giovedì, Dicembre 12

Francesco chiede perdono per il genocidio del ’94 in Rwanda

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Ieri Papa Francesco ha ricevuto in udienza Paul Kagame, Presidente della Repubblica di Rwanda, che successivamente ha incontrato il Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin. Un incontro che, secondo gli osservatori vaticani e africani, rimarrà nella storia delle relazioni tra Chiesa e Rwanda, e che è destinato a incidere moltissimo sull’attuale scenario politico nell’area dei Grandi Laghi –a partire da Congo -dove Francesco in questi giorni sta dimostrando concretamente la nuova linea della politica vaticana nella regione– e Burundi. Il Papa ha ammesso la colpa della Chiesa nell’essersi resa partecipe del genocidio contro i Tutsi.

Nel corso del colloquio è stata rilevata, recita il comunicato stampa vaticano, «la collaborazione tra lo Stato e la Chiesa locale nell’opera di riconciliazione nazionale» e «il Papa ha manifestato il profondo dolore suo, della Santa Sede e della Chiesa per il genocidio contro i Tutsi, ha espresso solidarietà alle vittime e a quanti continuano a soffrire le conseguenze di quei tragici avvenimenti e, in linea con il gesto compiuto da San Giovanni Paolo II durante il Grande Giubileo del 2000, ha rinnovato l’implorazione di perdono a Dio per i peccati e le mancanze della Chiesa e dei suoi membri, tra i quali sacerdoti, religiosi e religiose che hanno ceduto all’odio e alla violenza, tradendo la propria missione evangelica. Il Papa ha altresì auspicato che tale umile riconoscimento delle mancanze commesse in quella circostanza, le quali, purtroppo, hanno deturpato il volto della Chiesa, contribuisca, anche alla luce del recente Anno Santo della Misericordia e del Comunicato pubblicato dall’Episcopato rwandese in occasione della sua chiusura, a ‘purificare la memoria’ e a promuovere con speranza e rinnovata fiducia un futuro di pace».

E’ la prima volta che un Papa ammette chiaramente e pubblicamente le responsabilità nel genocidio del 1994 in Rwanda, quando, tra aprile e giugno, un regime, guidato da estremisti Hutu che aveva pianificato lo sterminio della minoranza Tutsi (e di Hutu contrari al genocidio), massacrò un milione di persone. Alcuni sacerdoti e suore si resero complici del massacro, altri religiosi lavorarono per fermarlo o prevenirlo, come Antonia Locatelli, uccisa perchè fu tra coloro che, due anni prima, denunciarono il rischio (in questo caso le prove generali) del genocidio.

L’ammissione di Francesco chiude anni di tensione tra il Rwanda e il Vaticano, anni durante i quali a più riprese   -l’ultima volta a fine 2016- il Rwanda aveva richiamato la Santa Sede alle sue responsabilità. Nel novembre 2016, la Chiesa cattolica locale aveva chiesto perdono in nome dei cristiani implicati nel genocidio, ma non a nome della Santa Sede. «La Chiesa non ha partecipato al genocidio», aveva dichiarato Philippe Rukamba, Presidente della Conferenza episcopale rwandese. Scuse giudicate ‘inadeguate’ dal Governo di Kagame, che auspicava le scuse ufficiali della Santa Sede. Scuse arrivate ieri, e che non solo mettono un punto chiaro sul passato, bensì potrebbero aprire una pagina nuova in alcuni Paesi africani, a partire, per esempio, dal Burundi, dove da mesi un genocidio silente è in atto, e dal Congo -dove la colonizzazione hutu potrebbe aprire la strada a nuove violenze etniche. Così come potrebbero aiutare a far luce, finalmente, su alcune vicende quali l’assassinio delle tre suoreLucia Pulici, Olga Raschietti, Bernadetta Boggian-,   brutalmente assassinate nelle loro residenze presso la parrocchia di Kamenge, un quartiere di Bujumbura, la capitale del Burundi. Da più parti denunciato come un omicidio di Stato, occultato per convenienze politiche internazionali, sul quale serve indagare circa le eventuali corresponsabilità -dirette o morali- di organizzazioni anche vicine alla Chiesa. Le tre suore avevano scoperto i piani del genocidio che verrà attuato un anno dopo, nel settembre 2015.
Chi queste cose, in Africa come in Italia, li ha denunciate è stato attaccato, boicottato, accusato, come accaduto al nostro corrispondente in Africa, Fulvio Beltrami, di essere uomo al soldo dei servizi, nel tentativo di screditare lui e la testata e metterci a tacere.

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