venerdì, Settembre 25

Formigoni ai domiciliari: è giusto (e conviene) Disabili in carcere: nessuno sa quanti siano

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Ha il sapore di un’excusatio non petita, ma è meglio fugar subito possibili dubbi. Chi scrive non è, non è mai stato, un simpatizzante di Roberto Formigoni; non ha mai nutrito una qualche simpatia per don Luigi Giussani, Comunione e Liberazione, il Movimento Popolare, anche quando tutti ai meeting di Rimini ci correvano, o si dispiacevano per i mancati inviti. Tutto ciò premesso è qualcosa degno di Maramaldo, quello di ‘sparare’ addosso a un Formigoni in ginocchio; e spesso sono gli stessi che non fiatavano quando ‘il Celeste’ era potente (e prepotente). Vecchia regola, si dirà, quella di essere forte coi deboli, e debole coi forti. E’ comunque regola e comportamento ignobile, ripugnante. Cattivo.

E’, inoltre, incivile che Formigoni (e, beninteso, chiunque), a 72 anni sia chiuso in una cella (quale sia la cella), di un carcere (quale sia il carcere). E’ inconcepibile che un giudice debba impiegare un mese per stabilire se Formigoni può o non può scontare la sua pena in forme diverse dalla detenzione carceraria. Quel Formigoni integralista e intollerante, che faceva falsificare arrogantemente le firme per le liste elettorali, e per questo è stato condannato; quel Formigoni che vedeva come fumo negli occhi Marco Pannella, acerrimo nemico di ogni iniziativa politica dei radicali, dei libertari, degli autentici laici e socialisti liberali; quel Formigoni che ne avrà fatte di tutte e di più.

Il ‘Celeste’ è detenuto nel carcere di Bollate; sono molti, tetragoni, che ritengono che debba scontare tutta la pena a cui è stato condannato dentro una cella. La parola d’ordine sembra essere, non importa a quale schieramento si appatiene, ‘buttate via la chiave’.

E invece, no. Non è civiltà (giuridica e tout court) tenere in carcere un settantaduenne; all’obiezione che ce ne sono anche altri, a centinaia, si deve rispondere che in linea di massima non è giusto neppure per loro. Formigoni poi ha senz’altro tante cose di cui deve rimproverarsi; ma che oggi costituisca un pericolo sociale non è sostenibile. Dunque nulla dovrebbe ostare al fatto che lui e altri come lui scontino la pena fuori dalla cella. Mandarlo a svolgere attività sociale, libererebbe un posto (e sa il cielo se non c’è necessità di celle per detenuti ben più pericolosi). C’è poi da immaginare che Formigoni, per quanto sembra sia ben accetto dagli altri detenuti, sia comunque sottoposto a un minimo di attenzione alla sua sicurezza. Non si sa mai. Mandarlo fuori, è anche conveniente.

   Dal carcere di Bollate a quello di massima sicurezza di Parma. Vi è rinchiuso  l’ex boss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo. Ha 78 anni, è sottoposto al regime di carcere duro; tranne un breve periodo di latitanza ha trascorso più di cinquant’anni in carcere. E’ responsabile di delitti orribili. Tanti, più di quanti se ne sa. Pare che le sue condizioni di salute siano critiche. La moglie Immacolata Iacone, racconta che «assume quattordici pillole al giorno, ha problemi di diabete, la sua vista è seriamente minata, è affetto da una seria prostatite e l’artrite non gli dà quasi più la possibilità di muovere le mani»Rita Bernardini, della presidenza del Partito Radicale, chiede anche per Cutolo, «ormai in fin di vita, una fine dignitosa fuori dal carcere. Come per tutti. Noi ci siamo occupati persino di Provenzano. Ci occupiamo di tutti perché la fine di una persona soprattutto in quelle condi­zioni non richiede certo la vendetta. Sono persone che si sono fatti decenni di carcere ed è chiaro che, soprattutto se hanno malattie gravi invalidanti, non possono essere curate e in quel modo la detenzione è un tipo di tortura, cosa da noi vietata anche se si fa così come si fa per chi si trova al 41bis».

    Preoccuparsi, lottare per un tipo come Cutolo, non  un po’ troppo? Risponde Bernardini: «Una morte dignitosa non solo per Cutolo ma per tutti, altrimenti sarebbe più serio legalizzare la tor­tura. In questo caso, infatti, si fa la tortura in forma ipocrita. Queste misure tipo il 41bis vengono giustificate con il fatto che questo carcere duro è dovuto al fatto che oc­corre impedire i legami con la criminalità organizzata perché questi che sono stati capi non diano più ordini. Questa è la giustificazione ma oggi ci sono mezzi tecnologici che potrebbero impedire questi collegamenti ma si usano come mezzo altre forme come il colloquio una volta al mese o l’isolamento. E proprio l’isolamento ad essere una vera e propria forma di tortura che non si giustifica, secondo noi, con la finalità che si vuole raggiungere: troncare i legami con la criminalità organizzata. Abbiamo promosso una proposta di legge per modificare il 41bis sia per abolire l’ergastolo ed in particolare quello ostativo che non da alcuna speranza di poter uscire. Se non ti sei ‘pentito’ e non fai i nomi degli altri continui a ri­manere in questa forma di ergastolo».

    Casi estremi, limite? Forse. Però si apprende che sono almeno un centinaio le persone detenute a Milano, con un’invalidità certificata. Il dato emerge da un progetto di inclusione socio-sanitaria e lavorativa realizzato dal Consorzio Sir, battezzato ‘Gli invisibili: la disabilità fra carcere e territorio‘. Nato un paio d’anni fa grazie a risorse del Programma Operativo Regionale e del Fondo Sociale Europeo, ‘Gli Invisibili’ si propone una serie di obiettivi: realizzare tirocini lavorativi part time di tre mesi presso le cooperative sociali del Consorzio, soprattutto nel settore manutenzione del verde e pulizie; laboratori di agricoltura sociale e artigianato artistico dentro al centro clinico del carcere di Opera destinati ai detenuti disabili; percorsi di accoglienza temporanea in appartamenti protetti, con personale specializzato nell’assistenza a persone con disabilità.

Il centinaio di segnalazioni arrivate in due anni di lavoro riguardano sia disabilità fisiche (52 per cento), che psichiche (27 per cento) e miste (21 per cento). Un primo dato colpisce: non esiste monitoraggio sistematico del fenomeno delle persone con disabilità in carcere; l’ultima rilevazione del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) nel 2016 individuava 628 casi, sparsi sull’intero territorio nazionale. Un dato probabilmente sottostimato, scivolate nell’oblio dell’invisibilità – come recita il titolo del progetto – a causa di uno stato di salute fatto di incompatibilità con la carcerazione, mancanza di strutture in grado di accoglierli pienamente, carenza di operatori che li accompagnino nelle attività, fatica a usare i servizi igienici e a lavarsi come tutti gli altri.

A Milano le segnalazioni sono arrivate da tutti e tre gli istituti penitenziari per adulti, oltre che dal territorio dell’area metropolitana dove ci sono detenuti che scontano la pena in misura alternativa: il 44 per cento dal carcere di Opera, il 17 per cento dalla Casa di reclusione di Bollate, 9 per cento dalla Casa circondariale di San Vittore, il 25 per cento dall’Ufficio di esecuzione penale esterna, con il restante 5 per cento segnalato invece dagli enti locali coinvolti – i comuni di Milano e Cesano Boscone.

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