sabato, Luglio 20

Filippine: Duterte e le squadre della morte contro i ribelli comunisti Dopo la lotta violenta contro i narcos e contro l’ISIS nel Mindanao, ora il Presidente-sceriffo storna la sua attenzione contro i ribelli comunisti

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Che il Presidente filippino Rodrigo Duterte non sia uno che vada tanto per il sottile, ormai è cosa nota. Soprattutto alla luce nefasta dalla sua sanguinosa lotta condotta contro i cartelli della droga che, però, ha lasciato in terra migliaia di vittime, anche tra i civili assolutamente incolpevoli, tanto da attirare su di sé le peggiori censure da parte di tutti gli organismi umanitari del Mondo, comprese le stesse Nazioni Unite. Violenti sono stati anche i metodi da tabula rasa utilizzati -sul piano militare- nei confronti della insorgenza dell’ISIS nel Mindanao filippino, terra da cui lo stesso Duterte origina, una guerra che ha – per il momento – sgominato le truppe rappresentanti dello Stato Islamico in quella zona dell’arcipelago filippino e del Sud Est asiatico senza, però, risolverlo alla radice. Anche in quel caso, Duterte ha imposto uno stile ‘Cartago delenda est‘ che però ha comportato un alto livello di distruttività e violenza che non ha risparmiato niente e nessuno. Ora l’attenzione – se così si può definire – del Presidente Duterte si rivolge contro i gruppi di azione paramilitare di estrazione comunista, una componente connaturata – in una certa qual forma –  della storia recente delle Filippine, una lotta che va avanti da almeno una cinquantina d’anni e che non riesce ad essere contenuta nella struttura di una trattativa o di un dialogo di pace dal quale trarrebbe vantaggio certo tutta la Nazione.

Questo è esattamente ciò che preoccupa i gruppi di attivisti filippini che operano nel campo dei Diritti Umani dopo che il Presidente Duterte ha espresso la sua volontà di costituire delle ‘squadriglie della morte’ il cui target ora sarà quello dei ribelli comunisti, quella che lo stesso Duterte in più di un discorso pubblico, ha definito «la più grave piaga del Paese dopo la droga». In verità, l’insorgenza dell’area di estrazione comunista ha una inveterata datazione, si tratta di una vera e propria guerra condotta contro gruppi ostici e che conoscono molto bene il territorio nazionale e soprattutto, si muovono in un alveo ideologico che li rende operativamente molto fattivi e contro le quali il Governo Centrale di Mindanao meglio avrebbe fatto a contrastare sul piano politico, prima ancora che ideologico, invece di inerpicarsi in un contrasto di natura militare che finora non ha condotto da nessuna parte.

A dire il vero, lo stesso Duterte aveva auspicato ed avviato alcuni dialoghi con le rappresentanze delle frange paramilitari comuniste, come peraltro avevano tentato di fare e qualche volta fatto anche i Governi filippini precedenti. Ed ancora una volta tutto è tornato in alto mare a causa degli attentati compiuti dagli insorgenti di estrazione comunista ai danni di soldati e centrali di Polizia nel Paese. Non sono mancate le vittime ed i feriti gravi e questo ha condotto il Governo a fermare nuovamente qualsiasi tavolo di trattativa. In un discorso pubblico tenuto pochi giorni fa, il Presidente Duterte ha espresso pubblicamente la sua volontà di strutturare delle ‘Sparrow Units’ da dispiegare contro i ribelli comunisti, delle squadre militari cioè specializzate e particolarmente indirizzate alla lotta militare contro la guerriglia comunista filippina. «Quel che mi manca è una mia propria squadriglia specializzata. Questo è quello che loro, i comunisti, hanno da tempo. Così creerò una Squadra della Morte tutta mia contro la loro», ha affermato in pubblico il Presidente Duterte. «Mi metterò al loro stesso livello nel talento nell’assassinare la gente», ha aggiunto in modo sinistro. E non c’è dubbio che in questo proposito possa raggiungere l’obbiettivo prefissosi.

Il Sottosegretario alla Difesa elle Filippine, Delfin Lorenzana, ha affermato ieri che il suo team «studierà il piano molto attentamente. Chi ne farà parte, chi ne sarà supervisore, quali saranno gli obbiettivi», aggiungendo inoltre che vi è pure il rischio di constatarne la possibilità di «grande pericolo di abuso». Dal momento in cui i negoziati con i ribelli si sono interrotti, Duterte ha contestualmente designato il Partito Comunista delle Filippine ed i suoi 3.800 membri come l’ala armata del New People’s Army (NPA) disegnandola come entrambe organizzazioni terroristiche.

L’insorgenza oggi di basso profilo, sommersa e latente, ha finora immolato 3.000 vittime secondo i conteggi di fonte governativa, un tributo sanguinoso alto. Il fondatore del Partito Comunista, José Maria Sison, sempre Mercoledì scorso, ha affermato che le ‘sparrow units’ esistevano solo negli Anni ’70 e negli Anni ’80 nei punti più alti dell’attività terroristica e della risposta commisurata ed altrettanto violenta da parte del Governo centrale delle Filippine. Alle televisioni locali e internazionali lo stesso Sison ha poi aggiunto: «Sta solo inventando così tante unità sparrow per giustificare le sue proprie squadre della morte che sono illegali».

Il pronunciamento presidenziale ha destato una marea montante di preoccupazioni tra i sostenitori di campagne sui Diritti Umani e Civili, perché – essi affermano – tali squadriglie della morte non farebbero altro che esacerbare ulteriormente il clima avverso ai Diritti Civili ed aumenterebbero il clima già avvelenato, diviso e incattivito a causa della drammatica, cruenta e sanguinosa guerra ingaggiata contro i narcos filippini e i cartelli locali della droga, una vecchia fissazione personale del Presidente Duterte, fin da tempi antichi e precedenti alla sua nomina al soglio di Presidente delle Filippine. Anzi, è stato uno dei tratti essenziali della sua campagna politica poi premiata dal punto di vista del voto, solo che era ben difficile immaginare quale tipo di violenza poi il Presidente Duterte si sarebbe arrogato il diritto di imprimere visto che ha lacerato la stessa società civile nazionale.

La Polizia afferma di aver ucciso circa 5.000 persone variamente collegate con i cartelli della droga e tra i presunti utilizzatori di droghe nelle Filippine mentre invece gli attivisti per i Diritti affermano che il conteggio è almeno da triplicarsi poiché durante quella guerra – non ancora terminata – sono state commesse anche atrocità e varie lesioni dei Diritti, oltre che veder commessi cruenti crimini contro l’Umanità. A proposito da quanto reso noto pubblicamente da Duterte, la organizzazione Human Rights Watch ha sottoscritto in un comunicato stampa ufficiale: «Il suo proclama è una aperta dichiarazione d’apertura della stagione di lotta contro i ribelli, la gente di Sinistra, i civili e tutti coloro che muovano critiche verso il Governo». E poi ha aggiunto: «Questa nuova politica solo peggiorerà il clima scuro della lotta alla droga che ha alimentato una vera e propria calamità nelle Filippine per quel che riguarda i Diritti Umani». Amnesty International s’è anch’essa espressa preoccupata su quanto affermato dal Presidente Duterte, citando la pratica ormai usuale del Governo filippino di stigmatizzare le critiche come frutto di istigazione di ispirazione comunista o proveniente da fiancheggiatori dei comunisti. «Ciò che più spaventa è che allo stato attuale ognuno può diventare un bersaglio», ha affermato Wilnor Papa, esponente ufficiale dei gruppi operanti a favore dei Diritti Umani ai microfoni dei media internazionali. Quasi una disperata richiesta di aiuto.

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