sabato, Settembre 21

Festival del cinema di Locarno: ‘Vitalina Varela’, storia amara di un’immigrazione senza speranza Cronaca di mille altre storie di migrazione: speranze negate, fierezza, tenacia; storie quotidiane di attese di ricongiungimenti falliti

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Archiviata anche questa 72esima edizione del Festival del cinema di Locarno, la prima sotto la direzione artistica di Lili Hinstin. Bilancio? Positivo: «Mi sento molto felice e soddisfatta», commenta. «Locarno ha il miglior pubblico e ci sentiamo molto fortunati di presentare i film che scegliamo in questa cornice. Avevamo progettato un festival inclusivo, capace di raccogliere e spingere in avanti l’eredità di Locarno grazie ai nuovi progetti attivati: dopo questi dieci giorni insieme è stato sorprendente realizzare come il cinema possa divenire ancora oggi strumento di una presa di consapevolezza, spingendoci a credere nella grande utopia che il cinema sa creare».

ll Direttore operativo Raphaël Brunschwig traccia un primo bilancio: «Siamo soddisfatti di come si è svolta la manifestazione. Durante gli undici giorni hanno assistito alle proiezioni proposte 157.500 spettatori (+ 1.2%). In Piazza Grande gli spettatori sono stati 59.500, mentre nelle sale gli spettatori sono stati 98.000. Locarno è sempre più una piattaforma internazionale per i professionisti del cinema: gli accreditati professionali erano 2.127, i rappresentanti dell’industria cinematografica 1.039, i giornalisti e i fotografi accreditati 855».

I premi: il ‘Pardo d’oro‘ è stato attribuito a ‘Vitalina Varena‘ del portoghese Pedro Costa. Inoltre, Vitalina Varela, protagonista del film, ha conquistato il Pardo per la migliore interpretazione femminile. Una menzione speciale per l’italiano ‘Matenal‘ di Maura Delpero. Film coraggioso e insieme diretto con mano sicura, Vitalina Varela. Pardi ben meritati, quelli attribuiti a Costa e Varela. Costa, già vincitore, cinque anni fa, del Pardo con ‘Cavallo Denaro’; in precedenza si era segnalato con ‘O Sangue’ (Mostra di Venezia, 1989); e ‘Juventude em Marcha’ (in concorso a Cannes, 2006). Il regista nega una ‘parentela’, ma è indubbio che certe sue inquadrature facciano pensare, evochino, Caravaggio. Stesse cupe atmosfere; stessi simbolici ‘segni’. La sincerità del regista non è in discussione; ma proprio per questo la cosa si carica di significato e implicazioni. La storia è quella, appunto, di Vitalina Varela, una donna di 55 anni, di Capo Verde. Per 25 anni attende il permesso di poter emigrare a Lisbona. Alla fine l’agognata autorizzazione arriva, ma è troppo tardi. La vediamo arrivare, piedi scalzi, tre giorni dopo il funerale del marito Joaquim, celebrato senza di lei. E subito, un rosario di disgraziate come lei che ha cura di farle sapere che non c’è posto per lei, tutto è finito, ormai.

Eccola dunque, vagare in un quartiere al limite della sopravvivenza, sfumati il sogno e la promessa di una vita migliore. L’universo che circonda Vitalina è fatta di ubriachi, tossici, marginali; uomini e donne che si spaccano la schiena facendo il muratore nei cantieri o come serve in locali più che equivoci; altri rubano, spacciano, sono ex detenuti…anche Joaquim ha condiviso questo destino? Vitalina se lo chiede: e si era trovato, lì a Lisbona, come tanti, un’altra compagna? A Vitalina non resta che prendere in mano gli affari de marito; la donna non si arrende, piange; trova in sé le risorse per elaborare il lutto e fare argine a una miserabile realtà cui sembra condannata.

Una storia che è cronaca di mille altre storie di migrazione: speranze negate, fierezza, tenaciastorie quotidiane di attese di ricongiungimenti falliti, abortite aspirazioni a una vita dignitosa. Il tutto si gioca in abili giochi di inquadrature in penombra; Costa ne ricava uno straordinario ritratto femminile, agevolato dal fatto che la protagonista  interpreta se stessa, ripercorre la sua storia. E attraverso lei, la sua ostinata caparbietà, Costa racconta le storie del popolo capoverdiano, trapiantato in Portogallo, che patisce un calvario fatto di interminabili, incredibili, ingiustificabili, sofferenze.

C’è una sola inquadratura, finale, di luce piena: il ricordo che sembra lentamente smarrirsi, di una solida casa lasciata a Capo Verde, contraltare dei muri sbrecciati del miserabile quartiere di Lisbona. Ed è metafora fin troppo facile da indovinare; un sogno che si infrange contro una realtà che sembra non lasciare spazio a speranza. E’ amaro, Costa, nel descrivere un’umanità dolente: a un ineluttabile conflitto tra chi ha, e chi non ha; chi è nato in paesi fortunati, e chi vorrebbe viverci; chi è carico di anni, chi è ancora giovane…Con ‘Vitalina Varela’ Costa si dichiara come rassegnato, a dover prendere atto di un’impossibile convivenza di realtà che rispondono a logiche opposte. Mondi diversi, inconciliabili, disperati.

Maura Delpero: personaggio curioso e multiforme; la scarna biografia ‘offerta’ dall’ufficio stampa aiuta solo in parte: appena più che quarantenne, nata a Bolzano, studia lettere all’Università di Bologna, poi a Parigi; infine si trasferisce a Buenos Aires, per seguire corsi di drammaturgia. Lavora come assistente in Bangladesh, per ‘Le ferie di Licu‘ di Vittorio Moroni; nel 2005 firma la sua prima regia: il documentario ‘Moglie e buoi dei paesi tuoi‘. ‘Four tracks from Ossigeno‘, cortometraggio sullo spettacolo ‘Ossigeno’ del Teatro Clandestino; è finalista al Premio Riccione TTV 2008. Il primo lungometraggio, il documentario ‘Signori professori‘ del 2008, vince il premio UCCA – Venti Città e il premio Avanti! al ventiseiesimo Torino Film Festival. Due anni dopo la sceneggiatura del suo ‘Nadea e Sveta‘ riceve la menzione speciale al Premio Solinas. Il film vince il Premio Cipputi al trentesimo Torino Film Festival, ed è nominato nella cinquina finalista dei David di Donatello nel 2013. ‘Hogar‘, progetto per un lungometraggio di finzione di coproduzione italo-argentina, è uno dei dieci progetti selezionati per la Script Station della Berlinale 2015. Il film vince anche la Menzione al Miglior Progetto e il premio ARTE al 64. Festival de San Sebastián.

Maternal‘, in buona sostanza è la storia di Lu e di Fati: due adolescenti madri che vivono in una casa di accoglienza di Buenos Aires; c’é poi una terza protagonista: Paola, una ragazza che intende prendere i voti e farsi suora. Metafora trasparente che si inserisce nel filone di un cinema ‘civile’ di cui in Italia sembra essersi smarrita l’impronta: l’attuale cinematografia quasi sempre sforma ‘commedia’ che non sa neppure essere tale, vuoi per carenza di autori, vuoi per mancanza di interpreti. ‘Maternal’, che pure è ambientato in Argentina, ed è frutto del lavoro di una personalità formatasi da una quantità di ibridazioni, sfugge a questa ‘regola’. Il film affronta un tema sociale di indubbia portata, in particolare in un paese che ancora non ha legalizzato l’aborto. Delpero parte da un luogo emblematico, in cui ragazze incinte, spesso minorenni, convivono con donne che hanno scelto di non essere mai madri. Su questa inevitabile, sotterranea tensione, lavora con delicatezza e partecipazione, e riesce a costruisce una ‘narrazione’ affidata soprattutto agli sguardi e ai silenzi delle protagoniste: magia consentita solo al cinema, e talvolta alla ‘cugina’ fotografia.

Racconta Delpero: «Partita da una ricerca sulle madri adolescenti, per quattro anni ho lavorato negli hogares di Buenos Aires; volevo conoscerne i codici, le atmosfere. Ho cercato il più possibile di mimetizzarmi, di diventare parte dell’ambiente; non ho filmato né fotografato; ho usato solo il taccuino per rapidi appunti. Da lì poi è nata la sceneggiatura». Il personaggio di suor Paola è interessante, va al di là degli schemi solitamente offerti dal cinema e dalla letteratura. Delpero racconta che si tratta della sintesi di tante religiose: «Ho avuto accesso alle loro stanze, conosciuto le loro storie, assistito alle loro funzioni…». In punta di piedi, s’indovina; senza turbare e violare sentimenti e intimità. Nasce così un personaggio che «fa una scelta speciale e si presenta con la serenità di una superiore certezza: sobria e insieme magnetica, perché misteriosa».

Il tema affrontato è spinoso; volutamente Delpero non prende posizione: «Faccio film per curiosità umana, per approfondire interrogativi. Il giudizio nasce dalle certezze e nulla su cui abbia già una risposta ha la forza di attrarmi». E’ cosi. Ma già questa consapevolezza, questo approdo-non approdo, infine, non costituisce anch’esso una sorta di giudizio, di certezza?

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