sabato, Ottobre 24

Filippine: il Parlamento vota per il ritorno della pena di morte

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Bangkok – Che l’aria fosse cambiata nelle Filippine lo si era capito da un po’. L’arcipelago asiatico, dopo l’elezione al soglio presidenziale di Rodrigo Duterte, prima si è distanziato dall’alleato ‘storico’ degli Stati Uniti nella coda del periodo Obama (il Presidente Duterte è arrivato a chiamare Barak Obamason of whore”), poi ha improvvisamente sterzato il proprio andamento diplomatico a favore della Cina nonostante vi siano ancor oggi in essere le ataviche (ormai) dispute confinarie in acque contese e ricche di risorse ittiche o altri fattori strategici e di valore aggiunto (gas e petrolio) nel cosiddetto Mar Cinese Meridionale e nelle zone di mare tra la Cina e le Filippine stesse. Poi si è aggiunta l’altra questione dei metodi adottati da Duterte nella lotta contro i narcos filippini, una vera e propria guerra scatenata contro i cartelli della droga locali e internazionali che finora ha addotto numerosi lutti e non tutti nelle file dei narcotrafficanti: su questo argomento – oltre agli USA – sono intervenute nientemeno le Nazioni Unite.

Ma il Presidente Duterte tira dritto, a muso duro procede e rivendica di voler semplicemente mantenere in essere il patto instaurato con l’elettorato filippino che ha accettato di sostenere fieramente questo obiettivo che si sta rivelando una specie di boomerang sia in madrepatria sia all’estero. Poi vi è da annoverare lo spostamento degli investimenti in armi e munizioni, sganciandosi dal ‘fornitore’ abituale degli USA per propendere sempre più a favore della Cina, cosa che ha scaldato ulteriormente gli animi tra Filippine ed USA, anche se al posto di Barack Obama è sopravvenuto Donald Trump.

Come se tutto ciò non bastasse, ora dobbiamo annoverare un altro tassello nel quadro geopolitico ridisegnato dall’Amministrazione Duterte e che quasi certamente continuerà ad affossare ulteriormente il solco tra le Filippine ed il consesso internazionale. Il Parlamento filippino, infatti, dopo dieci anni dalla sua abolizione, ha votato e promulgato la reintroduzione della pena di morte. La sensazione di sconforto tra le ONG e tutte le istituzioni internazionali (ivi comprese quelle religiose di varia estrazione e provenienza) che operano a favore di una cancellazione – o perlomeno a favore di una sospensione della pena di morte – in tal proposito è stata grandissima. Il lavoro di fidelizzazione all’idea della cancellazione della pena di morte che è – come è facile arguire – immenso e capillare nonostante il proliferare di populismi che dilagano sull’onda dei timori innescati dal terrorismo e dai fondamentalismi, subisce colpi continui come il vasto numero di condanne alla pena capitale inflitte in Cina e Iran in primis ma alle quali oggi dobbiamo aggiungere anche quelle che verranno sulle strade solcate dalle decisioni dei tribunali filippini.

Nonostante l’operato della Chiesa Cattolica, molto influente nelle Filippine e quello delle varie ONG operative nel campo dei Diritti Umani, la Casa dei Rappresentanti (la Camera Bassa filippina) ha approvato la reintroduzione della pena di morte con 216 voti a favore contro 54 ed un astenuto, otto mesi dopo la sua presentazione nelle Aule parlamentari. Lo stesso Presidente Duterte in persona si è speso molto a favore della reintroduzione della pena capitale, associando questo tema alla sua lotta (sembra quasi una questione personale) contro i grandi spacciatori di droghe filippini. “Secondo me la pena di morte è retribuzione. E’ quel che ti aspetta per quel che tu hai fatto in questa vita” aveva chiosato sul tema un anno fa lo stesso Presidente Duterte.

In base al testo passato alla Camera dei Rappresentanti, quelli che vengono annoverati come crimini efferati sono passibili di pena capitale. Tra di essi sono citate alcune forme di stupro ed omicidio, oltre (ovviamente) ai reati connessi con le droghe, tra cui l’importazione, la vendita, la fabbricazione, la consegna, la distribuzione di sostanze stupefacenti. Nelle Filippine la pena capitale viene in genere effettuata per impiccagione, fucilazione o iniezione letale.

Le Filippine hanno abolito la pena capitale nel 1987, poco dopo che il dittatore Ferdinand Marcos fu rovesciato da una rivolta popolare. Il presidente Fidel Ramos la reintrodusse nel 1993, citando la sua necessità per attuare il ‘controllo del crimine’. Nel 2006, la Presidente Gloria Arroyo, a seguito di un voto del Congresso, la sospese nuovamente. La signora Arroyo, ora alleata con il partito del Presidente Duterte, aveva votato contro il disegno di legge. Così ha fatto anche la signora Imelda Marcos. Ora il dibattito si sposta al Senato dove – tra l’altro – si attende anche un parere di conformità da parte del Dipartimento di Giustizia rispetto agli impegni variamente assunti dal Paese nei confronti delle Convenzioni internazionali. Non mancano sostenitori del punto di vista del Presidente Duterte sia tra gli alti magistrati sia nelle file dei parlamentari ma – altrettanto ovviamente – non mancano anche coloro che si oppongono fieramente alla reintroduzione della pena capitale sia nelle istituzioni giuridiche sia nei due rami del parlamento filippino.

Il Partito Liberale, chiaro oppositore del Presidente Duterte, ha già confermato di votare contro e di opporsi in ogni modo alla pena di morte ritenuta una vera e propria barbarie, crudele, degradante e inumana. Ad oggi, almeno nove senatori hanno già manifestato la loro netta contrarietà alla reintroduzione della pena di morte. Il senatore Richard Gordon, Presidente della Commissione Giustizia del Senato, ha detto che ha in mente di indire audizioni sul disegno di legge ma ritiene che – visto il calendario parlamentare – esse si potranno tenere non prima del prossimo mese di Giugno. Ha poi aggiunto che se la Commissione si troverà d’accordo su una proposta chiara e precisa, sicuramente troverà nel Senato uno dei più popolari sostenitori della pena di morte in Senato al punto di essere egli stesso una specie di sponsor della reintroduzione della pena capitale. Ed ha menzionato, in particolare, Manny Pacquiao, un campione di boxe e predicatore cristiano che crede la morte come punizione sia persino sanzionata negli stessi insegnamenti biblici.

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