sabato, Settembre 19

Francesco in Myanmar e Bangladesh con in testa l’arcobaleno delle fedi Un viaggio difficile dove le parole possono essere proiettili, sia che si usino sia che si tacciano

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E’ iniziato oggi 21esimo viaggio apostolico di Papa Francesco, il terzo in Asia, un viaggio tra i più difficili di questo pontificato, o, come lo ha definito, il portavoce vaticano Greg Burke, sarà un viaggio ‘diplomaticamente molto interessante’.
In Myanmar sono circa 700mila i cattolici, ovvero l’1,3%; in Bangladesh i cattolici sono circa 370.000, secondo le stime governative, su una popolazione di quasi 170 milioni di persone.  Un viaggio nelleperiferie’ che stanno tanto a cuore a Francesco, per incontrare quei cattolici che rappresentano una piccolissima minoranza in Paesi molto problematici, Paesi in «area di crisi che attualmente inquieta e preoccupa tutto il mondo», come ha commentato il Segretario di Stato Pietro Parolin.

In Myanmar e Bangladesh, «la comunità cattolica costituisce una minoranza all’interno di maggioranze rispettivamente musulmana e buddista. E’ logico che il Papa incoraggerà queste comunità, oltre a confermarle nella fede, a essere una presenza di pace, di riconciliazione e di solidarietà all’interno della loro società, quindi a lavorare soprattutto per il bene comune», ha affermato Parolin prima di partire con Francesco. Comunità cristiane, quelle di questi due Paesi, chiamate a non rimanere «estranee alla loro realtà», ma, al contrario, a essere «finalmente integrate e capaci di dare un contributo alla crescita civile e pacifica di questi Paesi». Un contributo, ha spiegato il cardinale, che non può prescindere dal dialogo e dalla collaborazione con le religioni maggioritarie dell’area.

La tappa più problematica è sicuramente il Myanmar con il grande dramma dei Rohingya. Parolin ha fatto intendere che Francesco rinnoverà la disponibilità sua e della Santa Sede per tentare di affrontare e trovare una soluzione al dramma, così come a tutte le crisi dell’area asiatica –da quella nucleare della Nord Corea a quella della poverà che il Papa vedrà esplicata sotto i suoi occhi nella tappa in Bangladesh- la diplomazia vaticana è al lavoro e si propone al servizio dell’Asia.

Il dramma dei Rohingya è al centro di questa visita, è il nodo diplomatico che Francesco si troverà a dover affrontare. Domani a Nay Pyi Taw, si svolgerà la cerimonia di benvenuto nel Palazzo Presidenziale, e qui Francesco incontrerà le massime autorità dello Stato, tra cui la consigliera di Stato e di fatto Presidente Aung San Suu Kyi, al centro della crisi politica dei Rohingya, la Premio Nobel per la Pace duramente criticata per la sua inattività nella crisi, per il non voler riconoscere che il suo Paese sta perseguitando questa minoranza.
Il Papa in Myanmar molto probabilmente non pronuncerà la parola Rohingya. Così è stato invitato fare da parte degli stessi vertici della Chiesa cattolica. «Spero che il Papa non nomini mai la parola Rohingya. Anche Kofi Annan ha consigliato di evitare di pronunciare questa parola», ha ribadito nei giorni scorsi l’arcivescovo birmano di Yangon, il cardinale Charles Maung Bo, in un’intervista a ‘Tv2000’. «È una questione molto controversa in Myanmar pronunciare la parola Rohingya significherebbe senza mezzi termini riconoscere la cittadinanza e tutte le istanze di questa minoranza».
In una terra uscita a fatica da una dittatura militare e dove i cattolici sono una minoranza assoluta,  l’arrivo del Papa rappresenta «un momento di grande coinvolgimento e speranza. La Chiesa cattolica in Myanmar è in grande fermento, così come tutto il Paese. Anche musulmani, indù e buddisti sanno che stiamo vivendo un momento importante per la costruzione della pace e si attendono grandi cose dalle parole del Papa». I cattolici nel Paese sarebbero spaventati, preoccupati per la loro stessa incolumità.

Il clero buddista radicale, ieri, alla vigilia della partenza da Roma, ha avvertito il Papa di non deve appoggiare la minoranza musulmana dei Rohingya. «Gli diamo il benvenuto, però se appoggia dli estremisti bengalesi e rohingya, si guadagnerà critiche», ha detto U Thaw Parka, portavoce della più influente organizzazione religiosa birmana, Ma Ba Tha (Associazione Patriottica di Myanmar), integralista e anti-islamica. «Speriamo che il Papa non faccia questo tipo di discorso», precisa il monaco che annuncia il gradimento se Francesco si limita a «parlare di pace e dare la sua benedizione. Il Papa deve capire che la situazione religiosa adesso è molto delicata».

Intanto, Francesco incontrerà i Rohingya a Dacca e non a Yangon. L’incontro con i rifugiati della minoranza musulmana si avrà durante il tavolo interreligioso per la pace in Bangladesh, il pomeriggio del primo dicembre. E avrà un incontro riservato con il generale dell’esercito del Myanmar, il generale Min Aung Hlaing. Poi si vedrà, «il Pontefice prende molto sul serio i consigli, ma vedremo insieme cosa deciderà di fare», ha commentato il portavoce vaticano Burke, ben consapevole che sia la parola che il silenzio hanno un prezzo in questa situazione comunque enorme.

Cambiamenti climatici e povertà, cambiamenti climatici che provocano povertà. Altri temi che sono alla base di questo pontificato. I Paesi più poveri prime vittime dei cambiamenti climatici sarà la realtà che percorrerà in Bangladesh Francesco.

«Noi viviamo in un tempo in cui i credenti e gli uomini di buona volontà sentono sempre più la necessità di crescere nella mutua comprensione e nel rispetto e di sostenersi l’uno l’altro come membri dell’unica famiglia umana», ha detto Francesco nel videomessaggio del 17 novembre indirizzato a tutti gli uomini e le donne dei due Paesi. Tenere insieme tutti icoloridiversi della famiglia umana e provare a farne un arcobaleno di pace sarà la cifra di questo viaggio.

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