lunedì, Ottobre 26

Flussi migratori: ripartire dai diritti umani

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Per gli aspetti che presenta nella sua evoluzione recente, la questione migratoria offre diversi elementi , alcuni dei quali raccolti a più riprese dalle istituzioni nazionali ed europee, capaci di operare una conversione interna al discorso politico che la riguarda. Nel cuore della crisi acuita dagli sbarchi, c’è da chiedersi se sia possibile passare, almeno in parte, dalla logica del contenimento numerico e securitaria, addirittura favorevole al rimpatrio o al respingimento, logica che accoglie solo nei limiti del discrimine tra asilo politico e migrazione economica, a un approccio fondato sulla centralità  diritti umani.

Come cambierebbero potenzialmente le risposte dei governi europei alla realtà dei flussi migratori?  Riguardo ai permessi temporanei di soggiorno, il Vice Ministro degli Affari Esteri Mario Giro ha sottolineato che non si tratta di una novità (sono già stati rilasciati in passato) e che non stiamo parlando di visti, ma di permessi umanitari.

L’emergenza umanitaria di cui si parla a livello istituzionale (in seno alla Corte di Giustizia,  ma anche a livello amministrativo nazionale – ad esempio, i permessi provvisori di soggiorno proposti dalla Farnesina) è un sintomo, più che di quel che avviene nei Paesi terzi da dove provengono i richiedenti, del cattivo funzionamento provocato dalla rigidità del sistema di Dublino. Ciò provoca, a livello interno, le derive del concentramento ‘temporaneo’ di persone prive di status.

Dentro e – a fortiori – fuori dallo Spazio Schengen, le violazioni dei diritti fondamentali dei cittadini provenienti da Paesi extraeuropei sono ormai una realtà ‘ordinaria’, alla quale ci siamo abituati.

Ci sono elementi per credere che il peso di questo ambito giuridico possa crescere e consolidarsi in un futuro non lontano?

 Risponde il Prof. Rosario Sapienza, Ordinario di Diritto internazionale e Diritto dell’Unione Europea presso l’Università di Catania.

Professore, a fronte della chiusura generalizzata delle frontiere da parte degli Stati membri dell’Unione e della rigidità del «Sistema di Dublino», il ricorso alla tutela internazionale dei diritti umani sembra essere, nella contingenza della ‘crisi’, la sola possibilità di risposta alle violazioni subite dalle persone che emigrano. Peraltro, nell’organizzazione della risposta sul territorio degli Stati di primo arrivo come l’Italia, per i quali è arduo controllare le dinamiche degli sbarchi, le problematiche di ordine gestionale (prima accoglienza, distribuzione sul territorio) risultano prioritarie.

Ritiene, come è sostenuto da diversi attori qualificati nel dibattito sull’accoglienza, che le modalità con cui l’Italia affronta la questione migratoria siano condizionate (soprattutto a partire dal 2011) da una costante logica di tipo ‘emergenziale’?

Non condivido l’idea secondo la quale l’Italia stia affrontando la crisi migratoria in una logica emergenziale. Il nostro Paese sta rispondendo con l’attivazione delle risorse umane ordinarie della propria amministrazione e della propria società civile assicurando livelli di efficienza, certo, lontani da quanto sarebbe desiderabile, ma comunque al massimo delle proprie possibilità.

Ciò avviene in un contesto in cui altri Paesi e poteri vorrebbero usarla come capro espiatorio di un problema che non abbiamo creato noi e che, in fin dei conti, è il prodotto dell’ottusità con la quale i governi europei, e la Commissione al loro seguito, affrontano la questione.

Eppure l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (organizzazione diversa dall’Unione) aveva cominciato ad affrontare questi problemi già negli anni Novanta del secolo scorso.

Sotto questo aspetto, mi sia consentito ricordare che fui proprio io a redigere uno dei primi documenti che trattavano specificamente dei problemi che le ondate migratorie (che già allora si annunciavano imponenti anche se con numeri inferiori agli attuali) avrebbero posto a un’Europa priva di frontiere interne.  Al riguardo, è consultabile la Raccomandazione n. 1148 del 1991 e la mia relazione contenuta nel Report «Europe of 1992 and Migration Policies» (PACE Doc. 6412), del 12 aprile 1991”.

 Nel contesto europeo, il diritto internazionale umanitario può operare in qualche misura?

Qui occorre chiarire: con questa denominazione si indica correntemente il diritto applicabile ai conflitti armati. La crisi migratoria in atto è solo parzialmente riconducibile a conflitti armati formalizzati. Per contro, essa è dovuta in massima parte all’operare di generici fattori di instabilità politica ed economica dovuti anche alla politica coloniale e neocoloniale di alcuni Stati europei.

Il rispetto dei diritti umani, come sanciti dalle fonti internazionali, trova invece un riferimento obbligato nella giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti Umani, che opera a Strasburgo e le cui decisioni hanno più volte sanzionato le violazioni dei diritti umani dei migranti.

Malgrado il parere espresso dall’ Avvocato generale Eleanor Sharpston  (che ha fatto riferimento a una clausola umanitaria contenuta nel «Codice Fontiere Schengen», istituito con Regolamento UE del 2016), la Corte di Giustizia dell’Unione Europea non ha ritenuto sufficiente il carattere straordinario della crisi migratoria, addotto da Sharpston nelle sue conclusioni, per sospendere l’operatività del Regolamento di Dublino. Ciò vuol dire che la competenza per l’esame delle domande di asilo sarà mantenuta in capo al Paese di primo ingresso. Ritiene utile, nella situazione attuale, che questo sistema continui a funzionare in assenza di temperamenti?

Il «Sistema di Dublino» è, a mio avviso, inemendabile e va abrogato. Esso si basa sulla irrealistica rappresentazione della crisi migratoria come un fenomeno legato a persecuzioni e a guerre, pretendendo di poter concedere lo status di rifugiato a chi lo … ‘merita’ e respingendo tutti gli altri.

Ora, a parte il fatto che la Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato è in sé uno strumento giuridico inadeguato fin dal momento in cui essa fu stipulata (dato che fu originariamente pensata come un correttivo alla spartizione territoriale in blocchi dell’Europa postbellica), è necessario essere consapevoli del fatto che la crisi migratoria nel Mediterraneo è un fenomeno complesso e solo in parte riconducibile a persecuzioni, secondo la Convenzione di Ginevra.

Il «Sistema di Dublino» era pensato come un meccanismo per ripartire fra gli Stati membri dell’Unione le competenze per la concessione dello status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra e non può essere piegato ad altri fini. Infatti non funziona.

Quali sono i principali strumenti giuridici capaci di tutelare i cittadini non europei diretti verso l’Europa che, fermati o respinti alle frontiere, subiscono trattamenti inumani e degradanti (pensiamo alla frontiera balcanica, ma anche alle prassi di polizia destinate ai richiedenti protezione internazionale che, da Ventimiglia, sono ri-tradotti in autobus all’hotspot di Taranto) ?   Potrebbe citare uno o due esempi tratti dalla casistica giurisprudenziale europea?

Non c’è che il sistema della «Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali» (CEDU) del 1950. I diritti garantiti dalla Convenzione sono, come ho già ricordato, prerogativa della Corte di Strasburgo, istituita nel 1959, che – ancora – non è un organo dell’Unione Europea. Essa è competente per i ricorsi individuali contro le violazioni dei diritti garantiti dalla Convenzione o dai suoi Protocolli. I casi sono tantissimi, il primo che mi viene in mente è Hirsi Jamaa e altri contro Repubblica Italiana, del febbraio 2012.

 

 

Il caso, i cui fatti risalgono a 6 maggio 2009, riguarda l’intercettazione, da parte della nostra Guardia Costiera e Guardia di Finanza italiane, nella «Zona marittima di ricerca e salvataggio» (SAR) rientrante nella giurisdizione di Malta, di un gruppo di circa 200 persone salpate su 3 imbarcazioni dalla Libia e dirette verso le coste italiane. Trasferiti sulle navi militari italiane, i passeggeri sono stati riportati a Tripoli, dove hanno subito una serie di vessazioni compiute dalle autorità libiche. I ricorrenti, due dei quali deceduti prima della sentenza, erano 11 cittadini somali e 13 cittadini eritrei. Il 23 febbraio, con una sentenza storica, la Grande Camera della Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per avere violato il divieto di espulsione collettiva, senza offrire alle vittime nessuna forma di riparazione per le violazioni subite (il risarcimento per i danni patiti dai ricorrenti è stato quantificato in 15mila euro a testa, più le spese legali). Il giudice europeo ha stabilito che il respingimento in Libia dei 24 ricorrenti costituisce una violazione dell’Art. 3 CEDU («Tortura e trattamento inumano»), poiché la Libia non offriva garanzie rispetto al trattamento dei richiedenti asilo e dei rifugiati, esposti così ad un rimpatrio forzato.

Fuori dallo Spazio Schengen, proprio la Libia, smembrata nella sua unità politico-territoriale e terra di transito e permanenza forzata, è teatro delle peggiori violazioni a danno dei diritti fondamentali delle persone dirette verso l’Europa. Violazioni gravissime, commesse anche dalla pubblica autorità (ad esempio la Guardia Costiera, sulla quale in giugno è stato pubblicato un rapporto di denuncia dell’ONU). La Corte Penale Internazionale, a maggio, ha espresso la volontà di aprire un’inchiesta sui quei crimini.

Professor Sapienza, è possibile prevedere un’evoluzione di questo scenario in direzione di un’ombra di tutela garantita dall’ordinamento internazionale (effettivi poteri di intervento della Corte; aumento di ‘peso’ dell’ONU in Libia…)?

Non si può far nulla fino a quando alcune potenze europee non abbandoneranno le loro pretese di egemonia neocoloniale sul continente africano. Quello che accade in questi giorni è sotto gli occhi di tutti.

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