martedì, Luglio 16

Forse torna il bipolarismo, però zoppo Preoccupa molti la prospettiva di un solida alleanza tra Cina e Russia di fronte ad un Occidente compatto solo in sede cerimoniale

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Si dava per scontato, fino a ieri, che dopo il tramonto del bipolarismo l’assetto del nostro pianeta fosse decisamente avviato verso un sistema multipolare. Con alcuni poli, certo, più robusti e attrattivi di altri, o persino aspiranti, ciascuno a proprio modo, a sopraffare gli altri, ma comunque incapaci, almeno per ora e per il futuro prevedibile, di dominare il campo, ovvero ciascuno il proprio campo, come Stati Uniti e Unione Sovietica per quasi tutta la seconda metà del secolo scorso.

Finita ormai una fase transitoria contraddistinta da una sorta di monopolarismo, ossia dal permanere di una sola superpotenza, quella americana, dopo la scomparsa della sua unica antagonista credibile su scala globale, non ha tardato a farsi largo più di un concorrente e potenziale sfidante: l’Unione europea in progressiva espansione e sia pure associata sinora in varia forma agli USA, la stessa Russia principale erede dell’URSS e, soprattutto, la Cina, l’unica già in possesso dei requisiti per aspirare al rango di superpotenza.

Curiosamente, Russia e Cina, che avevano finito con lo scontrarsi persino militarmente quando erano accomunate da regimi di tipo comunista teoricamente “fratelli”, hanno ritrovato (o meglio stabilito praticamente per la prima volta nella loro storia) un rapporto amichevole solo dopo il crollo di quello sovietico e la parziale trasformazione di quello cinese, permanendo in entrambi i casi sistemi più o meno marcatamente autoritari nonostante il comune avvicinamento ai modelli occidentali.

Decisiva era stata la fine della “guerra fredda” tra Est e Ovest, con un successo del campo occidentale conseguito, va ricordato, non sul terreno militare bensì grazie ad una comprovata superiorità politico-economica. E propiziato, in particolare, dalla precedente scelta strategica, innanzitutto americana, di approfittare dei contrasti tra Mosca e Pechino per approfondire il solco apertosi tra le due potenze comuniste e isolare quella maggiore venendo separatamente a patti con la Cina di Mao Zedong dopo il disimpegno USA dal Vietnam.

I successivi accordi con l’URSS di Michail Gorbaciov, travolto poi dai contraccolpi delle sue stesse riforme liberalizzatrici, furono in sostanza, almeno per un verso, il coronamento della “diplomazia tripolare” di Henry Kissinger, artefice di un ennesimo quanto efficace divide et impera. Piuttosto che imperiale in senso stretto, il disegno americano mirava in realtà a edificare un nuovo ordine mondiale, con gli USA semmai nel ruolo di regista, fondato su una convivenza il più possibile collaborativa anziché conflittuale tra le maggiori potenze, meglio se tutte adeguatamente democratizzate al loro interno.

Un disegno analogo, insomma, a quello già fallito sul nascere dopo la prima guerra mondiale, con il naufragio della Società delle nazioni, e rilanciato con esito appena un po’ migliore dopo la seconda. L’ONU, infatti, è sopravvissuta alla ‘guerra fredda’ ma i suoi obiettivi più ambiziosi sono rimasti sulla carta. Il secondo o, se si preferisce, terzo fiasco della serie è oggi sotto gli occhi di tutti dal momento che si parla diffusamente, e sia pure con una certa leggerezza, di nuova guerra fredda ormai in atto e destinata addirittura ad intensificarsi ed estendersi.

La constatazione riguardava, fino a ieri, il rapporto nuovamente conflittuale creatosi tra Russia e Occidente con gli Stati Uniti sempre in testa. Una ricaduta, insomma, non disgiungibile dall’involuzione autoritaria della Russia di Vladimir Putin e dalla multiforme ricomparsa a Mosca e dintorni di nostalgie di tipo imperiale benchè occhieggianti all’era zarista piuttosto che a quella sovietica. Ma attribuibile altresì, in misura certo non trascurabile, al trattamento già della Russia di Boris El’zin, da parte occidentale, come un Paese vinto anziché come un partner meritevole della rivendicata parità di diritti con vincitori neppure “tecnicamente” tali.

Divisa dagli USA da contrasti meno gravi e scottanti, e sempre più legata invece ad essi da un’economia in crescita galoppante, praticamente di mercato, largamente privatizzata (a differenza di quella russa) e aperta al mondo, la Cina pur sempre comunista non poteva non condividere, se non altro per principio, la contestazione russa di residue o recidive pretese egemoniche americane. Pechino, perciò, ha quasi sempre spalleggiato Mosca nel suo contenzioso con Washington ma a livello, si potrebbe dire, più che altro simbolico ovvero potenziale, evitando comunque di accreditare l’immagine di vincolanti alleanze anche solo di fatto con l’effimera “sorella” di un tempo ormai lontano.

In altri termini, è nata un’amicizia senza dubbio genuina e a tratti anche calorosa ma meno importante e preziosa, oggi, per il partner, dei due, di gran lunga più potente sotto il profilo economico oltre che demografico, e sempre meglio attrezzato anche militarmente e tecnologicamente al punto da poter sfidare su qualsiasi terreno la stessa superpotenza o ex superpotenza americana. E anzi, al limite, da far temere al partner oggettivamente più debole che l’amicizia possa tramutarsi in dipendenza fin troppo pesante.

Per il momento, tuttavia, lo scenario che sembra profilarsi è di segno opposto. Quello di una riedizione, cioè, del vecchio bipolarismo, sia pure con una variante non di poco conto: l’inversione dei ruoli, o dei relativi pesi, in uno dei due grandi campi, orientale e occidentale, in cui il mondo tende a ridividersi, ancora schierati comunque l’uno contro l’altro e inevitabilmente spinti a contendersi una prevalente influenza, se non proprio il dominio, sull’ampio resto del pianeta.

Quasi spettacolare è stata, nei giorni scorsi, la concomitanza probabilmente non accidentale tra due eventi fin troppo facilmente contrapponibili nelle attuali circostanze. Da un lato, sulla sponda atlantica dell’Europa, la commemorazione del 75° anniversario dello sbarco anglo-americano in Normandia, preludio all’atto finale della sconfitta nazista nella seconda guerra mondiale. Dall’altro, sulla riva orientale del Baltico, una relativamente lunga visita del presidente cinese Xi Jinping, ospite di Putin che a San Pietroburgo è di casa.        

Al primo evento hanno partecipato i massimi dirigenti di 18 Paesi coinvolti in un modo nell’altro nel fatidico D-Day. Non invece il “nuovo zar”, che stavolta, a differenza di altre precedenti occasioni del genere, non è stato neppure invitato. Anziché offendersi e protestare, però, Putin ha ostentatamente minimizzato l’evento, sostenendo tra l’altro, o facendo spiegare dai suoi collaboratori, che lo sbarco del 6 giugno 1944 non fu affatto decisivo per le sorti di un conflitto che, secondo loro, l’alleanza antinazista stava già vincendo per merito dell’URSS e in particolare grazie all’eroismo del popolo russo.

Il cui attuale presidente, ancora relativamente popolare nonostante un sensibile calo recente dei consensi, si è comunque rifatto, appunto, ospitando il suo omologo cinese. Di per sé, una visita del numero uno di Pechino in terra russa non costituisce certo un evento memorabile. Xi Jinping ne aveva già compiute sette nel giro di sei anni e con Putin si era incontrato, nello stesso lasso di tempo, una trentina di volte.

Questa volta, tuttavia, non si è limitato a presentarsi al Forum economico internazionale della “seconda capitale” russa in compagnia di un migliaio di uomini d’affari cinesi né a recarsi anche a Mosca per regalare due panda al suo zoo. Ha soprattutto esaltato i rapporti con il grande vicino come non aveva mai fatto in precedenza, affermando che, superate le “prove e tribolazioni” del passato, essi si sono sviluppati in modo stabile raggiungendo adesso un picco, ossia il “livello più alto nella nostra storia”.

Ciò nonostante, a quanto pare, si può e si vuole andare anche più in là. Xi non ha parlato di alleanza in piena regola, ma oltre a definire Putin uno “stretto amico” e il “migliore amico” personale ha auspicato ulteriori progressi nei rapporti bilaterali, che dovrebbero entrare in “una nuova era”, caratterizzata da una “partnership a tutto campo” e da un’“interazione strategica” (come promette una dichiarazione congiunta dei due presidenti), partendo da una base attuale di “posizioni simili o coincidenti” , secondo Xi, sulle questioni mondiali cruciali.

Quali e quanti fatti seguiranno alle parole resta in gran parte da vedere, specie per quanto concerne tali questioni. Crisi venezuelana, dunque, nucleare iraniano, controllabilità della Corea del nord, in primo piano, senza contare naturalmente il conflitto in Ucraina, sul quale Pechino ha sinora appoggiato Mosca ma soprattutto contro le sanzioni occidentali e comunque senza esporsi più di tanto, al punto da offrire (peraltro senza esito) una propria mediazione che presuppone un minimo di neutralità.

Nel frattempo la Cina non lesina impegni e promesse in soccorso della zoppicante economia russa, anche con investimenti sostitutivi di altri stranieri attualmente in calo per ragioni politiche. Gli scambi commerciali sono già aumentati del 25% nel 2018 (dopo un 2017 assai deludente) superando i cento miliardi di dollari, che consolidano il primo posto della Cina tra i partner della Russia. A Pechino Mosca cerca di vendere il più possibile di petrolio e gas, ovviamente, dovendo però fare i conti, finora, con una preferenza cinese per fonti di approvvigionamento diversificate.

Nel complesso, durante la visita del grande amico, Putin si è mostrato più ritegnoso di Xi nel magnificare i progressi e le prospettive dei rapporti bilaterali. Agli effetti pratici, in compenso, è stato più munifico dell’ospite. Dal Cremlino è infatti trapelata una maggiore disponibilità russa a coinvolgersi, insieme con i soci dell’Unione eurasiatica, nell’attuazione degli ambiziosi progetti della Belt and Road Initiative ovvero Nuova via della seta, che in Russia non manca di suscitare perplessità e scetticismi non dissimili da quelli diffusi in Occidente.

Ha fatto però notizia, comprensibilmente, soprattutto la decisione di Mosca di affidare alla Huawei, la grande società cinese messa clamorosamente al bando dagli USA, per motivi politici non meno che economici, la realizzazione in Russia (in collaborazione con un partner nazionale) di una rete di telecomunicazioni di quinta generazione nel giro di un paio d’anni.

Si tratta di una scelta strategica sotto ogni aspetto, tenendo conto anche dell’aiuto che potrebbe dare al salvataggio di un colosso e “campione” cinese duramente colpito su scala planetaria dalla mossa americana di segno opposto con tutti i suoi annessi e connessi. E nel quadro, naturalmente, di una più ampia guerra commerciale scatenata da Washington contro Pechino e a sua volta più che sufficiente a spiegare l’apparente scelta cinese di imprimere una quanto meno vistosa stretta ai legami con la Russia.

Molto altro ancora potrebbe essere già in cantiere, comprese misure di vario genere destinate ad emancipare Cina e Russia, insieme con altri eventuali interessati, dall’egemonia planetaria del dollaro, oltre a quelle già preannunciate per conquistare l’indipendenza digitale. Non sorprende quindi che numerosi osservatori della scena internazionale vi riscontrino gli estremi di un ritorno al mondo bipolare sia pure sopravvalutando una compattezza certo più che discutibile del campo occidentale, momentaneamente unito nel celebrare in solitudine lo storico evento di 75 anni fa.

Né stupisce, quindi, che qualcuno veda nero in una simile evoluzione, o involuzione, come nel caso di Angelo Panebianco, che sul ‘Corriere della sera di ieri ha lamentato le minacce incombenti su un Occidente “ormai in disarmo, minato da diffidenze e rancori”, e in particolare su un’Europa “in gravi ambasce” che rischia di subire “nuove spartizioni”, a causa di una leadership americana che sta venendo meno nel confronto con l’”alleanza strategica con due grandi potenze autoritarie”.

Panebianco però sbaglia quando afferma che Russia e Cina si stanno vendicando del brutto scherzo fatto a loro a suo tempo dagli USA, come già sopra ricordato. E’ Donald Trump, invece, che rischia di farlo al proprio Paese e all’intero Occidente spingendo Cina e Russia verso una piena alleanza, all’opposto di quanto aveva fatto Kissinger, e per di più mettendo in vario modo a repentaglio la solidarietà occidentale sull’altare dell’America first.

Mentre The Donald, tuttavia, potrebbe anche sloggiare dalla Casa bianca nel prossimo anno, Putin e Xi Jinping, forse presidenti a vita, potrebbero anche limitarsi ad usare la loro alleanza, anche eventualmente perfezionata, come temporaneo strumento di pressione e dissuasione nei confronti di un antagonista oggi comune ma domani, forse, non più. La democrazia, dopotutto, a qualcosa serve, se ben usata.   

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