venerdì, Dicembre 13

Firenze: dai Ponti distrutti alla Liberazione

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Due date, il 4 e l’11 agosto del ’44, due giorni che racchiudono una settimana e  segnano la storia di una città – Firenze prima ferita a morte, poi protagonista della sua  rinascita.  Dai boati delle mine che fecero saltare ad uno ad uno ad uno i ponti  sull’Arno – era la notte fra il 3 e il 4 agosto – all’antico   suono della martinella che  dalla torre d’Arnolfo chiamava i  cittadini all’insurrezione, non era passata che una settimana.

Da un’alba tragica, che seminò devastazioni e lutti ad un’alba radiosa, che preannunciava l’inizio della lotta per la Liberazione di Firenze, non erano trascorsi che pochi giorni, giorni nei quali il cuore era pieno di sgomento e di dolore, ma la mente no, era carica di quella speranza che sarebbe esplosa materializzandosi sin dalle 6,30 di quell’11 agosto di 73 anni fa:  quando, con il via all’insurrezione, Firenze iniziò la lotta per la Liberazione che avvenne per mano propria,  incominciando proprio con la nomina da parte del CTLN della giunta di Palazzo Vecchio e  dei  vertici di ogni istituzione cittadina. Per la prima volta nel corso della campagna d’Italia non erano i ‘liberatori’, ma le forze antifasciste a nominare il governo di un territorio. Sindaco Gaetano Pieraccini, simbolo della tradizione municipale socialista,  e accanto a lui, come vicesindaci, Mario Fabiani, comunista, e Adone Zoli, democristiano, esponenti delle nuove forze dell’antifascismo. Ricordare oggi quei momenti e quelle pagine  non è un esercizio retorico o semplicemente rievocativo.

“No, diventa urgente, proprio ora – quando in molte parti d’Europa risorge l’ideologia nazifascista e si registra una crescita di delitti xenofobi e antisemitici – conservare e rinnovare il ricordo degli inenarrabili abomini del nazismo”. E’ con queste parole  che Eike Schmidt, Direttore delle  Gallerie degli Uffizi sottolinea l’importanza delle evento rievocativo, affidato alla Compagnia delle Seggiole di Fabio Baronti e celebrato  proprio nel cortile di Palazzo Pitti ove trovarono rifugio e assistenza migliaia  di sfollati e senza tetto. Per il tedesco Schmidt  questa serata particolare, riveste  un significato simbolico che ci induce a gettare uno sguardo su ciò che avviene intorno a noi.  I”n questo periodo critico, in cui ci troviamo ad accogliere profughi che scappano da paesi in guerra e migranti in cerca di asilo e sopravvivenza, va ricordato con più forza il ruolo di Palazzo Pitti, quando divenne rifugio per le famiglie che persero la casa nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1944. Rimanga viva la memoria di quella notte: come testimonianza della lotta dei fiorentini per i diritti umani, e come impegno di tutti noi contro il ripetersi del crimine”.

Ma quella del 4 agosto del ’44 non è stata purtroppo l’unica notte di terrore,  ve n ‘è stata anche un’altra, la cui ferita è ancora aperta nell’anima dei cittadini: “è quella avvenuta nelle prime ore del 27 maggio 1993 in via dei Georgofili, in un attentato organizzato dalla mafia che costò la vita a un’intera famiglia di quattro persone e a uno studente. In quella circostanza, la popolazione si trovò a rivivere le distruzioni ancor più violente messe in atto, quasi mezzo secolo prima, dalle truppe naziste tedesche in ritirata. In entrambi i casi, gli attacchi hanno distrutto barbaramente beni artistici e architettonici di immenso valore, danneggiando palazzi medievali, gli Uffizi e il Corridoio Vasariano. Nel tessuto urbano moderno, le ricostruzioni hanno quasi cicatrizzato le ferite inferte alla città, ma quello che non si può risarcire, quello che rimane irreparabile, è il sacrificio di tante vite umane”.

Parole toccanti le sue, seguite da un atto di coraggio: di fronte al numero straripante di persone che attendevano di entrare nel cortile di Palazzo Pitti per assistere allo spettacolo-evento, e dati i limiti di ricettività imposti  dalle nuove normative ( al massimo 400 persone), Schmidt dava il libero accesso a tutti, “perché  quando il Palazzo si aprì  a coloro che non avevano né un tetto né da mangiare, non fu posto alcun limite di capienza, tutti furono accolti. E salvati”. In quei giorni, Palazzo Pitti  dette ospitalità a migliaia di persone, 4-5 mila cittadini di ogni ceto sociale, una consistente  rappresentanza  di quelle migliaia – circa 150 mila! – che dal 29 luglio avevano dovuto lasciare le loro abitazioni a seguito del bando del Comando tedesco, reiterato la mattina  del 3, con il quale  dichiarava lo stato d’emergenza: nessuno poteva uscire di casa o camminare per le strade e le piazze.

Tra coloro che trovarono rifugio a Pitti, c’era anche Carlo Levi, che proprio in quei giorni stava scrivendo il suo capolavoro Cristo si è fermato a Eboli,  proprio nell’appartamento di Anna Maria Ichino, di cui era ospite proprio nella casa di fronte al n.14, come ci ha ricordato Nicola Coccia nel suo  bel  libro L’arse argille consolerai ( edizioni ETS). Purtroppo, il 17 di quello stesso mese, il piccolo Paolino, il bimbo di Anna Maria morì, che non aveva ancora dieci mesi. Negli scantinati  del palazzo  era umido e forse l’acqua inquinata: si ammalò di dissenteria. Fu riportato a casa, ma mancavano  i farmaci e neanche le cure dello scrittore, che era medico,  riuscirono  a salvarlo.  Il suo corpicino vestito con cura fu riposto in una cassetta  che lo stesso scrittore aveva fatto con legni rudimentali e che lui stesso, accompagnato da Manlio Cancogni, teneva stretta tra le braccia mentre  attraversavano, tra le macerie  e il rischio di essere colpiti dai cecchini appostati sui tetti o da qualche mitragliata tedesca, le strade  per raggiungere il Bobolino  dove il piccolo fu seppellito e Levi, che si considerava il padre putativo, diceva parole strane, sconvolto dal dolore.

Paolino fu una delle  prime vittime. Altre ne seguirono e furono seppellite nel giardino di Boboli, trasformato in un improvvisato cimitero. Il centro di Firenze, che oggi ammiriamo, rimase a lungo un cumulo di  macerie. Non solo i ponti erano saltati, ma anche le medievali case-torri e le abitazioni si erano sbriciolate per effetto delle mine disposte accuratamente dai tedeschi  prima di fuggire in ritirata. E mentre i profughi trovavano accoglienza negli scantinati del celebre palazzo, residenza dei Medici, poi dei Lorena e infine del Re durante il periodo di Firenze capitale,  sperimentando una convivenza straordinaria, fuori dalle robuste mura del Palazzo si combatteva per le strade, tra i  tedeschi rimasti ( circa un migliaio, sotto il comando del colonnello Fuchs)  affiancati dai cecchini fascisti e i partigiani che combattevano con le poche armi che gli americani riuscivano a rifornire loro con i lanci aerei  (diversi fucili mitragliatori Thompson e le ‘ricette’ per costruire le bombe molotov, come ha ricordato  la partigiana Angela (Liliana Benvenuti) in un altro bel libro di Testimonianze sulla Resistenza toscana (Libri liberi ed.) scritto da Orlando Baroncelli.

In  quella settimana, molte furono le vittime, tra queste quella del mitico comandante  partigiano, Potente (Aligi Barducci), ex ufficiale dell’esercito,  sceso a capo della Divisione Arno dai monti  del Pratomagno per partecipare alla liberazione della città senza attendere l’arrivo degli Alleati.  Firenze fu così la prima città italiana a liberarsi da sola. Ma la sera del 7 agosto, mentre gli uomini di ‘Potente’ bripulivano l’Oltrarno delle ultime sacche di resistenza dei franchi tiratori, Barducci mentre si stava recando al distretto militare per prendere accordi con le forze  alleate, in Piazza S. Spirito, a due passi da piazza Pitti, fu raggiunto dalla scheggia di  una granata abbattutasi tra la folla. Il leggendario Potente spirò all’alba del giorno seguente. E’ una delle medaglie d’oro al Valor militare di Firenze. La lotta  per la liberazione della città durò un mese durante il quale 200 furono i morti e più di 400 i feriti: questo il duro prezzo pagato dalla città di Resistenza nella battaglia di Firenze per la conquista della libertà. Un periodo quello contrassegnato da stragi e impiccagioni di civili, donne e bambini compresi, da parte dei nazifascisti in tutta la Toscana. Le ricordano i molti libri dedicati alla Resistenza, qui  citiamo solo alcuni luoghi di quelle stragi, tra luglio e settembre: S. Polo (Arezzo), piazza Tasso a Firenze, Fiesole, Massa, S.Giuliano (Pisa), S.Anna di Stazzema, Fivizzano, Padule di Fucecchio, Guadine (Massa), Montemaggio, Figline di Prato, Bergiola Foscarina ( Ms), una delle stragi più feroci dove  le truppe tedesche delle SS aiutate dai repubblichini bruciarono vivi 72 due civili.

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