lunedì, Ottobre 14

Filippine e Kuwait ai ferri corti Motivo del contendere le lesioni dei diritti umani e dei lavoratori filippini che lavorano nello Stato del Golfo. Il Presidente filippino Duterte interrompe le relazioni diplomatiche tra i due Paesi

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Le Filippine del Presidente Rodrigo Duterte ed il Kuwait sono ormai ai ferri corti. In realtà, era da un po’ che le cose tra i due Stati stavano andando male, visti che i continui e reiterati appelli delle Filippine ad un maggior rispetto dei Diritti e delle condizioni di vita dei propri cittadini presenti sul territorio kuwaitiano per motivi di lavoro e che sono stati finora oggetto di svariate denunce di lesioni di varia natura e di mancato rispetto. Il Kuwait, in verità, sembra essersi presentato in questi specifici frangenti con un atteggiamento tetragono e divinamente indifferente. Da qui la decisione del Presidente Rodrigo Duterte di trasformare il divieto alla trasmigrazione più o meno temporanea di forza lavoro di origine filippina in territorio kuwaitiano da temporaneo a permanente.

Da qui alla sospensione delle relazioni diplomatiche con atto unilaterale delle Filippine, il passo è stato breve.
Lo scorso mese di Febbraio, Duterte aveva imposto un divieto ad emigrare per motivi di lavoro a cittadini filippini diretti verso la nazione del Golfo a seguito dell’assassinio di una colf filippina il cui corpo è stato successivamente ritrovato all’interno di un frigorifero, fatto a pezzi. In verità, il caso di cronaca –invero scabroso e che ha provocato choc nelle Filippine- giunge all’interno di una vera e propria collana seriale di avvenimenti similari fatti di pressione psicologiche, schiavismo più o meno velato, razzismo e metodi coercitivi se non ricattatori applicati nei confronti di personale domestico (nella stragrande maggioranza dei casi) assoldato a tali fini di lavoro in Kuwait.

La crisi diplomatica tra i due Stati, poi, è diventata ancor più profonda dopo che le Autorità kuwaitiane hanno ordinato all’inviato diplomatico di Manila di lasciare la Nazione dopo la pubblicazione di video dove si riscontravano presunte azioni dell’Ambasciata delle Filippine, attraverso il proprio corpo diplomatico, nell’atto di aiutare lavoratori filippini a trovar lavoro in Kuwait con falsa documentazione. Le due Nazioni hanno cercato di negoziare un trattato di lavoro che gli esponenti ufficiali delle Filippine hanno ritenuto fosse solo una misura per procastinare il divieto ma la più recente escalation nelle tensioni hanno posto seriamente a rischio la stipula del trattato e le eventuali discussioni o loro rivisitazione nella direzione di un compromesso diplomatico tra i due Paesi.

Dalla sua città natale del Meridione dell’Arcipelago filippino, Davao, il Presidente Duterte –rivolto ai media- ha confermato in modo netto: «Il divieto ora diventa permanente. Non vi sarà più alcuna assunzione in varia forma e soprattutto nello specifico caso del personale domestico. Mai più». Circa 262.000 filippini lavorano in territorio kuwaitiano, il 60 per cento di questa forza lavoro è costituito da personale domestico, stando ai dati resi ufficiali dallo stesso Dipartimento degli Esteri del Governo delle Filippine. La scorsa settimana le Filippine si son scusate circa i contenuti del video ma gli esponenti ufficiali del Kuwait hanno comunque annunciato che avrebbero espulso l’Ambasciatore di Manila ed avrebbe richiamato il proprio inviato diplomatico presso le Filippine. Duterte in persona, ha descritto la situazione nel Kuwait come «una calamità». Che Duterte usi un linguaggio caustico non è certo una novità, anzi, è una delle sue peculiari caratteristiche personali, come quando appellò «son of a whore» l’ex Presidente USA, Barak Obama col quale le relazioni si fecero subito parecchio acide e corrosive. Inoltre Duterte ha confermato ai media che avrebbe ricondotto a casa le collaboratrici domestiche filippine –la parte della forza lavoro filippina che maggiormente opera professionalmente in Kuwait e che nella maggior parte dei casi ha segnalato abusi da parte dei kuwaitiani- e che avrebbe persino presentato un appello ufficiale affinché i lavoratori e le lavoratrici filippine che intendessero ancora permanere nella Nazione ricca di petrolio del Golfo Persico rivedessero le proprie idee per tornare a casa, con maggior rispetto della propria dignità di lavoratori e di persone. Ed ha anche aggiunto: «Mi appello al loro senso di patriottismo: tornate a casa. Non importa quanto siamo poveri, sopravvivremo L’Economia sta andando meglio e noi ora abbiamo bisogno di lavoratori».

Circa 10 milioni di filippini lavorano all’estero alla ricerca di paghe migliori che non riescono certamente a trovare nella propria Madre Patria e le loro rimesse sono uno dei maggiori pilastri dell’Economia del Paese. Duterte –per rafforzare il proprio invito e convincere meglio i propri connazionali nel Kuwait, ha anche affermato che –nel caso in essi tornassero a casa dalla nazione del Golfo- potrebbero trovar lavoro come insegnanti di Inglese in Cina, visti i più recenti e migliorati rapporti con Pechino, in special modo in questo più recente scorcio del Governo guidato dall’Amministrazione Duterte. Descrivendo la Cina come «un vero amico», Duterte ha confermato che questo invito potrebbe trovar miglior riscontro nel sostenere i filippini nel tornare a casa e che non c’è alcuna intenzione di vendicarsi nei confronti del Kuwait o che vi sia un odioso astio nei confronti della nazione del Golfo ma il reimpatrio dei propri cittadini è comunque soluzione migliore che lasciarsi nelle condizioni di palese violazione dei Diritti segnalata dagli stessi cittadini filippini da quando lavorano in territorio kuwaitiano. «Ma se i miei concittadini sono considerati un peso per alcuni, sfidando mandati governativi in loro protezione o manca nel rispetto dei loro Diritti, ebbene, noi faremo la nostra parte».

Diversamente da quanto accaduto in Paesi occidentali, USA ed Europa in primis, dove la comunità filippina nei decenni ha anche riscontrato opportunità di integrazione, nei Paesi arabi vi è anche un conflitto di natura etnica, religiosa e di tipo antropologico-culturale nella sua accezione più estesa. Il Kuwait sembra generalmente considerare il personale domestico filippino, soprattutto personale femminile, come una specie di “paria” tra i lavoratori stranieri e tra gli stranieri in generale presenti sul proprio territorio. La questione, in verità, non è di facile risoluzione, poiché la conflittualità si dipinge anche dei colori delle differenze di tipo linguistico, religioso e sociale, quindi di non facile perscrutabilità. Poiché non vi è –così sembra- alcuna volontà da parte del Kuwait nella direzione dell’apertura verso i lavoratori filippini né alcuna intenzione di vederli integrati sul proprio territorio, è difficile che le Autorità kuwaitiane possano rivedere i propri atteggiamenti. Atteggiamenti per i quali non si intendono i metodi applicati nei confronti del personale domestico di origine filippina come lesivi della dignità dei lavoratori né dei Diritti fondamentali dell’Uomo, probabilmente perché non fanno parte del territorio mentale e culturale (inteso in senso più esteso) del Kuwait. Il che spiegherebbe ancor meglio la presa d’atto della Amministrazione filippina di Duterte di voler considerare la questione ormai chiusa ed invitare i propri connazionali o a tornare a casa e cercarsi un lavoro anche meno retribuito nella propria Madre Patria oppure “stornare” il proprio investimento nella ricerca di un lavoro in altre Nazioni più “amiche” e comprensive.

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