domenica, Novembre 17

Filippa Giordano, quando la musica fa fortuna all’estero

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A parte i colori della bandiera, cosa ti ha conquistato del Messico?

Senza ombra di dubbio si vive molto bene, è un Paese ricco di posti spettacolari con molta varierà di paesaggi, dalla montagna al mare. La qualità della vita è molto semplice, la gente mi ha insegnato l’arte dell’adattamento, il sapersi accontentare di poco, del necessario, rinunciando al superfluo. Il popolo messicano è molto affettuoso, quasi fraterno, conservatore di valori cristiani e umani, un po’ come era una volta nella mia amata Sicilia.

 

Trovi particolari analogie tra la tradizione musicale italiana e quella messicana?

Si, soprattutto con il sud, forse per via dei secoli di dominazione spagnola che abbiamo avuto. Nel mariachi rivedo parte della tradizione musicale napoletana, sia nella melanconia strappacuore di classici come ‘Torna a Surriento’ che, al testo stesso, nell’allegria della tarantella. Credo che siano due tradizioni molto simili, soprattuto nell’alchimia in grado di mescolare gioia e nostalgia, due sentimenti apparentemente distanti tra loro ma che solo nella musica trovano una loro unione.

 

Sei stata tra i primi a lanciare l’opera-pop, un genere musicale che dopo Andrea Bocelli sta vivendo una nuova primavera artistica con Il Volo. Com’è nata questa intuizione?

Quando ho iniziato a studiare canto, all’età di quattordici anni, ho sentito l’esigenza di mischiare quello che era la tradizione operistica italiana, che ho ereditato dalla mia famiglia, con i suoni e la modernità che sentivo in radio e apprezzavo intorno a me. Quando seguivo mio padre nelle sue tournée, nel quale interpretava i ruoli principali in classici come il ‘Rigoletto’ o il ‘Nabucco’, sono rimasta letteralmente affascinata da queste grandi melodie, soprattutto quelle della ‘Tosca’ di Puccini, che dal mio punto di vista potevano essere accostate a una vocalità meno classica e più contemporanea. Lo studio e la ricerca mi hanno portato da Caterina Caselli che, dopo aver ascoltato una mia cassetta, mi volle sentire dal vivo.

 

Si parla tanto di fuga di cervelli, ma in alcuni casi sono anche le ugole che se ne vanno. Secondo te, perché la nostra discografia non è in grado di valorizzare ciò che all’estero amano così tanto?

Mi fai una bella domanda, non saprei dirti, Caterina è sempre stata una donna molto intuitiva, è sempre andata controcorrente, non ha mai seguito le mode imposte dalla discografia di quel tempo. Quando s’innamora di un artista non pensa se sia adatto o meno al mercato, ma cerca di educare l’orecchio del pubblico affinché sia il mercato stesso a cambiare e ad adeguarsi. Certo, lei rappresenta un’eccezione, una delle poche signore in grado di capire davvero cosa vuole la gente a livello musicale. Ma non credere che nel mondo ci siano tante eccezioni come lei, anzi. Su larga scala, sicuramente, ci sono più opportunità all’estero, ma perché si considerano più Paesi, presi singolarmente vivono lo stesso disagio discografico che c’è in Italia. Credo che la perseveranza di un artista possa imporsi, bisogna soltanto avere pazienza e la voglia di trovare una forma di lettura musicale che possa essere unica, autentica e che possa attirare l’attenzione dell’ascoltatore, a partire dagli addetti ai lavori. L’originalità è la chiave che ti permette di aprire le porte, bisogna ricordarselo sempre, perché oggi i giovani tendono a copiare le altre figure esistenti sul mercato, offrendo poca scelta anche agli stessi discografici. E’ come un cane che si morde la coda.

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