domenica, Novembre 29

Firenze: il ritorno di Leone X e Raffaello Il celebre dipinto dell’urbinate ritorna a casa dopo la grande mostra alle scuderie del Quirinale. La novità è che i tre personaggi della dinastia medicea furono tutti realizzati dal grande artista, lo rivelano gli specialisti delle Pietre Dure. Attorno al quadro una mostra a Palazzo Pitti sull’opera di restauro. L’era di Giovanni de’ Medici, uomo colto e mecenate carica di luci e contrasti.

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Chiusa la grande mostra romana di Raffaello alle scuderie del Quirinale per il cinquecentenario dell’artista, il celebre dipinto dell’urbinate  raffigurante Papa Leone x, con i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, ha fatto ritorno a Firenze, sano e salvo. Anzi restaurato e, come spesso avviene in questi casi,  con  qualche mistero svelato. Ciò spiega la Mostra che si apre oggi a Palazzo Pitti, nella sala delle Nicchie della Galleria Palatina, curata dal soprintendente dell’Opificio Marco Ciatti e dal direttore degli Uffizi Eike Schmidt, e visitabile dal 27 ottobre 2020 al 31 gennaio 2021.

Un atteso ritorno, quello del celebre ritratto,  almeno da parte di coloro  che si erano dichiarati contrari al prestito, in particolare i rappresentanti del Comitato scientifico che si dimisero in blocco perché l’opera era nella lista di quelle  non trasferibili. Polemica chiusa? Staseremo a vedere. A tal riguardo Schmidt ha avuto parole rassicuranti, affermando che il restauro era stato concordato già nel 2017 con le Scuderie del Quirinale, in vista appunto della grande mostra, e che queste hanno finanziato il lavoro di restauro, poiché il dipinto era (ed è) parte fondamentale della collezione delle opere di Raffaello esposte agli Uffizi che hanno rappresentato i 2/3 della grande mostra romana. La Mostra allestita attorno al dipinto intende documentare e spiegare il complesso restauro e le numerose analisi scientifiche effettuate sull’opera, ora di nuovo completamente godibile nella lussuosa ricchezzacromatica dei dominanti toni rossi e nella straordinaria varietà dei dettagli, che l’hanno resa una delle creazioni più famose del Sanzio. Ma grazie alle molte tecniche di indagine  preliminari (radiografiche, fotografiche, di imaging, di microscopia ottica, a scansione microprofilimetrica, solo per citarne alcune) è stato possibile rintracciare integralmente la ‘trama’ del dipinto disegnata in origine da Raffaello e stabilire – ecco la grande novità – che tutta l’opera è integralmente dovuta alla sua mano, fugando una volta per tutte il dubbio – avanzato da alcuni studiosi – che le figure dei cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi fossero state aggiunte in un momento successivo ( alcuni sostenevano per mano di Giulio Romano).

Non è così. A questa ‘scoperta’ sono giunti, dopo un lavoro da certosini  gli specialisti dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze sotto la supervisione del soprintendente Marco Ciatti e con la direzione di Cecilia Frosinini. E’ lo stesso Ciatti a descrivere il metodo di lavoro di Raffaello e l’architettura del dipinto, ove appaiono scontornate le tre figure, già dipinte o almeno già impostate a livello di disegno preparatorio. “Per questo, poi, come la riflettografiamostra, Raffaello utilizza due tipologie diverse di underdrawing, ricavato da schizzi certo eseguiti separatamente ai tre prelati quando questi avevano posato per lui. Dagli schizzi egli ricava cartoni ‘a spolvero’, da utilizzare per la trasposizione sul dipinto, ma in maniera molto dettagliata, rinforza e rielabora con tratti a mano libera e forse anche con il modello davanti, proprio quello del papa, per conferire al suo ritratto maggior vivezza e naturalezza.”  

Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici, è raffigurato di tre quarti; ha mano la lente cerchiata d’oro– quasi suo segno identificativo, data la miopia che lo contraddistingueva. Con insistita ricerca rappresentativa, Raffaello gli mette davanti, aperta, una ricchissima Bibbia, capolavoro della produzione libraria del Trecento a Napoli, illustrato per la regina Giovanna I dal più importante miniatore della corte angioina, Cristoforo Orimina.
“Con questi oggetti meravigliosi – spiega Schmidt – Raffaello celebra, insieme alla carica suprema del personaggio, anche il gusto raffinatissimo e la cultura di un membro di casa Medici, un intellettuale educato e cresciuto tra le collezioni d’arte più celebri del tempo, degno figlio di Lorenzo il Magnifico.”

E’ evidente come il dipinto costituisca  una esaltazione dinastica del casato mediceo.  In esso iI  papa appare “col volto benevolente, quasi serafico, due occhi vivi e penetranti  – scriveva  Marcello Vannucci, uno dei più apprezzati storici della dinastia medicea –  ed un certo suo sguardo volto ad un orizzonte di vita felice, distratto dagli affari connessi alla sua carica, ma invitato ad un mondo di  ben più pagana bellezza”. “ Godiamo il papato perché Dio ce l’ha dato”, è un motto attribuito a Leone x, in realtà pare questa una fake new del tempo. Più attendibile, secondo gli storici contemporanei, la scritta apparsa in uno degli archi di trionfo: “Un tempo dominò Venere, le tenne dietro Marte, ora Minerva avrà la sua era”. Che voleva significare: dopo il Borgia (Alessandro VI) cultore di Venere, dopo Giulio II, amatissimo di cose di guerra e adoratore di Marte, ecco il Pontefice della Sapienza, amante delle arti e della cultura.

Raffaello dipinse quello che è considerato uno dei suoi capolavori di ritrattistica nel 1518,  lui già si era trasferito a Roma  da una decina d’anni, chiamatovi da papa Giulio II, considerato un papa guerriero noto per le iniziative militari che avevano consentito l’estensione dei confini dello Stato, ma  apprezzato anche per la politica dei grandi lavori pubblici avviata, tra i quali quelli per il nuovo San Pietro, iniziati su progetto e sotto la direzione del Bramante, che si sarebbero protratti per oltre un secolo. Vi era stato chiamato repentinamente, forse su suggerimento del Bramante, e fin dal suo arrivo  iniziò il ciclo pittorico delle Stanze, mentre Michelangelo affrescava  la Cappella Sistina. Da allora la sua fama   il suo prestigio  e le committenze crebbero  a dismisura, occupandosi anche del recupero dello studio e della valorizzazione   dei monumenti  dell’antica Roma.

Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, saluto al soglio pontificio nel 1513,  assumendo il nome di Papa Leone X, non aveva  il temperamento bellicoso e impulsivo del suo predecessore, né la volontà di imbarcarsi in nuove guerre, apparteneva alla più colta e più ricca  famiglia italiana – quella dei Medici – quella stessa che con Lorenzo il Magnifico ( suo padre)  aveva fatto di Firenze la capitale  incontrastata dell’Umanesimo e dell’equilibrio  italiano. Lui amava le arti e sotto il suo pontificato la Curia di Roma divenne il punto di riferimento di gran parte dell’Italia dotta. Nel secolo di Leone X – così lo definirà Voltaire – la vita intellettuale e artistica italiana  raggiunse un grado di intensità   collettiva quale mai aveva raggiunto. Basti pensare che segretario del Papa fu dal 1512 al 20 il veneziano Pietro Bembo, una delle massime autorità intellettuali del tempo, autore di Quelle prose della volgar lingua che possono essere considerate la prima grammatica della lingua italiana (  lui stesso si spese perché la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio  fosse riconosciuta come lingua ufficiale italiana in quanto conteneva ‘più futuro’); il collegio dei cardinali comprendeva uomini come Bernardo Dovizi, autore delle più licenziose commedie dell’epoca, in quel periodo frequentarono i sacri palazzi sia Pietro l’Aretino che Baldassarre Castiglione, l’autore del Cortegiano, vi arrivò anche l’Ariosto (con minor fortuna) , fatto sta che  sotto il papato  mediceo Roma divenne il cantiere e il laboratorio artistico di gran lunga più attivo della penisola.

Che papa Leone x fosse legatissimo alla famiglia e a  Firenze è cosa nota, tant’è che  si diceva che  governasse direttamente sia lo Stato Vaticano che, per interposta persona, la città di Firenze e la stessa Curia fiorentina, prima attraverso il fratello Giuliano, chiamato poi a Roma, poi attraverso il nipote Lorenzo, figlio di Piero (“Lo sfortunato”), mentre l’arcivescovado fu assegnato all’altro nipote, il Cardinale Giulio, figlio del fratello Giuliano, ucciso nella congiura de’ Pazzi.  Ebbene, nel dipinto di Raffaello troviamo  a fianco di Leone X  i suoi due amati nipoti: il cardinale Giulio  de’ Medici e il cardinale Luigi de’ Rossi. Giulio diverrà poi il secondo papa Mediceo, col nome di Clemente VII. Per un figlio nato da un capriccio di gioventù del padre con una bella ragazza di modesta famiglia artigiana, Fioretta, non è poca cosa….

Il dipinto di Raffaello fu inviato a Firenze in occasione ai primi di settembre del 1518, in tempo per esser messo ‘sopra la tavola’ dei festeggiamenti nuziali del nipote di Leone X, Lorenzo de’ Medici, duca di Urbino, con Madeleine de la Tour d’Auvergne.  Non potendo partecipare di persona, come forse avrebbe voluto, partecipava al banchetto degli sposi  in effigie, dominando comunque la scena.

Se autorevoli studiosi  vi hanno letto in quello sguardo distante, la ricerca di un orizzonte più felice, altri vi hanno ravvisato  un’ombra di preoccupazione  dovuta alle questioni che lo  angosciavano: il Concilio Lateranense (1513-1517), anch’esso illustrato in forma allegorica da Raffaello nei dipinti della stanza dell’Incendio,  conclusosi   senza esser riuscito ad estirpare gli abusi e le superstizioni che deturpavano il corpo della Chiesa, deludendo le attese di riforma di  chi lo aveva indetto e , soprattutto, lo scisma luteranense: recavano la data del 31 ottobre del 1517 le  95 tesi affisse alla porta della chiesa del castello di Wittenberg, suscitando ammirazione nei suoi seguaci e sgomento misto a paura nella chiesa di Roma. Il movimento  agitato da Lutero non solo condannava la prassi delle indulgenze, ma accusava il Papa di corruzione e  indicava nella “città santa”  una “nuova Babilonia”. E così, nel ’20 Leone X, emanerà  la bolla “Exsurge Domine” con la quale dava a Lutero sessanta giorni di tempo per ritrattare le sue tesi pena la scomunica, che avverrà il  3  gennaio del 1521.   Nello stesso anno, il 1 dicembre,  Giovanni il primo  papa Mediceo,   se ne andava all’età di 46 anni. La storia lo ricorderà come un Pontefice  colto, amante delle arti, un mecenate, ma anche come il papa  sotto cui avvenne lo scisma luterano e la riforma protestante. Raffaello Sanzio, uno dei più grandi artisti del Rinascimento,  già aveva abbandonato  questa terra  il 6 aprile del ’20, a soli 37 anni, lasciandoci opere pittoriche e architettoniche che sfideranno i secoli. Al termine dell’esposizione nella Sala delle Nicchie in Galleria Palatina, il Ritratto di Leone X tra due cardinali troverà collocazione nella Sala di Saturno dello stesso museo, in compagnia di una serie di capolavori dell’Urbinate, tra i quali i ritratti di altri due importanti prelati: quello di Papa Giulio II e quello del Cardinal Bibbiena.

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