro che, tra gli elettori, hanno votato Macron cercando una forte discontinuità col passato.
Oggi si sono anche avute le prime manifestazioni contro il nuovo Presidente: manifestanti appartenenti all’opposizione di sinistra si sono radunati, soprattutto a Parigi, ma anche a Nantes, Strasburgo, Lione, Grenoble e Poitier, al grido di “lo Stato non è un’impresa!”. Non sono mancati lievi disordini.

In Germania si sono svolte le elezioni amministrative nel Land dello Schleswig-Holstein.
Ha trionfato il candidato della Christlich Demokratische Union Deutschlands (l’Unione Cristiano Democratica di Germania), Daniel Günther (33,3%). La sconfitta del presidente uscente, il socialdemocratico Tosten Albig (26,5%), si traduce come una sconfitta per il candidato alla cancelleria, Martin Schulz.
In un primo momento, era sembrato che la scelta di Schulz come sfidante di Angela Merkel alle prossime elezioni federali avrebbe significato un ritorno in auge del Sozialdemokratische Partei Deutschlands (Partito Socialdemocratico di Germania). Così non è stato: dopo la sconfitta nel piccolo Land del Saarland è arrivata anche questo nuovo colpo. A questo punto, per Schulz, le possibilità di vittoria nelle elezione del prossimo settembre sembrano veramente scarse. Al candidato della SPD spetterà ora il compito di ricompattare il suo partito per tentare un recupero che, al momento, appare piuttosto difficile.
Risultato negativo anche per il movimento di estrema-destra anti-europeista Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania) che si è fermato al 5,5%: dopo i successi del 2015, ottenuti in seguito allo scoppio della crisi dei migranti, AfD sembra implodere sempre di più, vittima di divisioni interne e di una ritrovata fiducia nella capacità di Angela Merkel di gestire la cosa pubblica.

In Gran Bretagna, il Primi Ministro inglese Theresa May si augura una netta vittoria alle prossime elezioni anticipate. In questo modo spera di avere un forte mandato che le permetta di trattare condizioni più vantaggiose per il processo di uscite del Paese dall’Unione Europea. La May ha espresso preoccupazione per il mandato forte con cui è stato eletto Marcon, candidato fortemente europeista: per trattare da pari a pari, sostiene, è necessario che gli elettori le mettano in mano un mandato altrettanto forte. I sondaggi, per il momento, sembrano darle ragione: per le elezioni, che si terranno il prossimo 8 giugno, danno i conservatori al 47%; i laburisti si fermerebbero al solo 28%.

In Polonia, migliaia di persone sono scese in piazza a Varsavia per manifestare contro il Governo del Primo Ministro ultra-conservatore Jarosław Kaczyński. I manifestanti lamentano le tendenze autoritarie del Governo e la sua tendenza ad allontanarsi dal progetto europeo.

Oggi è previsto l’arrivo a Milano dell’ex-Presidente degli Stati Uniti, Barak Obama.
Obama è venuto nella città lombarda per partecipare al Global Food Innovation Summit e ha in programma incontri con il Sindaca della città, Giuseppe Sala e con il neoeletto Segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi. Ieri, in occasione di un discorso a Boston, aveva invitato il Congresso ad avere coraggio e a bloccare l’abrogazione della sua riforma sanitaria, la cosiddetta Obamacare. È la seconda volta che l’ex-Presidente parla in pubblico di temi di grande rilevanza politica: nonostante la fine del suo mandato, sembra che Obama non abbia alcuna intenzione di ritirarsi dall’agone politico. La sua partecipazione al Summit di Milano potrebbe essere occasione di nuovi interventi sulla politica statunitense e non solo.
Proprio ieri, l’attuale Presidente, Donald Trump, aveva affermato che la sanità statunitense è tra le peggiori al mondo; ha però sostenuto che, grazie allo smantellamento dell’Obamacare, anche gli USA avranno presto una sanità migliore. Il discorso era rivolta a dei giornalisti che gli avevano proposto un paragone tra la sanità statunitense e quella australiana. Poco dopo è arrivata la reazione del democratico Bernie Sanders che ha fatto notare al Presidente come la sanità australiana che lui stava elogiando, preveda la copertura sanitaria per tutti: esattamente ciò che si era tentato di fare con l’Obamacare e che, una volta caduta questa riforma, tornerà a mancare negli Stati Uniti.

Intanto, domani si svolgeranno le elezioni presidenziali in Corea del Sud.
Il candidato favorito è il democratico Moon Jae-In che propone una politica di distensione nei confronti di Pyongyang ma, al contempo, una maggiore spesa per la difesa militare interna; ciò significa anche che Moon è contrario all’istallazione sul suolo coreano del sistema anti-missilistico Thaad che ha provocato la reazione preoccupata di Pechino.
Ahn Cheol-Soo, candidato di centro, è favorevole all’istallazione dei missili americani nel Paese ma propone comunque una politica di dialogo nei confronti di Pyongyang.
Hong Joon-Pyo, invece, è il candidato della destra ed è assolutamente contrario al dialogo con i nord-coreani.

Nell’area mediorientale continua l’offensiva delle forze governative irachene contro l’autoproclamato califfato islamico a Mosul: l’esercito iracheno sta riconquistando la zona industriale a nord-ovest della città.
In Siria, invece, è iniziato il trasferimento di migliaia di persone intrappolate a Damasco, nel quartiere di Berzeth: il trasferimento avviene in ottemperanza all’accordo raggiunto ieri sera tra i rappresentanti del Governo di Bashar al-Assad e i ribelli che a lui so contrappongono. Pochi giorni fa, ad Astana, i rappresentanti delle parti in causa, affiancati da quelli dei Governi tuchi, russi ed iraniani, hanno raggiunto un accordo per la creazione di zone di “de-escalation”: il Ministro degli Esteri siriano, Walid al-Muallim, ha comunque affermato che queste zone non saranno controllate da garanti internazionali ma dalla polizia militare. In questo modo, viene a cadere l’ipotesi di un coinvolgimento delle Nazioni Unite nella soluzione alla crisi siriana.

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