mercoledì, Dicembre 11

Filippa Giordano, quando la musica fa fortuna all’estero

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È in enorme crescita il fenomeno della fuga delle ugole che, parallelamente a quella dei cervelli, sta lentamente privando il nostro Paese delle voci più belle. Tra queste troviamo Filippa Giordano, cantante siciliana figlia d’arte, che ha ereditato l’amore per la musica classica da papà Marcello e mamma Alma, rispettivamente baritono e mezzosoprano.

In Italia ha partecipato a due Festival di Sanremo, classificandosi al secondo posto nella sezione Giovani nel 1999 con ‘Un giorno in più’ e settima nella categoria Big’ nel 2002 con ‘Amarti sì’, ottenendo da subito un grande riscontro internazionale, arrivando a pubblicare i suoi dischi in tutto il mondo, dal Sud America al Giappone, passando per l’Australia, gli Stati Uniti, l’Inghilterra e il Messico, dove attualmente vive insieme alla sua famiglia, dimostrando che la musica non ha confini. Abbiamo raggiunto telefonicamente oltreoceano l’artista che, con un marcato accento spagnolo dovuto al fatto che parla ormai poco l’italiano, ci ha raccontato la sua personale esperienza.

Cosa ti spinge a viaggiare e a fare di questa tua grande passione un mestiere?

Sono nata da una famiglia di musicisti, mio nonno Fortunato é stato l’ultimo cantastorie siciliano, sia lui che mia zia pianista hanno realizzato per anni manifestazioni legate alla tradizione della mia amata terra, e con i miei genitori sono cresciuta nel segno dell’Opera e della musica classica. Inizialmente ho nutrito passione per la danza, mi affascinava il concetto di bellezza espressa attraverso il movimento del corpo, poi con il tempo ho sentito una vocazione per il canto e il primo mio desiderio è stato quello di voler fare qualcosa di nuovo, sentivo l’esigenza di voler rappresentare un genere così nobile in maniera un po’ più leggera, meno impostata, proprio come gli artisti pop che si sentono in radio, con il fine di raggiungere più persone possibili e non soltanto una parte di pubblico.

 

Poi, dopo anni di ricerca e di sacrifici, è arrivato il successo. Chi è stato il primo a credere in questa tua intuizione?

In Italia ho fatto tanti anni di gavetta, cercando il giusto cammino per incidere i miei dischi. Sin dall’età di quattordici anni ho cominciato a bussare alle porte delle etichette, ma soltanto dieci anni dopo qualcuno mi ha aperto. Caterina Caselli ha creduto in me, è stata la prima a intuire come questo linguaggio per rappresentare la musica classica potesse fare da ponte alle nuove generazioni, aprendo la strada a moltissimi mercati e non soltanto nel nostro Paese. L’Opera si sta riducendo all’etichetta di musica per amatori, in realtà è nata per raggiungere un pubblico più vasto e questo lei lo ha intuito e insieme abbiamo inciso il primo disco. Inaspettatamente la Warner Classica inglese mi nota e contatta la mia casa discografica, così, Paese dopo Paese, siamo riusciti a far conoscere la mia musica in giro per il mondo.

 

Cosa ti manca del nostro Paese?

Mi mancano le nostre tradizioni, dalla cucina ai paesaggi, tutta la nostra architettura, la nostra inconfondibile arte. Ogni volta che tornavo per far visita ai miei parenti, soprattutto prima che ci lasciasse mia madre, mi sono sempre fatta una grande scorpacciata di tutto questo, per sentirne meno la mancanza. Da quando è morta mia mamma un anno e mezzo fa, vengo meno in Italia e non vedo l’ora di ritornare.

 

Guardandolo da fuori, invece, cosa manca al nostro Paese?

Un pochino più di amore e di orgoglio, almeno per quanto riguarda la stragrande maggioranza della gente. Noi italiani siamo specializzati nel criticare e nel lamentarci, difficilmente qualcuno si alza in piedi e difende la propria patria, anzi, quasi la snobba, mentre invece all’estero siamo adorati per la nostra italianità, hanno tutti grande rispetto e ammirazione per noi. In tanti Paesi noto un patriottismo spiccato che noi non abbiamo, un vero peccato perché questo attaccamento alla propria Nazione crea unione tra la gente, il riscoprire i valori più umani e cristiani di un tempo, nonostante ospitiamo la sede della Chiesa Cattolica in casa, non sempre dimostriamo la nostra devozione che, in molti Stati esteri, è molto più sentita e partecipata.

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