lunedì, Luglio 22

Finanziaria Usa: più fondi alla difesa, tagli al welfare Il governo mira a ridurre il deficit pur incrementando la spesa militare

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Lo scorso 11 marzo, l’amministrazione Trump ha pubblicato la manovra finanziaria per l’anno fiscale 2020, il cui eloquente titolo A budget for a better America. Promises kept. Taxpayers first ( letteralmente ‘Un budget per un’America migliore. Le promesse mantenute. I contribuenti prima di tutto’) appare perfettamente congruo alla fase pre-elettorale che gli Stati Uniti stanno attraversando in questo periodo. Per entrare in vigore, la proposta di bilancio messa a punto dalla Casa Bianca dovrà essere approvata dal Congresso entro la fine di settembre, e quindi anche da quella Camera che dalle elezioni di medio termine tenutesi nel novembre 2018 è sotto controllo del Partito Democratico.

Nello specifico, la finanziaria da 4.700 miliardi di dollari ambisce a ridurre la spesa pubblica del 5% attraverso una serie di tagli selettivi concentrati nei comparti scollegati dal settore cruciale della difesa. I segmenti più colpiti sono quello del welfare (con particolare riferimento a Medicare, buoni pasto per le classi più povere, programmi di edilizia pubblica), a cui si propone di sottrarre finanziamenti per oltre 20 miliardi, la formazione del lavoro e la protezione dell’ambiente. Il governo intende inoltre ridurre considerevolmente i budget del Dipartimento di Stato (del 23%), del Dipartimento ai Trasporti (del 22%) e dell’organismo preposto alla difesa ambientale (del 31%).

Parte considerevole dei fondi da recuperare mediante questa radicale revisione della spesa pubblica dovrebbe essere destinata in primo luogo alla costruzione-ricostruzione delle infrastrutture nazionali (200 miliardi) e al potenziamento delle frontiere, con ben 8,6 miliardi di dollari sugli oltre 30 complessivi da destinare al completamento del muro lungo il confine con il Messico. È inoltre contemplato lo stanziamento di 4,8 miliardi aggiuntivi per la lotta contro il traffico di stupefacenti e di ulteriori 80,2 miliardi ai dipartimenti che si occupano di sicurezza nazionale e assistenza ai veterani di guerra, mentre i finanziamenti per la difesa dovrebbero aumentare del 5%, toccando quota 750 miliardi di dollari, entro il 2020. Cifra colossale – addirittura superiore alle richieste formulate dal Pentagono – ma ritenuta necessaria a sostenere il programma militare dedicato allo spazio, che farà perno su un organismo nuovo di zecca denominato United States Space Force.

Obiettivo fondamentale della manovra finanziaria è quello di ridurre il colossale deficit Usa (giunto a oltrepassare la soglia dei 22.000 miliardi di dollari) di 2.700 miliardi di dollari nell’arco del prossimo decennio, in previsione di conseguire il pareggio di bilancio entro il 2034 grazie a una crescita media del Pil piuttosto sostenuta.

Alle origini del gigantesco disavanzo statunitense vi sono la radicale riforma fiscale elaborata dall’amministrazione Trump ed entrata in vigore lo scorso gennaio, implicante una riduzione della corporate tax dal 35 al 21% e, complessivamente, sgravi netti per 1.500 miliardi di dollari nell’arco di un decennio, con riduzioni generalizzate delle imposte sia alle aziende che alle famiglie, sia ai super-ricchi che a quel che resta della middle-classIl risultato è stata una caduta verticale delle entrate tributariecon le tasse societarie passare in appena un anno da 297 a poco meno di 205 miliardi di dollari. Si tratta del livello più basso mai registrato a partire dagli anni ’40. Il Dipartimento al Tesoro, dal canto suo, ha cercato di colmare questa ‘voragine tributaria’ attraverso un forte incremento delle emissioni di Treasury Bond (T-Bond), riscontrando tuttavia inaspettate difficoltà a piazzare i titoli presso gli acquirenti tradizionali. La Russia, dal canto suo, si è liberata di praticamente tutti i T-Bond in proprio possesso – incrementando al contempo le proprie riserve in yuan dallo 0 al 15%, a riprova dell’alleanza sempre più stretta che lega Mosca a Pechino – mentre la Cina ha ridotto la propria esposizione da 1.168,2 a 1126,6 nell’arco di un anno, a fronte di una considerevole avanzata dell’Arabia Saudita, passata dal possedere 143,7 a 162,6 miliardi di titoli di Stato Usa nel medesimo arco temporale. L’approccio  conciliante adottato da Trump nei confronti degli al-Saud in occasione dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi si spiega anche con la necessità statunitense di conservare l’integrità del rapporto strategicamente ed economicamente cruciale che lega Washington a Riad. Il fatto che, nonostante il ‘ritiro’ russo e cinese, nei mesi di gennaio e febbraio 2019 gli acquisti di T-Bond siano incrementati di quasi 108 miliardi di dollari (per un totale di 6.307,2 miliardi) lo si deve soprattutto all’aumento dei rendimenti che il Dipartimento del Tesoro ha assicurato agli acquirenti per racimolare il denaro necessario a consentire al Paese di rifinanziarsi.

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