martedì, Agosto 4

Filippine sotto attacco terroristico. Di nuovo Un furgoncino fatto esplodere ad un checkpoint riapre la ferita del terrorismo di estrazione islamica nel Sud del Paese. Intervista al reporter Fabio Polese: “La firma della Bangsamoro Organic Law non cambierà la situazione per ora”

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Secondo quanto riportano fonti ufficiali locali, almeno una decina di persone è rimasta uccisa a causa di un attacco di un gruppo affiliato ai terroristi del gruppo Abu Sayyaf  ai danni di un checkpoint militare, effettuato con un’auto-bomba, nel Sud delle Filippine nella giornata di Martedì 31 luglio. Il Tenente Colonnello dell’Esercito delle Filippine, Jonas Templo, ha affermato si trattasse di un IED, ordigno esplosivo improvvisato fatto esplodere nelle prime ore della mattinata nella periferia Sitio Maganda nei pressi di Lamitan, una città nella Provincia di Basilan. Il Governatore di Basilan, Jim Salliman ha affermato che cinque altre persone sono rimaste ferite nel corso dell’attacco nel quale è stato utilizzato un furgoncino fatto saltare presso un check point militare gestito dalla Citizen Armed Force Geographical Unit (CAFGU), un contingente paramilitare che comprende sia militari sia civili. E’ stato lo stesso Salliman a confermare che le Forze Armate delle Filippine ritengono l’attacco sia stato attuato da Abu Sayyaf. Il Mindanao, l’isola maggiore nella parte più meridionale delle Filippine, dove è collocata anche Basilan, è la sede preferenziale per numerosi gruppi di insorgenti e miliziani di estrazione islamista, compreso il gruppo terrorista Abu Sayaf che è autore di numerosi attacchi ai danni dei civili ed alle truppe militari filippine, così come è autore di numerosi sequestri di cittadini stranieri. Abu Sayyaf, unitamente al gruppo terroristico Maute , un’altra organizzazione terroristica che ha base nel Mindanao, è responsabile anche dell’invasione ed occupazione del Marawi, la città più grande della Nazione con maggioranza musulmana, nel 2016. La sezione di Abu Sayyaf operativa a Basilan è stata guidata dal miliziano Isnilon Hapilon fino alla sua morte a seguito degli scontri durissimi nel Malawi. Lo stesso gruppo aveva chiesto di essere affiliato all’ISIS nel 2014.

L’attacco giunge poco dopo l’approvazione da parte del Presidente Rodrigo Duterte della Legge Organica Bangsamoro (BOL ), dove si crea una regione autonoma nelle aree a maggioranza musulmana nel Mindanao. La legge, che concede una indipendenza più estesa e maggiore autonomia ai musulmani nelle Filippine -che sono una Nazione notoriamente a maggioranza cristiana- rappresenta il culmine di decenni di negoziazioni tra i gruppi ribelli che stanziano ed operano nel Mindanao, compreso il Moro National Liberation Front (MNLF) ed il Moro Islamic Liberation Front (MILF) da una parte ed il Governo centrale delle Filippine dall’altra. Duterte ha anche chiarito che non rinegozierà alcunché con Abu Sayyaf o altri gruppi terroristi islamisti. La nuova legge abolirà la attuale Regione Autonoma del Mindanao Musulmano (ARMM), che è stato definito un “esperimento fallito” dal precedente premier filippino Benigno Aquino, per dare avvio al nuovo governo autonomo Bangsamoro. Nelle pieghe della Legge Organica Bangsamoro, la regione eleggerà il suo proprio parlamento ed i suoi 80 membri ed avrà una significativa autonomia impositiva in ambito fiscale rispetto alla fiscalità del Governo Centrale. Duterte, il primo Premier filippino proveniente proprio dal Mindanao, ha controfirmato l’atto agli inizi di luglio e la Legge Organica Bangsamoro entrerà in effettiva operatività a partire dagli inizi di Agosto 2018.

Ne parliamo con Fabio Polese, giornalista e fotoreporter freelance. Ha realizzato reportage in Irlanda del Nord, Belgio, Libano, Kosovo, Birmania, Thailandia, Cambogia e Vietnam. I suoi lavori sono usciti nelle maggiori testate nazionali. E’ autore di due mostre fotografiche: Kawthoolei, scatti in zone di guerra nella Birmania Orientale e Popoli in lotta. Per Eclettica Edizioni ha pubblicato Le voci del silenzio. Storie di italiani detenuti all’estero (2012) e Strade di Belfast. Tra muri che parlano e sogni di libertà (2015). Ha seguito in prima persona i combattimenti tra le truppe governative filippine e le organizzazioni terroristiche di estrazione islamica dell’area nel Mindanao.

 

Per il radar dei media internazionali, forse -dopo la sconfitta militare dei miliziani ISIS nel Mindanao- sembrava che tutto fosse risolto, sebbene con una tecnica tipica di Duterte, che potremmo definire “Carthago delenda est”. Evidentemente, alla luce di quanto accaduto ieri, si può dire che non è così. Puoi dirci, in base alla tua esperienza personale, qual è il tuo punto di vista?

Nell’isola ribelle di Mindanao nulla è stato risolto. Marawi non è stata una vera sconfitta per i miliziani locali legati allo Stato Islamico. Primo perché hanno tenuto una città sotto assedio per quasi cinque mesi, secondo perchè hanno fatto emergere le falle dell’intelligence e dell’esercito filippino, che non è addestrato a combattimenti urbani. Quando sono stato a Marawi, ad agosto 2017, nel pieno della guerra, i jihadisti all’interno della città erano rimasti veramente pochi, ma nonostante i bombardamenti aerei e le azioni via terra, le truppe governative continuavano a non riuscire a prendere i quartieri rimasti nelle mani degli islamisti del Maute e di Abu Sayyaf. Inoltre, questi gruppi, grazie all’azione fatta nella città hanno acquistato credito da parte, soprattutto, dei più giovani, che in molti si sono arruolati nelle loro fila. In ultimo, ma non per importanza, bisogna considerare anche che i miliziani sono fuggiti da Marawi pieni di soldi, saccheggiati nelle banche e nelle case delle famiglie ricche della città, che stanno usando per riorganizzarsi. Se ne parla poco da noi, ma quasi quotidianamente in Mindanao si registrano scontri a fuoco, con morti e feriti, tra i militari filippini e le organizzazioni Abu Sayyaf e il Bangsamoro Islamic Freedom Fighters (Biff), quest’ultimo sempre più attivo nell’ultimo periodo. L’attacco di ieri non è altro che la continuazione di quello che questi gruppi avevano promesso. Da tempo, infatti, parlavano di farsi esplodere. Annunciando anche azioni in altre zone del Paese. Non a caso negli ultimi mesi sono stati arrestati diversi jihadisti esperti di esplosivi, uno di loro, aveva passaporto spagnolo.

In base ad un criterio di tipo antropologico-culturale, credi che il Sud delle Filippine possa essere ancora “esposto” al rischio dell’insorgenza ISIS oggi e nel medio periodo?

 Assolutamente sì. Credo che lo Stato Islamico sia molto interessato a questa zona. Il terreno è fertile. I gruppi sono ben armati ed addestrati. Secondo i servizi segreti filippini, sono ventitrè quelli che hanno giurato fedeltà all’Isis. E non è da escludere che possano provare a breve un’altra azione in stile Marawi. La firma del Bangsamoro Organic Law non cambierà la situazione per ora. Credo, anzi, che porterà ad un aumento delle azioni terroristiche da parte delle bandiere nere.

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