mercoledì, Novembre 25

Filippine-Cina: la diplomazia è strana, prima si odia e poi si ama

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Non è certo ricordo lontano quello relativo alle Filippine che portano la Cina davanti al Tribunale dell’Aja per vedersi riconoscere i propri diritti verso Pechino che spesso sconfina e considera tratti di mare contesi nelle acque del Sud Est asiatico come pertinenti le proprie disponibilità territoriali, molte volte impunemente. Erano i tempi (recenti) per i quali le Filippine godevano di ampio appoggio da parte del proprio alleato “storico” –ovvero gli Stati Uniti– un appoggio cogestito anche in ambito militare con numerose esercitazioni navali congiunte in stretta prossimità del cosiddetto Mar Cinese Meridionale che facevano infuriare il colosso cinese. Poi sono arrivati i tempi in cui il neo Presidente Filippino Rodrigo Duterte ha spaccato l’alleanza USA-Filippine, ha definito l’ex Presidente americano Barak Obama (allora ancora in carica) “son of whore” poiché si è ritrovato solo (in verità anche l’ONU e la Comunità internazionale lo hanno abbandonato) nella sua crociata sanguinosa contro i narcos filippini che tante vittime ha colto finora in modo quasi indiscriminato, pur di raggiungere il proprio scopo, certamente andando un po’ oltre il mantenimento di una promessa elettorale.

Poi sono arrivati –improvvisamente- i tempi del riavvicinamento: Duterte ha cominciato ad ammorbidire le posizioni, ha lasciato percepire chiaramente la propria inversione di rotta, si è distanziato ulteriormente dagli Stati Uniti dopo il cambio della guardia Obama-Trump alla Casa Bianca, a Ottobre 2016 ha avuto un incontro con il suo omologo cinese Xi Jinping ed ha ribadito numerose volte di non voler accendere una guerra astiosa e pericolosa con la Cina a proposito delle dispute marittime e territoriali, anzi, la rinnovata via del dialogo tra Filippine e Cina può essere un viatico importante nella revisione degli assetti nel Sud Est Asia a favore non più di un asse diplomatico Asia-USA ma di uno svolto all’interno del Continente asiatico tutto.

Il Presidente filippino Duterte ha anche fatto presente –in varie occasioni pubbliche- che l’interscambio Cina-Filippine è sempre stato di notevole livello, e che continuare con una politica –anche commerciale- sostenuta dal punto di vista statunitense significherebbe alimentare un astio controproducente sia per la Cina sia per le Filippine che, però, si troverebbero così ad essere l’anello debole degli interscambi, visto che ora l’America di Trump segue altri principi come «l’America agli americani», difendere le propria economia interna, innalzare i tassi doganali e le barriere contro i prodotti esteri, da qualsiasi parte essi provengano soprattutto dall’Europa e dalla Cina in qualità di principali competitor economici a livello globale. Il volume complessivo degli interscambi Cina-Filippine si attesta ormai su svariati bilioni di Dollari USA –in termini di controvalore- e nessuno –soprattutto al giorno d’oggi- intende rinunciare così rapidamente a questi vantaggi commerciali e di scambi reciproci.

La fine del TPP con la nuova Amministrazione USA di Trump ha dato un ulteriore colpo affossando gli equilibri precedenti dove l’Asia Orientale e l’intero fronte geopolitico del Pacifico andavano via via rinsaldando le varie alleanze locali e di area con gli Stati Uniti (come accadeva specialmente con Nazioni quali la Corea del Sud, il Giappone e le stesse Filippine, per citarne alcuni). Ora gli scenari sono repentinamente cambiati.

Duterte conferma anche che sono in vista ulteriori incontri con le massime Autorità cinesi per cercare di dirimere la questione territoriale direttamente e senza particolari coinvolgimenti di entità terze, come altri Stati limitrofi che hanno anch’essi questioni in essere con la Cina su pari materia oppure con altri Stati Membri ASEAN visto che le Filippine ne fanno comunque parte. Il che è esattamente la logica diplomatica cinese per la quale si ritiene che tutto ciò che attiene la materia delle dispute marittime debba essere co-gestita e discussa con ogni singolo Stato che sostenga di avere problemi con la Cina in materia di sovranità ma soprattutto in merito ad acque territoriali di specifica pertinenza. La prossima tornata di colloqui su questo argomento tra Cina e Filippine dovrebbe tenersi a Maggio, molto probabilmente a Pechino. Infatti, è stata propria la Cina ad offrire la possibilità di avere incontri di natura diplomatica e commerciale a Maggio, secondo meccanismi di consultazione bilaterale, dove poter discutere sì delle annose dispute territoriali ma anche per affrontare altre materie proficue sia per il colosso cinese sia per le Filippine. La conferma di tali imminenti incontri è avvenuta da parte del Dipartimento Esteri delle Filippine che ha anche ribadito la natura di incontri specifici connessi alle questioni del Mar Cinese Meridionale.

La Cina ha finora respinto il pronunciamento del Tribunale dell’Aja e ha –anzi- ribadito la propria sovranità su gran parte delle acque contese –a parte quelle in discussione tra Cina e Filippine, anche con Brunei, Taiwan, Malaysia, Vietnam. E si tenga conto del fatto che finora la Cina non s’è fatta mancar nulla, compresa la costruzione di banchine artificiali, l’edificazione di piste aeroportuali e numerose altre infrastrutture anche di natura esplicitamente logistico-militare e nelle telecomunicazioni interne agli interessi cinesi.

La Cina, come affermato più sopra, ha sempre preferito trattare questa materia così delicata con tavoli bilaterali piuttosto che con entità comunitarie come l’ASEAN ed ha posto le Filippine in posizione di maggior rilevanza in questo complesso quadro geopolitico e diplomatico.

Secondo gli analisti, la posizione cinese è comprensibile, dato che i colloqui di natura bilaterale con ognuno degli Stati più piccoli nell’area, si dispone con immediatezza in piano di disparità con il colosso cinese che può asserire in vario modo –sia mellifluo sia in termini di potenza più esplicita- il proprio peso soprattutto in termini di natura economica e commerciale. Nel caso delle Filippine, le Autorità diplomatiche cinesi hanno mostrato di recente il migliore dei loro sorrisi, affermando che vogliono intavolare tavoli bilaterali senza alcun preconcetto di parte se non con un atteggiamento di natura pacifica e volta a semplificare e ammorbidire i contrasti precedentemente in essere in materia. Di contro, il 72enne Duterte ha ribadito che non vuole andare in guerra in alcun modo con la Cina a causa delle dispute territoriali. Anzi, ha fatto in modo che le Filippine stesse possano diventare Paese capofila nell’avviare un diverso e più pacificato atteggiamento nell’area affinché si dirimino le questioni marittime e le contese territoriali in modo che tutti possano trarre i propri benefici senza necessariamente andare allo scontro. Se la Cina costruisce piattaforme sulle quali si litiga aspramente, affermano le Filippine, ebbene il Paese vuole trasformarsi nella piattaforma del dialogo e della pacificazione d’area. Insomma, un atteggiamento ben diverso da quello coordinato e condotto all’ombra degli stati Uniti che hanno sempre alimentato sguardi ostili e reciproche animosità. E così, ora Filippine e Cina vanno affinando tutte le cose inerenti i colloqui bilaterali, una volta che hanno entrambe chiarito di voler improntare tutto ad uno spirito collaborativo.

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