domenica, Novembre 17

Femminicidio, allarme ignorato

0

Ecatepec è il comune più grande del Messico, la sua popolazione durante l’ultimo censimento nazionale del 2010 ha raggiunto 1.656.107 persone. In questo territorio localizzato al centro del Paese, confinante con altri 11 Stati, si trova il focolaio principale dei femminicidi dello Stato del Messico. Il suo vicino più importante è il Distretto Federale, verso il quale milioni di abitanti dello Stato del Messico si dirigono per studiare o lavorare. In questa regione federale sono stati registrati 1.003 omicidi di donne tra il 2005 e il 2011, un periodo in cui Enrique Peña Nieto, attualmente presidente della Repubblica, ne era il governatore.

Secondo il Centro de Investigaciones y Estudios Superiores en Antropología Social (Centro Ricerche e Studi Superiori in Antropologia Sociale – CIESAS), questo numero di omicidi considerati come femminicidi, supera quello rilevato a Ciudad Juárez, la cittadina di frontiera nella zona settentrionale del Messico, la cui notizia ha fatto il giro del mondo.

Alcuni ricercatori del CIESAS hanno recuperato i registri dell’Osservatorio Cittadino Nazionale del Femminicidio, un’organizzazione costituita da 49 associazioni di donne e persone dedite alla difesa dei diritti umani che raccolgono informazioni e effettuano un monitoraggio di questo tipo di delitti in almeno 21 Stati della Repubblica Messicana e il Distretto Federale. Non si limitano, tuttavia a monitorare, ma anche a “chiedere conto alle istituzioni che dovrebbero impedire e sanzionare la violenza esercitata contro le donne e il femminicidio”, come dichiarano nella presentazione.

 

MARÍA LUISA: LA PRIMA SENTENZA

«María Luisa Hernández Hernández era una donna di 27 anni, sposata con Austreberto Huerta Ortiz, di 31 anni. Vivevano insieme da circa 10 anni, e avevano avuto due figli… Il 3 luglio 2011 il Grupo Toluca diffuse la notizia della scoperta di un cadavere di genere femminile a La Magdalena». María Luisa si trovava su un letto, in posizione supina con i capelli grondanti di sangue. Un peso per esercizi, di 7 chilogrammi, si trovava di fianco a lei. Nell’effettuare le fotografie da diverse angolazioni, secondo la procedura, ci si rese conto del fatto che aveva una palpebra staccata e i denti cadevano facilmente nel muovere il corpo, a causa dei colpi ricevuti.

Il verdetto stabilì che María Luisa aveva ricevuto almeno quattro colpi con il peso che si trovava sulla scena del crimine. La morte era stata causata dalla frattura della prima e della seconda cervicale. Pochi giorni dopo il marito fu catturato e confessò che si era trattato solo di un’altra bastonata in cui aveva esagerato. Il 6 dicembre 2011 ci fu una sentenza per il delitto di femminicidio: 55 anni di carcere e 82 mila 825 pesos per compensare il danno materiale e morale a favore dei figli. È stata la prima sentenza di questo tipo in quello Stato e in tutto il Messico.

Il racconto di questo caso storico è eseguito da Italy Dessire Ciani Sotomayor, ex vice-procuratrice legale di Delitti contro le Donne nello Stato del Messico e fa parte delle sue esperienze raccolte nel libro Si te callas te mueres (Se taci muori). “Il femminicidio è una realtà, è un fenomeno che non accenna a fermarsi”, dice in un’intervista per L’Indro.

Lo Stato del Messico è stato il secondo della Repubblica Federale a considerare ufficialmente delitto il “femminicidio”, dice la ex funzionaria, pioniera nell’attirare l’attenzione sui delitti contro le donne. Il primo è stato Guerrero, e il terzo il Distretto Federale. Secondo lei, il fatto di ottenere la prima sentenza per femminicidio nel caso di María Luisa e la tipizzazione del delitto, sono stati i principali contributi della “Subprocuraduría de Delitos contra las Mujeres” (Viceprocuratore per i delitti contro le donne) in quello Stato. A ciò bisogna aggiungere la creazione di spazi ludici per i figli delle vittime o il programma di protezione speciale offerto alle vittime stesse, consistente in guardie del corpo, che, tra l’altro, consente di salvaguardare la denuncia.

Questo programma, dipendente dalla Procura Generale dello Stato del Messico è stato creato nel marzo 2011, sotto la guida di Ciani e, fino a marzo 2012, quando ha rinunciato all’incarico, si sono registrati 52 casi di indagini di femminicidio, 46 dei quali risolti.

Nel caso della legge dello Stato del Messico, riformata il 19 marzo 2011, nell’articolo 242 Bis del Codice Penale, da un punto di vista giuridico si ha femminicidio “quando si tratta di omicidio doloso, quando tale omicidio è rivolto contro una donna e il movente è legato al fatto di essere una donna e alle circostanze connesse”, spiega Italy Ciani. La pena va da 40 a 70 anni di prigione, aggiunge, proporzionalmente a quella di un omicidio qualificato. Sebbene la legge messicana abbia inserito questa parola tra le cause di punibilità, va detto che la Real Academia de la Lengua (RAE) l’ha accettata nel proprio dizionario solo in ottobre 2014 come, ricorda Ciani, la statistica delle cause del femminicidio nel cosiddetto “Edomex” (Stato del Messico).

Italy Ciani, laureata in legge presso la facoltà di diritto dell’Universidad Autónoma del Estado de México (UAEMex) e frequentante il master in criminologia e politica criminale, presso l’Instituto Nacional de Ciencias Penales, afferma che 7 su 10 femminicidi hanno origine nella violenza all’interno delle famiglie. Le donne subiscono violenza soprattutto da parte di compagni o persone di cui si fidano. La sua casa dovrebbe essere il posto in cui una donna dovrebbe sentirsi più al sicuro e non lo è: “Se vogliamo impedire il femminicidio dobbiamo eliminare alla radice la violenza familiare”.

 

LE MORTE DI EDOMEX

Lo studio che ha registrato le 1.003 vittime di femminicidio fino al 2011, ha indicato 10 Comuni dello Stato del Messico, come i posti in cui si ha una maggiore concentrazione. Ecatepec detiene il record con 118 casi fino ad allora. Due anni dopo (nel 2013) si è arrivati a 310. L’Observatorio del Feminicidio ha rivelato che le donne assassinate nello Stato del Messico tra il 2005 e il 2011 avevano da 11 a 30 anni. Fino al 2012, nel 56,72 per cento dei crimini, non si conosceva l’identità dell’omicida. Salvo i casi in cui l’assassino era una persona conosciuta come il compagno, un familiare o un vicino: il 35,47%.

A novembre del 2014 è stata resa nota una cifra internazionale che riporta lo Stato del Messico nella classifica delle regioni caratterizzate da più femminicidi. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC) nel periodo compreso tra il 2007 e il 2013, il tasso di questo delitto è aumentato in Messico, arrivando a 14.955 vittime. In altri termini si parla di sei vittime al giorno, con una media di 1,9-4,4 casi per 100.000 donne.

Lo Stato del Messico, Guerrero e Chihuahua sono gli stati con più vittime di genere e, secondo la pubblicazione dell’ONU, per la maggior parte si tratta di adolescenti. Il Comune di Ecatepec, nello Stato del Messico ha registrato 310 femminicidi nel medesimo periodo osservato. “Non una di più”, è stato lo slogan lanciato dagli attivisti e dalla comunità in generale, contro l’omicidio in serie delle donne a Ciudad Juárez, che dal 1993 aveva sconvolto il sistema della sicurezza e della giustizia del Paese, e lo si è voluto recuperare per la campagna del 2014. Con questo slogan si chiedeva la fine dei femminicidi nella città di frontiera, si esigeva giustizia e solidarietà con le famiglie colpite.

Il grido “Non una di più”, tuttavia, per la direzione che ha preso la statistica del femminicidio nel Paese, si è diffuso. Lo Stato del Messico potrebbe essere considerato, per le cifre legate a questo delitto, il nuovo “Ciudad Juárez”. Quale elemento ha potuto innescare il femminicidio nello Stato del Messico, come è accaduto a Ciudad Juárez, dove è stata attribuita la responsabilità soprattutto all’immigrazione? Chiediamo a Italy Ciani. “Credo che il fattore principale sia la violenza familiare e questa viene favorita da diversi elementi ambientali. Il primo è il maschilismo, ma anche le condizioni geografiche e legate alla popolazione; lo Stato del Messico è una realtà molto complessa: possiede 125 Comuni, tra cui il più grande del Paese, ossia il conflittuale Ecatepec. Papalotla è il Comune più piccolo. Alcuni hanno maggior ricchezza, come Huixquilucan e altri sono caratterizzati da un’estrema emarginazione, come Valle de Chalco.

Questo è lo Stato del Messico, sostiene l’avvocata Ciani Sotomayor: una società molto dispersa, in cui si ha concomitanza di diverse cose, come la delinquenza, l’alcolismo, lo spaccio di sostanze stupefacenti, l’analfabetismo. Ammette che il femminicidio ha diverse cause, ma se 7 su 10 femminicidi ha origine nella violenza familiare, questo è ciò che bisogna combattere.

 

LA PREVENZIONE

Il CIESAS, ossia il centro pubblico del Consiglio Nazionale di Scienza e Tecnologia (Conacyt) messicano, ha posto lo studio della violenza e delle sue cause come una sfida per le scienze sociali. Per Italy Ciani il nemico principale nel caso del femminicidio è la violenza all’interno delle famiglie, ribadisce a L’Indro. Qualsiasi politica criminale deve poggiare su due basi, la prevenzione e la reazione, sottolinea l’ex vice-procuratrice dello Stato del Messico.

Afferma che per quanto riguarda la parte della reazione si è già fatto molto, vi sono giudici di controllo, specializzati in violenza di genere. È stato rafforzato il quadro d’attenzione ed è previsto il conferimento di responsabilità, sottolinea a titolo d’esempio. Nella prevenzione, invece, insiste, “c’è ancora moltissimo da fare”. Ci sono stati solo sforzi isolati per prevenire la violenza contro le donne. Le politiche di prevenzione non sono basate su diagnosi ben strutturate, quindi si va avanti un po’ alla cieca.

Su questo versante bisogna rafforzare gli interventi, suggerisce. Ormai non è più sufficiente concentrarsi sulla parte della reazione, quando il delitto è già stato commesso, ma bisogna evitare che si commetta altra violenza e rafforzare i quadri di attenzione alla vittima. “Nella prevenzione di questo delitto, sembra che finora si sia agito in base a idee e eventi isolati, a diagnosi effettuate senza appoggio accademico. Mancano informazioni e, quando ci sono, non sono utilizzate perché è più seducente percorrere la via facile che sarà sempre quella della reazione”.

Per questo bisogna puntare sulla prevenzione, ma questa non può essere portata avanti solo dal governo. È un tema così delicato che è necessario il contributo di tutta la società, ma la politica preventiva è decisamente assente dall’agenda pubblica. Il giudizio con una prospettiva di genere è ancora molto indietro, afferma a titolo di altro esempio, ricordando che la via difficile è quella della prevenzione e bisogna percorrerla.

 

ALLARME DI GENERE

Nel 2010, l’Osservatorio Cittadino Nazionale del Femminicidio, ha chiesto che fosse dichiarato lo stato di allarme di genere nello Stato del Messico. La petizione è stata supportata mediante un’identificazione sistematica dei femminicidi e dei delitti contro le donne. È stata effettuata la richiesta al “Sistema Nazionale per la Prevenzione, l’Ascolto, la Punizione e lo Sradicamento della Violenza contro le Donne”, ma non è stata accolta. Ufficialmente è conosciuta come Declaratoria di Allarme di Genere, ma nello Stato del Messico e in tutto il Paese non ne è stata emanata neppure una, afferma l’avvocata della UAMex. Quello è stato il primo tentativo di suscitare l’allarme nell’‘Edomex’ (2010) ed è stato rifiutato, anche se ha portato conseguenze positive. “Si è cominciato a visualizzare una problematica in cui le organizzazioni hanno iniziato a alzare la voce e a poter fare cose”.

La questione dell’allarme è considerata nella Legge Generale di Accesso delle Donne a una Vita senza Violenza, anche se è mal compresa, perché non è una coincidenza che fuori dello Stato del Messico, sia stata negata. In nessuno Stato della Repubblica è stato decretato un allarme di genere e sono state presentate richieste in diversi di essi. Per Ciani Sotomayor, l’allarme è un meccanismo che potrebbe essere utile, ma è concepito male perché in realtà si interpreta come un tipo di sanzione politica. Pertanto alle strutture di potere non conviene.

Lanciare un allarme di genere, riassume, implica combattere in maniera efficace la violenza esercitata sulle donne, mediante la creazione di un gruppo interdisciplinare. Prevede, inoltre, di iniettare risorse del Governo Federale, affinché lo Stato possa fronteggiare il problema. “Credo che nello Stato del Messico il problema non riguardi le risorse”. Se si decreta l’allarme, così come richiesto, non ne apporterebbe altre a coloro che operano in questa realtà. “Ciò che è necessario è che società e governo lavorino in sinergia”.

 

“EL COQUETO”: UN SERIAL KILLER

“La violenza all’interno della famiglia è pericolosa quanto la delinquenza organizzata o il terrorismo”; questa frase Italy Ciani l’ha mutuata da uno scrittore e la ripete almeno due volte per ribadire la necessità di prevenirla. Nel 2012, dopo le ricerche, il suo arresto, la fuga e la nuova cattura, César Armando Librado Legorreta, più noto come “El Coqueto”, ha confessato come ha tolto la vita a Cireli, Blanca, Eva Cecilia, Fernanda, Patricia e a un’altra donna non identificata. Avevano tutte tra 16 e 30 anni. Di questo caso si è occupata Italy Ciani, in qualità di vice-procuratrice nello Stato del Messico.

Di lui ricorda: è cresciuto in un ambiente fatto di violenza, suo papà era alcolizzato e picchiava la mamma e i figli. Su sua mamma aveva proiettato l’esigenza che difendesse i propri figli. Se n’è andato di casa a 13 o 14 anni, ha avuto una vita molto dura. Non si è mai responsabilizzato. Nessuno della sua famiglia lo voleva vedere. Tutte le volte che si avvicinava a loro c’era un problema. Gli sono state chiuse opportunità di educazione e impiego. Tutto ciò lo ha canalizzato contro la figura femminile”.

Questo non giustifica ciò che ha fatto, chiarisce Italy Ciani a L´Indro. Ma la sua domanda è: quanti Coquetos stiamo creando a livello sociale? Secondo gli ultimi dati, lo Stato del Messico ha una popolazione di quasi 16 milioni di persone… poco più della metà sono donne.

 

Traduzione di Marco Barberi

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.