venerdì, Aprile 26

Foreign fighters contro ISIS, ‘eroi’ perseguitati Lorenzo Orsetti muore combattendo tra i curdi: davanti lo Stato Islamico o la giustizia italiana. All’orizzonte un’interessante discussione giuridica e politica, ne parliamo con Francesco Marone e Stefano Saluzzo

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Muore Lorenzo Orsetti, fiorentino, trentatre anni. Muore al fianco dei curdi, combattendo lo Stato Islamico (ISIS). Il suo video-testamento recita: «Non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà», e continua dicendo: «sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra». La sua morte apre (o dovrebbe aprire) la discussione, in Italia, sui foreign fighters al fianco dei curdi. Una discussione, quella sui foreign fighters, che, fino ad ora, sembrava dovesse rimanere confinata sul fronte di quelli entrati nell’ISIS.

Tra le fila dell’ISIS si sono susseguiti centotrentotto italiani. Persone nate in Italia o persone con regolare permesso di soggiorno o di residenza. Negli anni, hanno combattuto in Siria, in Iraq ed (in minor parte) in Libia, al fianco dello Stato Islamico. “Di questi centotrentotto, solo venticinque individui hanno effettivamente passaporto italiano. La maggioranza è composta da cittadini stranieri: le nazionalità più rappresentate sono Tunisia e Marocco. D’altra parte, per i combattenti che si sono uniti a milizie a maggioranza curda contro l’IS non vi sono conteggi ufficiali pubblicamente disponibili, spiega Francesco Marone, ricercatore ISPI nell’Osservatorio sulla radicalizzazione ed il terrorismo internazionale.

Tra le fila curde dell’Unità di Protezione Popolare (YPG) e la Unità di Protezione delle Donne (YPJ) si sono contati almeno una ventina di italiani (alcune fonti riferiscono di venticinque persone), a partire dal 2015. Al momento pare che cinque, forse sei, italiani stanno combattendo tra le fila curde: si parla di due donne nel YPJ e tre uomini nel YPG.

Oltre a Lorenzo Orsetti, nel gennaio 2019, è morto anche Giovanni Francesco Asperti, bergamasco, 50 anni. Queste morti sono dovute ai combattimenti nella Battaglia di Baghuz Fawqani, iniziata il 9 gennaio 2019. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), supportate da Stati Uniti, Francia e Regno Unito, assediano l’ultimo lembo di terra controllo dallo Stato Islamico. Nelle Forze Democratic figurano le due unità YPG e YPJ: la battaglia nel Nord Est della Siria si è rivelata più ostica di quanto prospettato.

Nel 2017, un report della The Henry Jackson Society ha denunciato la similarità tra i terroristi del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e il Partito dell’Unione Democratica (PYD). L’intimidazione e l’omicidio sono usati come deterrente per l’opposizione alla loro ideologia. Il PKK è considerata un’organizzazione terroristica da Stati Uniti, Unione Europea, Turchia, Iran e NATO. Invece, Brasile, Russia, India, Cina, Svizzera, Egitto e Nazioni Unite non la considerano un’organizzazione terroristica. Le ali militari del PKK sono le Forze di Difesa del Popolo (HPG), l’Unità delle Donne Libere (YJA-STAR) e l’Esercito di Liberazione Nazionale del Kurdistan (ARGK).

In Italia, i curdi non sono considerati terroristi, ma l’italia non si è mai schierata nettamente a loro favore. I Paesi occidentali hanno pianto le vittime di attentati terroristici in tutta Europa, ma l’Italia non ha mai, fino ad ora, appoggiato gli organi YPG e YPJ. Forze che lottano a fianco degli eserciti occidentali impegnati in Siria, ma che non hanno mai avuto forte rilievo nella discussione politica italiana (almeno quella istituzionale). Con la morte di Orsetti, forse, ora qualcosa cambierà.

Il quadro giuridico italiano si è aggiornato il 18 febbraio 2015 con il Decreto Alfano. Il Decreto prende il nome dell’allora Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, che sviluppa provvedimenti contro il terrorismo sul piano penale e sul piano degli strumenti di prevenzione. Per quanto riguarda il piano penale: introduzione del reato per chi organizza, finanzia e propaganda viaggi per commettere condotte terroristiche, per colui che si ‘auto-addestra’ alle tecniche terroristiche. Mentre per quello di prevenzione: sorveglianza speciale di pubblica sicurezza ai potenziali foreign fighters, facoltà del Questore di ritirare il passaporto ai soggetti indiziati di terrorismo. Inoltre, sono previsti aggravamenti delle pene per apologia e istigazione al terrorismo tramite internet. Marone ritiene che una normativa simile non esiste in altri Paesi europei (nel Regno Unito, per esempio) e, a mio avviso, rende la politica antiterrorismo italiana più incisiva.

Il Decreto Alfano era pensato per i foreign fighters dell’ISIS. Infatti, era in risposta agli avvenimenti del 7 gennaio 2015, quando morirono quattordici civili e tre poliziotti nell’attentato alla sede di Charlie Hebdo, a Parigi. Anche se le motivazioni giuridiche hanno un’origine precedente: Tutto nasce, nel 2014, dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nella quale si richiede agli Stati di adottare delle normative interne che criminalizzino le condotte terroristiche, alla luce della guerra civile in Siria. La risoluzione riguardava i cosiddetti terrorist foreign fighters, e chiedeva agli Stati di investire nella prevenzione e nella repressione del fenomeno. A livello internazionale non esiste altra normativa specifica per i foreign fighters. Ma essa ha in sé un limite, si riferisce solo a soggetti che si preparano, si addestrano e poi viaggiano per unirsi a gruppi terroristici, e quindi non si riferisce a tutti i fenomeni che riguardano i foreign fighters”, spiega Stefano Saluzzo, ricercatore di diritto internazionale presso l’Università del Piemonte Orientale.

Oggi, chi combatte con i curdi potrebbe avere problemi per via di quelle disposizioni. Anche se, ai tempi, lo stesso Alfano aveva chiarito che non sarebbero stati puniti coloro che eventualmente avrebbero deciso di combattere contro l’ISIS. Infatti, lo Stato italiano distingue tra chi si è unito all’IS (e altri gruppi armati di matrice jihadista) da chi si è unito alle milizie a maggioranza curda anti-IS, dato che queste ultime non vengono considerate come organizzazioni terroristiche”, asserisce Marone.

Ma se dal punto di vista penale siamo incisivi, da quello preventivo sono molte le carenze: Non esiste una vera e propria strategia nazionale per la contro-radicalizzazione (prevenzione) e la de-radicalizzazione (reintegrazione). Diversamente da molti altri Paesi europei, come Danimarca, Regno Unito e Olanda, non sono stati sviluppati programmi sistematici, che potrebbero affiancare e agevolare il lavoro svolto dalle forze dell’ordine”, ragiona Marone.

Di fatto, gli italiani che decidono di unirsi ai curdi in combattimento possono essere perseguiti dalla giustizia italiana. Orsetti sapeva che se avesse messo piede in Italia avrebbe rischiato la richiesta di sorveglianza speciale. «In Italia provano a trattarci da terroristi, noi continuiamo con il nostro lavoro, ogni giorno sempre più certi di stare dalla parte giusta», scriveva su Facebook. Infatti, la Procura di Torino ha messo sotto processo cinque italiani (Eddi, Jack, Davide, Jacopo ed Andolina) perché ritenuti «socialmente pericolosi». Il processo è previsto per il 25 marzo. Commenta Saluzzo, la questione riguarda, non tanto l’adesione a un gruppo specifico o di natura terroristica, bensì il rischio per la sicurezza nazionale e per l’ordine pubblico che, persone che si sono addestrate privatamente all’uso delle armi e che hanno acquisito delle competenze di questo tipo all’estero, pongono al loro ritorno nel territorio nazionale. Non a caso sono misure preventive quelle della Procura di Torino: si teme per la sicurezza del territorio nazionale”.

A loro sostegno è partito un appello, a cui hanno aderito in centinaia tra giuristi, giornalisti e personalità del mondo della cultura tra cui lo scrittore Stefano Benni, il regista Paolo Virzì, il fumettista Zerocalcare, l’attore Elio Giordano ed i cantanti dello Stato Sociale.

Insomma, Orsetti, oggi, agli occhi di molti è un eroe. Al margine di questo si apre una riflessione doverosa sull’uso della violenza in casi estremi, come quella odierna di Avvenire. Orsetti è un combattente irregolare o un eroe? La sua memoria va rispettata, ma le sue gesta sono da ammirare o da condannare? In ogni caso, se fosse rientrato sarebbe stato perseguito dalla giustizia italiana. Probabilmente, si sarebbe visto ritirare il passaporto o notificare un obbligo di dimora nel Comune di residenza, come sta avvenendo, come abbiamo visto, per alcuni sui ex compagni d’armi.

Nel marzo 2017, il Parlamento Europeo rende il reato di terrorismo maggiormente comprensivo, facendogli assumere nuove sfumature. La direttiva europea rende reato terroristico, ad esempio, viaggiare all’estero per unirsi a un gruppo terrorista, ricevere un addestramento militare a fini terroristici, finanziare con soldi e altri beni un gruppo terroristico. La direttiva è vincolante, i Paesi hanno avuto diciotto mesi per ratificarla nelle loro legislazioni. Per Paesi come Italia, Francia e Belgio, ad esempio, la ratifica non ha significato grandi riforme: l’ordine giuridico era già avanzato in materia. Mentre in altri Paesi europei l’aggiornamento legislativo ha significato maggiori riforme e discussioni.

In Occidente, così come in Italia, vi è la consapevolezza che il terrorismo di matrice jihadista non è l’unico a destare preoccupazione. Per esempio, in Italia l’ultima Relazione annuale dell’Intelligence, pubblicata il 28 febbraio, ha esaminato, oltre alla minaccia jihadista, anche l’eversione anarco-insurrezionale, quella marxista-leninista, quella antagonista e quella della destra radicale”, ragiona Marone. Infatti, la preoccupazione di molti è che altri tipi di terrorismo, come il recente caso neozelandese, passino inosservati. Marone continua dicendo che l’Unione Europea si impegna attivamente nel contrasto di ogni forma di estremismo violento. Tuttavia, è un fatto che negli ultimi anni, per via del livello elevato di minaccia, la priorità sia stata di fatto attribuita a quello di matrice jihadista.

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