giovedì, Ottobre 29

Filippine: nella guerra USA-Cina, tornano alla protezione americana Il Presidente filippino Duterte, per circa quattro anni ha glissato sugli atteggiamenti cinesi sfrontati nel Mar Cinese Meridionale. Ora approfitta dei contrasti tra Washington e Pechino

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Prima che si instaurasse il clima di vera e propria ‘guerra fredda’ diplomatica tra USA e Cina sulla scena mondiale, con tutti gli effetti che ne sono finora derivati nell’ambito economico e finanziario, nelle Borse di tutto il Mondo, sulla scena geopolitica globale, nel commercio internazionale, le Filippine del Presidente Rodrigo Duterte hanno avuto un atteggiamento ondivago tra Cina e USA, seguendo un andamento dettato da opportunismi tattici più che strategici. Prima dello scatenarsi del Covid era persino sembrato che Duterte glissasse sulle questioni territoriali e preferisse avere una specie di tacito gentlements agreement caratterizzato da una sospensione delle ostilità, almeno dal punto di vista verbale e del frasario delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, in specie circa la annosa questione della definizione dei confini territoriali nel cosiddetto Mar Cinese Meridionale che -non a caso- nel caso del Paese di cui Duterte è Presidente- è definito Mar delle Filippine Occidentali, nei pressi delle Isole Spratly.

Poi vi sono state le ripetute operazioni di sconfinamento da parte della Cina, reiterata pressione esplicata nella forma di superpotenza d’area, la costruzione di piattaforme e basi aeree ed il clima s’è presto esacerbato.

Le Filippine hanno spinto ed ottenuto l’arbitrato sul tema, aspetto di non scarso rilievo, in quanto nel Mar Cinese Meridionale le questioni territoriali coinvolgono anche Vietnam, Brunei, Malaysia, oltre alle Filippine.

Il Mar Cinese Meridionale, nel suo complesso, copre un’area di tre milioni di chilometri quadri, consta di cinque miliardi di dollari -in termini di controvalore- in traffico commerciale in transito in quel tratto marino, imperscrutabili sacche di petrolio e gas che risiedono nelle profondità di quel Mare che -al netto delle contese- potrebbero essere risorse esplorate e sfruttate a tutto favore della fame di energia dell’intero Continente Asiatico.

Dal 2012 si sono moltiplicate le zone sono netta influenza cinese e sotto suo controllo pressoché totale così come s’è ulteriormente complessificata la scena delle Exclusive Economic Zones. Anche questo è tema parecchio interessante ed importante nello geostrategia locale. La Zona Economicamente Esclusiva conferisce ad un determinato Paese, diritti marittimi esclusivi, per le risorse presenti in essa, per un’area che è compresa entro le duecento miglia nautiche a partire dalla costa. La ZEE di Manila, però, si sovrappone alle acque rivendicate da Pechino e dal Vietnam nel Mar Cinese Meridionali, poi vi dobbiamo aggiungere anche le vetuste contese con Malaysia e Brunei, Paesi concorrenti su altri segmenti dell’area contesa. Infine, vi è da aggiungere che -oltre le (per ora) nascoste risorse sotto forma di giacimenti di petrolio e gas- vi è da sottolineare che si tratta di aree marine con un tasso di pescosità estremamente rilevante per tutti i Paesi dell’area marittima contestata, oltre alla variabile del valore della tratta commerciale. Un bel ginepraio.

Sotto i colpi delle ripetute azioni aggressive sia in ambito diplomatico sia in ambito economico-commerciale da parte cinese in quell’area, l’atteggiamento momentaneamente accondiscendente della Amministrazione Duterte è recentemente mutato.

E così, le Filippine hanno varcato il guado ed hanno ufficialmente chiesto a Pechino di rispettare i contenuti del verdetto arbitrale UNCLOS de L’Aia ponendo fine alle sue mosse espansionistiche in tutta l’area del Mar Cinese Meridionale. Va sottolineato che è la prima volta in assoluto che Manila presenta una tale richiesta ed in sede ufficiale.

La parentesi delle Filippine nell’approccio low profile nei confronti della Cina è durato circa quattro anni, non sono mancate anche le mosse concilianti da parte cinese, come certi investimenti ed il supporto cinese in termini di patronato favorevole e protettivo. Alla luce dei fatti più recenti, improntati al comportamento muscolare cinese, il patto di non aggressione mai ufficialmente sottoscritto in sede ufficiale tra Pechino e Manila, s’è dissolto.

Venendo alla metà del 2020 in corso, sono entrati in scena -in modo vistoso e vigoroso- gli Stati Uniti, i quali appoggiano apertamente e nettamente le posizioni di Filippine e Indonesia nel Mar Cinese Meridionale, avendo dalla loro parte poi, proprio il pronunciamento del Tribunale dell’Aja. Non caso, Filippine e Indonesia sostengono con vigore l’atteggiamento degli USA, soprattutto a guerra dei dazi aperta. In un discorso ufficiale, il Segretario di Stato USA in persona, Mike Pompeo, ha affermato -lo scorso 14 luglio- che «le pretese cinesi su questo vasto specchio d’acqua sono del tutto illegali». Nonostante certe critiche da parte statunitense nei confronti di certi atteggiamenti alquanto sfrontati della Cina in quell’area, come ad esempio le questioni inerenti la libertà di navigazione e il diritto di sorvolo, questa è la prima volta nella quale gli USA si pongono in modo ufficialmente e nettamente contrario, in tutte le sedi.

«La Repubblica Popolare Cinese non ha motivi legali per imporre la propria volontà sulla regione e rivendicare risorse al largo delle coste degli Stati del Sud Est Asia», ha scritto di proprio pungo lo stesso Pompeo in un suo post su Twitter, rilanciando i contenuti delle sue precedenti affermazioni su tale tema. Alcuni punti essenziali del punto di vista USA, la Cina non può far valere legalmente alcun reclamo marittimo sulla ZEE intorno alle Isole Scarborough e Spratly, il tassello fondamentale del contenzioso con le Filippine, soprattutto alla luce della espressione di un Tribunale internazionale che ha già dato ragione alle Filippine. Il secondo punto è che l’America riterrà illegale «qualsiasi pretesa marittima della Cina nelle acque circostanti Vanguard Bank (al largo del Vietnam), Luconia Shoals (al largo della Malaysia) e nella ZEE di Brunei e Natura Besar (al largo dell’Indonesia)». Terzo punto, gli USA chiedono sia considerata vana ogni richiesta circa James Shoal, un piccolo gruppo di isolotti quasi completamente sotto il livello del mare che si trovano a cinquanta miglia marittime dalle coste malesi e a mille da quelle cinesi.

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