giovedì, Luglio 2

Foto d’autore degli ‘indispensabili’ infermieri durante la pandemia Due Mostre fotografiche di Massimo Sestini, fotoreporter di fama internazionale documentano i giorni e le notti a fianco del personale sanitario nei reparti dell’antico Ospedale di S.Maria Nuova a Firenze, fondato nel 1288 dal padre di Beatrice e frequentato da Leonardo. “Un’esperienza unica tra la vita e la morte, dolori e gioie competenza e umana solidarietà, che mi aiuta a riflettere e a vivere meglio”

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Ci sono scatti fotografici che, spesso inconsapevolmente, fissano nell’immaginario collettivo un momento per lo più drammatico della nostra storia. La pandemia da coronavirus è uno di questi. Chi la scatterà la fotografia? In tanti forse l’hanno fatto,  ma al momento nella memoria sono  impresse sono alcune riprese tv. Uno di coloro che ci hanno provato a fissare in una  serie di scatti  momenti significativi di questa tragedia umanitaria, che di questo si è trattato, è Massimo Sestini, di Prato, classe 1963, fotoreporter internazionale che dal ’78 racconta costume, politica, società. L’ultimo suo celebre scatto, con il quale ha vinto nel 2015 il World Press Photo è ’Mare Nostrum’ (dedicato ai 500 migranti su un barcone a trenta miglia a nord di Tripol). Una foto scattata dall’alto, sospeso nel vuoto dentro un’imbracatura calata  da un elicottero della Marina Militare. In questo caso, le immagini di ciò che sta avvenendo, non sono riprese né dall’alto né da distanza.

“Ma dall’interno del corpo in cui si consumava  la tragedia o il miracolo”, dice Massimo Sestini raccontando le emozioni che ha provato nel periodo in cui è rimasto chiuso dentro l’ospedale di S.Maria Nuova, in Firenze, a stretto contatto con medici, infermieri, pazienti, condividendo con loro  paure,  dolori, speranze, emozioni, momenti di umana e disperata solidarietà. 5 giorni e  5 notti senza mai uscirne, durante il periodo più critico, quello del lockdown, la cosiddetta Fase 1,  immerso nella realtà ospedaliera, là dove si combatte, con sacrificio, coraggio e dedizione la lotta al nuovo virus e ai suoi effetti sulle persone: la prima linea. L’ospedale è quello di Santa Maria Nuova, a Firenze, considerato il più antico al mondo. Sono 732 i suoi anni di attività nel 2020, l’anno in cui la pandemia ci ha sorpreso, essendo stato fondato nel 1288 da Folco Portinari, banchiere e padre della Beatrice, musa e ispiratrice di Dante Alighieri. Determinante fu Monna Tessa, nutrice della stessa Beatrice, che suggerì l’idea di far nascere questo luogo primordiale di assistenza per le donne che vi erano ricoverate. A prendersi cura di loro era un gruppo di religiose, le ‘Oblate’, considerate le prime infermiere della storia. Qui fu costruita, alla fine del 1300, la chiesa di Sant’Egidio. Qui, nei sotterranei del nosocomio, Leonardo Da Vinci effettuò numerose dissezioni anatomiche, prima che, alla fine del 1500, la ristrutturazione del Buontalenti conferisse all’ospedale l’aspetto attuale, con lo splendido loggiato. Qui, in epoca granducale, fu redatto ‘Il Regolamento’,modello per la stesura dei regolamenti ospedalieri in Italia e all’estero. Qui, oggi“- secondo il presidente della Fondazione Santa Maria Nuova Onlus Giancarlo Landini – “è stata scritta un’altra pagina memorabile dell’assistenza infermieristica, nella città dove 200 anni fa nacque Florence Nightingale, fondatrice dell’infermieristica moderna.”

Una storia che le due Mostre fotografiche di Massimo Sestini, dal titolo ‘Indispensabili’, una inaugurata all’interno dell’ospedale, l’altra multimediale nella sala d’Arme di Palazzo Vecchio, raccontano attraverso gli scatti  del coraggioso fotoreporter, il quale è riuscito a rendere l’idea del lavoro di squadra che è stato compiuto.Chiuso dentro quella sorta di scafandro che mi proteggeva” – racconta Sestini – “ho cercato di riprendere ciò che vedevo. La fotografia è una cosa che  non deve essere descritta,  il suo  è un linguaggio universale,  non ha bisogno di traduzione, se tocca l’animo di chi la osserva vuol dire che il suo messaggio è latente. Quindi è un messaggio che rimane. Io ho solamente cercato di riprodurre quello che vedevo. Mi dicevo: se riesco a fare una copia di ciò che vedo e sento, vuol dire che   riesco a  trasmettere le emozioni che sto provando. Quindi ho cercato di riprodurre  ciò che vedevo. Cosa ho visto?  Pur attraverso una tuta, una maschera,  gli occhialiriuscivo  a percepire le emozioni che provavano sia i pazienti che gli infermieri, era come essere immerso in un bagno dove ti senti completamente immerso, e questo ti dà una sensazione positivache ti insegna  a vivere meglio, ho capito  che tutti i problemi che  io ho in questo momento della mia vita  sono  nulla rispetto a problemi molto più immensi e questa è una condizione sulla quale tutti noi dobbiamo riflettere. Qui hanno fatto i miracoli, hanno saputo cambiare le configurazione dell’ospedale, hanno  affrontato i momenti più bui, quindi sono molto  elastici, non solo mentalmente ma anche come struttura, quindi reputo che la professionalità abbinata  all’elasticità  non vuol dire  guardare solo lungo la nostra strada, come i cavalli con i paraocchi, ma guardare oltre,  e per di più ho imparato  che in questo periodo gli infermieri hanno fatto un cambiamento epocale, hanno capito che erano l’unico trait d’unione tra loro e il malato solo e abbandonato, che non poteva né vedere né sentire nessuno  dei propri cari,  e loro che avevano quest’incombenza in più, quindi si sono trasformati letteralmente.”

C’è un’immagine che ritiene la più emblematica di questa esperienza? “L’ immagine più emblematica non c ‘è  nel senso che mi toccano  tutte quante, devo dire che quella che c’è nel totem all’inizio della Mostra, quella delle  mani, quella col guantone dell’infermiera e quella del paziente, le riassume tutte quante, senza dare un’identità precisa di un infermiere, uomo o donna, non c’è uno sguardo che ti intenerisce ma è proprio il simbolo della loro professione, del loro modo di essere solidali.”   Stampa e tv li hanno definiti ‘Eroi’, e certamente lo sono stati, la definizione non è esagerata  lo sono tutt’ora,  ma loro, cosa ne pensano, vi si riconoscono? 

Dorella Donati è l’infermiera coordinatrice dell’Area Critica dell’Ospedale di S.M.Nuova: “ è una definizione”  – dice – “che non ci rappresenta  completamente, preferiamo ‘indispensabili’ come indica il titolo delle due Mostre. All’inizio  ci siamo trovati a dover affrontare una situazione di  criticità più grande di noi, ma dopo lo sgomento iniziale, abbiamo cercato tutti insieme di trovare  adeguate soluzioni, senza perdersi d’animo, senza paura, per fronteggiare una situazione nuova ed inimmaginabile. Di fronte alla quale ci siamo  detti che ce la potevamo fare. No, non ci siamo atterriti, ci siamo aiutati tra noi e confortati,  senza rientrare a casa fra i propri familiari, e soprattutto abbiamo cercato di recare assistenza e   conforto ai malati, completamente isolati da tutto e tutti.  Abbiamo pensato  subito a riorganizzare l’ospedale in modo che potesse affrontare l’onda dei ricoveri e dei contagiati. Purtroppo anche tra noi – infermieri e medici –  ci sono state delle vittime, ma se dovesse capitare di nuovo – speriamo che ciò non accada – saremo pronti a rifare quanto abbiamo già fatto, con la consapevolezza che adesso siamo più pronti e in grado di rimettere in moto le strutture che avevamo dovuto metter su in breve tempo. Certo è che questa è un’esperienza che ti segna per sempre e il timore, non la paura, per quello che potrebbe ancora accadere, non ti abbandona. Ma questa è la professione che abbiamo scelto e  svolgiamo quotidianamente”.

Debora Coppini, Coordinatrice dell’Area Medica: “ho ancora negli occhi i momenti tristi vissuti nella fase 1 del coronavirus, il dolore per non  esser riusciti a salvare tutti i pazienti, lo smarrimento iniziale e le difficoltà per comunicare via Tablet con i familiari dei ricoverati…. Ci sentiti siamo  sentiticatapultati  in una realtà sconosciuta, e con tanti infermieri nuovi nei reparti, non avevamo nemmeno un pezzetto di noi scoperto, ma abbiamo formato una solida coalizione anche con i reparti attigui alla medicina, con il gruppo psicologico, perché anche tra il personale   medico c’erano medici positivi e diffusa era la paura del contagio, e poi quanto dolore per le persone che non ce l’hanno fatta. Ora anch’io mi sento più forte e così anche l’ultimo arrivato. Da tanta tristezza, ne siamo usciti più forti e con la consapevolezza di  aver dato il massimo ottenendo positivi risultati in questa lotta che sembrava impari. Non ci sentiamo “Eroi’, indispensabili’  è la definizione più giusta”.  

E dopo il racconto di  Sestini e degli infermieri  che hanno vissuto in prima persona insieme ai medici di diverse specialità, questa inenarrabile esperienza, gestendo un aumento impressionante di polmoniti e insufficienze respiratorie,  a diretto contatto con la morte e con la vita, salvata a tanti pazienti colpiti dalla pandemia, non ci resta che raccogliere l’invito dello stesso fotoreporter:  riflettere su ciò che abbiamo vissuto, sui rischi ancora presenti, sui pericoli che incombono sugli esseri viventi poiché niente accade senza una ragione. A ciò contribuiscono iniziative come queste due Mostre fiorentine che fissano in una serie d’immagini un’esperienza  unica e  al tempo stesso generalizzabile, dato il carattere globale ed epocale  della sfida che la natura ferita e violentata ciclicamente lancia agli uomini e che, se non cambieremo paradigma  economico culturale politico, continuerà a lanciarci   in maniera sempre più virulenta. L’umana solidarietà  è fondamentale e importante, ma  deve incarnarsi  in un’azione quotidiana, a tutti i livelli che non riguardi soltanto le categorie degli ‘indispensabili’. 

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