domenica, Giugno 16

Firenze: il Museo del ‘900 gioca le sue carte Cinque Mostre in contemporanea: un ventaglio di proposte innovative, dall’arte ribelle di Medardo Rosso ai Presepi poveri di Maria Lai, fino al tavolo di Leonardo Ricci architetto poliedrico e creativo

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Sembrava  un’idea difficile da realizzare, una sfida azzardata quella di dar vita ad un Museo d’arte contemporanea nella città più museale d’Italia se non del mondo, vale a dire Firenze. E’ la sfida che è toccata in sorte al Museo del ‘900, dedito all’arte moderna e contemporanea, in una città che vive e celebra perennemente il proprio passato che poi è motore e straordinaria risorsa per vivere il presente e pensare al futuro. Strenuamente voluto dal  Sindaco Dario Nardella, il Museo del ‘900 , realizzato nel complesso delle Leopoldine in piazza S.Maria Novella, di fronte alla stupenda facciata albertiana, prima ancora di festeggiare il 5° anno di vita ( fu inaugurato nel giugno del 2014), ha deciso di cambiare passo, aprendo la stagione invernale con cinque nuove mostre temporanee e un ampliamento della superficie espositiva.

In effetti, il Sindaco  ha dato nuovo sviluppo ad un’idea che veniva da lontano: un’idea lanciata immediatamente dopo la Liberazione della città dal prof. Carlo Ludovico Ragghianti, che era anche alla guida del CLNT, perché la città del Rinascimento avesse un centro di arte contemporanea per aprirsi al futuro. Quell’idea trovò una sua prima concretizzazione con la collezione Alberto Della Ragione, un ingegnere mecenate e collezionista che  accompagnò la sua donazione consistente in 241 opere rappresentative dell’arte italiana fra il 1920 e il 1945, – considerata già allora una delle più grandi raccolte d’arte contemporanea italiane –  con le seguenti parole: «conoscendo e apprezzando la operosa e nobile attività del Prof. Ragghianti per dotare la Città di Firenze di un centro promozionale d’arte contemporanea, atto a rifare della Città una viva capitale d’arte, desidero affiancarla e concorrere al suo successo». Questa collezione ebbe una sua prima sede espositiva in un palazzo di piazza Signoria,  poi ad essa si aggiunsero altri lasciti e le donazioni degli artisti dopo l’alluvione del ’66. Dunque, un grosso nucleo c’era già perché avesse una degna  sede e una gestione ed una promozione adeguate. Cose che si sono compiute.

E ora, dopo appena quattro anni di vita, il museo sembra aver conquistato un proprio spazio sia nella mentalità dei fiorentini che nell’attenzione dei turisti. Nel luglio dello scorso anno vi è stato un balzo negli ingressi del 30%.  «Un risultato che ci riempie di gioia» – afferma il direttore artistico Sergio Risaliti – «e conferma il trend positivo e il desiderio di fiorentini e turisti di cominciare a vivere questo museo in maniera nuova e totalizzante. I numeri sono sempre relativi, ma ciò vuol dire che stiamo investendo le nostre energie nella giusta direzione». Qual è la giusta direzione? «Innanzitutto la  visione di un museo vivace e multitasking in grado di fare da palestra per giovani curatori e studiosi e fuori dal giro della spettacolarizzazione dell’arte può servire a intercettare un pubblico vasto e al tempo stesso assai esigente»Anche Decilia Del Re, assessore comunale, condivide l’idea di una «crescita e di un posizionamento del Museo nel panorama italiano». E’ proprio sull’onda di questi segnali positivi che il Museo ha deciso di  ampliare l’ offerta inaugurando addirittura cinque Mostre contemporaneamente, che coprono la stagione invernale.

Cinque Mostre che si aggiungono alle collezioni fisse che costituiscono  l’ossatura del Museo.. Di che si tratta? Due sono dedicate alle sculture di due grandi artisti del Novecento: Medardo Rosso e Maria Lai. Due innovatori.  Le altre al ‘disegno del disegno’, ‘al tavolo dell’architetto’, ‘al muro’ ( The wall), inteso come raffigurazione del ’68.  Un ventaglio di proposte differenziate ma legate dal file rouge del carattere innovativo certamente originale dei protagonisti. Per meglio capire l’operazione scattata da pochi giorni, diamo una breve  occhiata alle peculiarità di ciascuna, cominciando da Medardo Rosso, il quale mancava da Firenze da oltre un secolo!  Da quando nel 1910 si tenne la ‘Prima mostra italiana dell’Impressionismo e di Medardo Rosso’. Già la rivista ‘La Voce’ (allora Firenze era una delle capitali delle riviste culturali) animata da  Ardengo Soffici (autore del celebre volume ‘Il caso Medardo Rosso’) e da Giuseppe Prezzolini, lo riconobbe come Maestro della scultura europea proteso nella modernità.  Qui sono esposte sei piccole sculture dell’artista torinese unite ad immagini fotografiche che documentano il livello artistico a cui l’artista era giunto. «Ma quello che intendiamo offrire» –  afferma Marco Fagioli, che ne è il curatore – «è un percorso di rilettura fuori della consueta visione codificata di un Rosso prima naturalista, poi simbolista, per segnalare la sua assoluta originalità e specificità nell’ambito dell’arte moderna. Osteggiato dalla critica italiana (Ugo Ojetti e Margherita Sarfatti) che lo aveva chiuso nell’ambito della Scapigliatura lombarda, e dalla cultura artistica accademica,  lo scultore, che pure era stato protagonista riconosciuto dell’arte plastica nella Parigi degli ultimi decenni del secolo precedente è divenuto nel Novecento punto di riferimento delle generazioni successive: da Boccioni a Manzù, da Marini a Fontana». «Rosso ha scardinato»– sottolinea Fagioli – «i criteri della scultura tradizionale accademica e classicista, superando i limiti del tempo». Secondo Risaliti la sua ricerca dal respiro europeo travalica i confini nazionali per aprirsi ad una riflessione universale e apolide che lo avvicina alla pratica dell’Arte Minimal e Concettuale e anche all’Arte Povera.

Ai Presepi – scatole sceniche che si fanno cielo stellato, viaggio e racconto di figure appena accennate in terracotta, legno, stoffa, filo, sabbia – è dedicata la Mostra di Maria Lai (Ulassai 1919-Cardedu 2013), intitolata ‘L’anno zero‘. A cento anni dalla nascita, il museo rende omaggio a questa ‘protagonista silenziosa’ dell’arte contemporanea. L’artista sarda, già presente la primavera scorsa a Palazzo Pitti con una mostra monografica ‘Il filo e l’infinito’, torna ora con questi  Presepi attraverso i quali «coglie l’essenza stessa  della povera immagine della nascita del Messia e dell’adorazione di pastori e Magi tratta dal Vangelo, considerando quello l’Anno zero». Dalle sue mani sono nati manufatti poveri costruiti con sapienza antica, piccoli monumenti al desiderio di pace e di fratellanza che parlano prima di tutto all’infanzia. «Amo il Presepe» – diceva l’artistacome esperienza di qualcosa che, più ne indago l’inesprimibile, più trovo verità, più divento infantile e ingenua, e più rinasco. Amo il Presepe per l’attualità delle sue migrazioni verso mete improbabili». Parole  profetiche che in questi giorni di  imbarcazioni cariche di profughi e di bambini rifiutati dai porti del Mediterraneo, risuonano con particolare realismo e crudezza.  

A differenza delle due Mostre passate, dedicate al ‘disegno dello sculture e ai Disegni per il Maggio Musicale Fiorentino’, questa terza tappa curata da Saretto Cincinelli,  è ispirata a ‘Il disegno del disegno‘,  e dedicata alla pratica più antica dell’arte. In questa Mostra che indaga  sulla pratica ed il gesto del disegno attraverso le opere di undici artisti maturati alla fine del Novecento, «risulta ridimensionata» – sottolinea Cincinelli – «la visione tradizionale del disegno, come qualcosa di preparatorio di un progetto: qui al contrario il disegno non sta al posto di nient’altro che di se stesso». 

Di particolare interesse anche la Mostra dal titolo ‘Paradigma. Il tavolo dell’architetto, progetto ideato da Risaliti in collaborazione con Tommaso Sacchi e curato da Laura Andreini dedicato di volta in volta ad un architetto chiamato a raccontarsi al pubblico attraverso immagini, disegni, progetti o modellini allestiti canonicamente su un tavolo di lavoro, nel loggiato coperto che circonda il chiostro, al piano terra. Dopo Mario Cucinella, Gianluca Peluffo e Benedetta Tagliabue, è la volta di Leonardo Ricci, allievo di Giovanni Michelucci e protagonista della ricostruzione della Firenze post-bellica, che sbarca al Museo Novecento nell’anno in cui si celebrano i 100 anni dalla nascita dell’architetto. I suoi lavori, selezionati grazie alla collaborazione di Giovanni Bartolozzi, Claudio Carafa e Clementina Ricci, saranno visibili al pubblico fino al 28 marzo 2019. L’intento della curatrice  è stato quello di mostrare lavori inediti, immagini, modelli e di ricreare il tavolo di lavoro dell’architetto esponendo non solo le opere ma anche gli oggetti di cui amava circondarsi. Leonardo Ricci ( Roma 1918 – Venezia 1994) iniziò l’attività creativa con la pittura. Poi Michelucci gli trasmise l’amore per l’architettura. A Firenze oltre ai vari progetti per la rinascita della città distrutta dalle bombe e dalle mine, fu avviato all’insegnamento universitario divenendo Preside della Facoltà di Architettura dal ’71 al ’73 e direttore dell’Istituto di Urbanistica, nonché visiting professor e graduate research professor in prestigiose università americane. E’ in America che pubblicò il libro-manifesto Anonimo del XX Secolo, che farà conoscere al grande pubblico quella figura centrale della cultura fiorentina e internazionale che era e che concepiva la disciplina architettonica come uno «scarto di lavorazione necessario al proprio pensiero esistenzialista, per riposizionare l’uomo nella comunità, unico sistema positivo in cui vivere». Tra le varie opere da lui firmate è qui visibile il progetto per la Nave nel quartiere di Sorgane, attraverso il quale cerca di superare gli aspetti critici de ‘l’Unitè d’habitation’ di Le Corbusier. L’ultima sua opera, il progetto del nuovo Palazzo di Giustizia di Firenze, ha avuto una realizzazione postuma e travagliata, che non restituisce in maniera soddisfacente il progetto originario. Qui vi è soltanto uno schizzo. “Lui non avrebbe gradito molto”– mi dice la nipote Laura,  un’altra nipote è Elena Sofia, l’attrice – “le variazioni e i materiali, troppe cose sono intervenute dalla presentazione del progetto alla sua realizzazione”. E tuttavia,  nello skyline della città, quell’edificio si staglia con eleganza e leggerezza. A Leonardo Ricci sarà dedicata quest’anno nel complesso architettonico dell’ex caserma Mameli  di S. M. Novella, una grande Mostra nel centenario della nascita. ‘The Wall, la grande ‘mostra verticale’ lunga 12 metri questa volta è un vero e proprio progetto artistico site specific a firma di Matteo Coluccia, giovane artista in residenza artistica alla Manifattura Tabacchi di Firenze.

Sergio Risaliti e Luca Scarlini hanno collaborato con l’artista all’ideazione del progetto che vede protagonista il 1968, anno di cambiamenti e rivoluzioni,  di antagosnismi e fratture, scontri e generazioni tra mondi, al ritmo di slogan che risuonano nelle celebrazioni del cinquantesimo anniversario, ma anche di figure scomparse come Martin Luther King e Robert Kennedy, Deadline ne è il titolo. Diverrà questo museo quel  «tassello mancante nel panorama museale fiorentino, quella  vetrina delle splendide collezioni civiche, “sussidiario” peri bambini e  ragazzi con il quale sensibilizzarsi all’arte, quel laboratorio per artisti emergenti e  spazio riconosciuto nel mondo per le mostre dedicate ai grandi maestri del Novecento», che Risaliti auspica? E’ quanto  gli amanti di un’arte non spettacolarizzata si augurano. La partita è certo difficile, ma il Museo sembra avere buone carte in mano: almeno un full. Non è poco. Le varie mostre si chiuderanno a febbraio e marzo.

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