lunedì, Settembre 28

Femminismo sbagliato tra donne e Forze Armate

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L’entrata in servizio di personale femminile nelle Forze Armate italiane è un argomento su cui l’opinione pubblica discute con pareri molto diversi da anni. Il tema è nell’agenda politica dal 1963, da quando una prima proposta di legge fece capolino nel dibattito pubblico.

Nel 1919, anno in cui le donne hanno avuto la possibilità di essere assunte nel pubblico impiego, si è sentita l’esigenza di escluderle dalla difesa militare dello Stato. All’epoca si riteneva il sesso femminile non qualificato a grandi responsabilità, si preferiva mantenerle in ruoli non chiave per lo Stato in modo tale da prevenire eventuali problemi. Così come l’arruolamento femminile è espressione della società civile che chiede l’equiparazione dei ruoli, anche l’esclusione delle donne dalle Forze Armate è stato il sintomo di una società impreparata al cambiamento.

Si dovrà aspettare il 4 gennaio 2000 per vedere la prima donna italiana inviare la domanda per essere ammessa al concorso per l’Accademia Militare di Modena, primo step per l’iter formativo degli Ufficiali dell’Esercito. Una partecipazione straordinaria fu sottolineata dalle stesse istituzioni e anche il tanto angosciato inserimento delle donne sembrava concluso con tutti i diritti allocati al loro posto.

L’approvazione della legge del 20 ottobre 1999 n. 380 che consente l’ingresso delle donne nelle Forze Armate e nella Guardia di Finanza si colloca a perfezione nel nuovo modello di Difesa proposto per la Repubblica Italiana. Questo modello era aderente ai nuovi compiti e scenari operativi previsti dalle Forze Armate dello Stato, per assolvere ai quali era essenziale uno strumento interamente professionale e pienamente integrato con quelli dei Paesi europei e NATO. L’abbandono del modello del servizio militare obbligatorio ha dunque permesso alle donne di avere il loro spazio anche nella difesa dello Stato, ma la piena integrazione era  (ed è) ancora molto lontana.

Come spesso accade per i grandi cambiamenti, soprattutto quelli che riguardano le donne in settori delicati come la Difesa, si tende a riservare loro trattamenti di favore in nome di una qualche limitazione fisica o psicologica. Quella equiparazione che dovrebbe vedere donne e uomini con gli stessi diritti e doveri rimane una facciata elegante ed una realtà inconcludente. Gli esempi che possiamo rilevare a sostegno di questa tesi sono molti e diversi tra loro.

Il primo caso di discriminazione inversa la si trova nei test d’ammissione  per gli istituti di formazione – dall’Accademia fino alle scuole militari – dove le donne hanno diritto ad uno “sconto” sulle prove fisiche. Sul bando di concorso per l’arruolamento di centinaia di aspiranti Ufficiali, al sesso femminile  è permesso un numero minore di piegamenti sulle braccia. Agli uomini sono concessi da un numero minimo di 12 piegamenti fino ad un massimo di 21, alle donne un numero minimo di 10 e un numero massimo di 18. Una differenza minima e forse trascurabile, ma proprio perché minima e trascurabile non avrebbe ragione di doverci essere. La differenza tra il numero di piegamenti delle donne rispetto ai loro colleghi maschi è di pochissime unità, una donna ben allenata e con grande forza di volontà sarebbe capace di garantire le stesse prestazioni fisiche di un uomo. Lo stesso divario è presente per i valori relativi alla corsa dei 100 metri piani, dove le donne sono avvantaggiate di pochi decimi.

Una delle molte motivazioni assunte per questa disparità è la differenza di prestanza fisica di un sesso rispetto ad un altro, questione già più volte smentita dagli stessi medici. Se così fosse, le donne, non potrebbero asserire di essere perfettamente uguale ai colleghi maschi nell’adempimento dei propri compiti istituzionali nelle Forze Armate. Ipotizzando tali limitazioni, sarebbe gravemente messa in discussione l’efficienza delle donne sul campo di battaglia (vero o presunto).

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