mercoledì, Dicembre 11

Festival del cinema di Locarno: ‘Camille’, una tragedia dimenticata Il regista Boris Lojkine racconta, attraverso gli occhi della fotoreporter francese Camille Lepage, l’ignorata tragedia di un paese e dei suoi abitanti

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Temo che se sarà proiettato nelle sale cinemografiche italiane, saranno quelle di qualche cineforum che sopravvive alla logica del ‘panettone’, visioni semi-clandestine per inguaribili amatori di un cinema che fu. Ed è un peccato. Sarebbe piacevolissima sorpresa se un film come ‘Camille‘, del regista Boris Lojkine venisse distribuito e visionato come merita. ‘Camille’, presentato al Festival del cinema di Locarno, racconta di una giovane reporter, animata da nobili e giuste intenzioni e ideali; si spinge nella Repubblica Centrafricana, alla vigilia della guerra civile. E’ il pretesto di Lojkine per raccontare, attraverso gli occhi della giornalista (‘Camille’, appunto) l’ignorata tragedia di un paese e dei suoi abitanti; un Centro Africa dilaniato da feroci conflitti, così simili e frequenti (e altrettanto ignorati) a quelli che si consumano in tanta parte del continente africano.

La storia è realmente accaduta: Camille Lepagefotoreporter francese, viene assassinata nel 2014. Nel maggio di quell’anno a Bangui, la capitale, la guerra civile si respira. Da mesi gli osservatori delle Nazioni Unite avvertono che il paese rischia di precipitare in un vero e proprio genocidio. Il Nord, musulmano, si solleva, le milizie Balaka muovono guerra a quelle del potere centrale, cristiane. La religione, naturalmente, è un pretesto. Ben più corposi e terreni sono gli interessi in gioco, e non estranee potenze e super-potenze, occidentali e non. Camille finisce così col trovarsi dentro un qualcosa più grande di lei, âlla fine ne viene stritolata. Gli ultimi occidentali che la vedono raccontano che Camille viaggia con un convoglio di milizie anti-Balaka a circa 120 chilometri da Berbérati, dove alcune centinaia di persone sono stati uccisi dai ribelli. Vuole mostrare quei luoghi, raccontare quelle storie. Il 13 maggio 2014, il corpo della giovane donna viene trovato da militari francesi che pattugliano la regione di Bouar, a ovest del paese; è malamente nascosto in un veicolo guidato da ribelli anti-balaka. Cosa sia esattamente accaduto, come sia finita lì non lo si è mai chiarito. L’unica cosa certa è che è stata assassinata, da un proiettile conficcato in testa.

Lojkine sa il fatto suo: ha alle spalle due documentari, entrambi sul Vietnam: ‘Ceux qui restent‘ del 2001; e ‘Les ames errantes‘ del 2006; ha poi realizzato, nel 2014, ‘Hope‘, film con il quale si ‘immerge’ nell’Africa dei migranti. Racconta di aver studiato molto i reportages di Camille, e in particolare il materiale fotografico. Tuttavia è ancora dubbioso sul risultato del suo lavoro: «Nelle foto c’è una grande energia, una grande partecipazione agli avvenimenti che vive. Temo che il film non sia all’altezza, che le immagini filmate non riescano a dare completamente la realtà dei fatti accaduti…». Il regista si accosta a questa storia con delicatezza e partecipazione, quasi un senso di reverenza, rispetto per chi ha cercato di dare conto di conflitti e tragedie che si preferisce ignorare. Vicenda amara, riassunta dalle laconiche frasi della madre di Camille: «Nessuna inchiesta, nessun processo. Nulla. Gli assassini di Camille sconosciuti, impuniti. Niente».

Purtroppo improbabile anche la distribuzione di ‘The Euphoria of Being‘, dell’ungherese Réka Szabo. In sintesi: quando torna in Ungheria da Auschwitz-Birkenau, Eva Fahidi ha vent’anni. E’ completamente sola: tutta la sua famiglia, una cinquantina di persone, è stata sterminata. Trascorrono settant’anni, a Eva arriva una bizzarra proposta: partecipare a una performance di teatro-danza sulla sua vita. La regista immagina un duetto tra Eva e una giovane danzatrice di fama internazionale, Emese Cuhorka; la scommessa è quella di mostrare come le due donne, i loro corpi e storie si possano intrecciare sul palcoscenico, mentre i momenti chiave della vita della ex deportata vengono ‘fissati’ in scene teatrali sullo sfondo. E’ un flusso di ricordi, di rimandi di memoria smarrita, auto-analisi. L’interrogativo di tanti: come si è potuto e saputo sopravvivere alla Shoah? I sentimenti contrastanti: il senso di colpa, da una parte; l’euforia, dall’altra, per essere ancora vivi, scampati all’orrore.

Da quella lontana performance, sono trascorsi ormai tre anni, ed è un continuo di repliche, rappresentazioni che declinano in un essenziale che va colto negli sguardi, nei movimenti, nelle dissolvenze, straordinario mix di eleganza e sensibilità.

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