domenica, Novembre 29

Federpetroli Italia: OpecPlus? Riyad resta ago della bilancia Il taglio della produzione di greggio è un contentino a tutti, ma in qualsiasi momento se Mohammad bin Salman riapre i rubinetti dei pozzi, il mercato internazionale viene inondato di greggio ed i prezzi crolleranno nel giro di minuti

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La tanto attesa riunione online tra Opec ed OpecPlus c’è stata e, proprio ieri, sera alle 21 (ora italiana), alcuni Stati Membri Paesi produttori di petrolio hanno deciso di tagliare per qualche mese la produzione giornaliera di greggio di 10 milioni di barili al giorno, per poi diminuire gradualmente da luglio in poi, questo per consentire, come richiesto in ginocchio nelle ultimi settimane dagli Stati Uniti, di risollevare almeno lievemente le quotazioni dei greggio internazionali e dare una piccola boa di salvataggio all’economia petrolifera.

Ma quale economia petrolifera? Sicuramente quella russa, che da un po’ di tempo è di intralcio a tanti, ma è buona cosa tenere Vladimir Putin al guinzaglio, ma l’economia di cui parliamo e l’America.

Partiamo dal fatto che la comunità petrolifera internazionale non ha posto mai totale fiducia nell’OpecPlus, la pseudo Organizzazione nata qualche tempo fa è stata sempre solo una diversificazione dell’OPEC originale, per dare una piccola ‘voce’ in capitolo alla Russia.
L’America petrolifera distrutta, onda che già si procrastinava da tempo e che in un periodo inaspettato come questo, non ha avuto pilastri per reggere.

Cosa sta succedendo negli Stati Uniti? In America esistono grandi e forti compagnie petrolifere, ma l’America è anche terra di nuove tecnologie, in tutti i campi. Tempo fa, per rafforzare la propria produzione interna di petrolio, piccole e medie aziende hanno deciso di investire in tecniche di nuove produzioni petrolifere dette Fracking, e così hanno dato vita all’avvento dell’era Shale-Oil. Una tecnica di ricerca petrolifera molto costosa ed onerosa nel mantenimento.
Oggi, però, tutti questi piccoli produttori sono in crisi, in forte crisi. Oltre al fattore prezzo dell’investimento, altra causa la massiccia ed ingorda avidità nell’estrarre olio e gas che ha portato a prosciugare alcuni terreni americani e, poi perché con un prezzo del greggio così basso, la bancarotta per queste aziende è garantita, in America si chiama Chapter11 e nelle scorse settimane già tante hanno fatto ricorso.
Tutto
questo ha costretto l’Amministrazione Trump a ricorrere da un lato a stanziare forti risorse economiche pubbliche per questi piccoli e medi cercatori di petrolio, e dall’altra partechiedere a più tornate a Russia ed Arabia Saudita di non litigare e stabilire un piccolo taglio della produzione petrolifera mondiale, per far si che l’America Energetica potesse riprendere fiato.

Penso che la carta geografica sia chiara, Riyaddurante il vertice digitale di ieri ha detto volete un segnale? Va bene, tagliamo di un po’ la produzione’. Questo è un contentino a tutti, ma in qualsiasi momento se Mohammad bin Salman riapre i rubinetti dei pozzi anche per poche ore,il mercato internazionale viene inondato di greggio ed i prezzi crolleranno nel giro di minuti, quello che gli analisti di Wall Street chiamano OIL FLOODING, un allagamento di greggio sul mercato.

E visto che l’indotto dello Shale ha sempre infastidito gli Arabi, con un forte approvvigionamento a tappetto nelle ultime tre settimane, il Medio Oriente sta riuscendo politicamente ed economicamente a tagliare fuori dal mercato tutte quelle piccole aziende di trivellazione americane.

Ieri in un lancio giornalistico con FederPetroli Italia abbiamo dichiarato: «Stiamo assistendo al gioco delle tre carte tra Usa, Arabia Saudita e Russia», in un contesto geopolitico del petrolio evidente tra tre potenze o forse due, o forse una, che utilizzano il ring del Covid19 per essere i più grandi produttori di petrolio e, con questo dettare legge sulla scena internazionale.

Nel gioco delle tre carte, però, quella vincente porta il simbolo di Riyad e, di tutta la Penisola Arabica, la carta del Medio Oriente, che diventa, come lo è stato sempre, oggi ancor più di ieri il Jolly, la carta che in ogni posizione, vale di più e può stravolgere il punteggio finale.

Ed è quello che la Monarchia Saudita sta facendo, effetto domino della quotazione borsistica di qualche mese fa della compagniapetrolifera più grande al mondo: Saudi Aramco.
L’
Arabia Saudita in questo modo, con i propri alleati, potrà sempre ed in ogni momento provocare uno shock momentaneo grazie alle provviste di greggio effettuate in questo periodo nel mondo e, non solo sui mercati a terra, rastrellando gran parte di petroliere nei mari ed ancorando le stesse nei porti strategici della calda Penisola mediorientale.

Il Terzo incomodo però esiste anche in questa tornata, un Paese che non si era fatto mai sentire più di tanto ma che ieri ha alzato la voce: il Messico. Ieri, davanti ad illustri membri dell’OpecPlus,Messico ha detto no. Incomodo che fine all’ultimo ha rischiato di far saltare l’accordo, non concorde sulla quota di taglio di produzione petrolifera assegnata per singolo Stato.

Sia la situazione sia l’organizzazione astratta dell’OpecPlus sono deboli e, se una sconfinata pedina come il Messico ha rischiato di far saltare gli accordi di ieri, basterà un ‘soffio di vento mediorientale’ per rimettere in gioco e sconvolgere tutti gli equilibri in atto, in poche ore.

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Sull'autore

Michele Marsiglia è presidente della FederPetroli Italia. Da più di 20 anni si occupa di progetti strategici nell’Oil & Gas internazionale. Oltre agli studi Economici Aziendali, durante la Crisi Asiatica del 1997 perfeziona la propria esperienza alla Borsa di New York (New York Stock Exchange) sulle analisi dei principali Mercati Finanziari internazionali con particolare riferimento agli strumenti derivati Futures, scambiati sulla piazza merci di Chicago. Inizia la sua carriera negli Approvvigionamenti Strategici in Outsourcing, approdando dopo alcuni anni all’Agip Petroli (oggi ENI Group) per poi gestire alcuni processi di sviluppo per importanti Raffinerie e Società Petrolifere. Da anni la sua figura è chiamata a rappresentare aziende dell’indotto industriale per Agreement strategici e di Relazioni. Fondamentale il suo coinvolgimento in Libia e in parte del Medio Oriente con particolare riferimento ai nuovi giacimenti di petrolio e gas Offshore e Onshore. Fu l’unico membro con FederPetroli Italia a relazionare in Audizione alla Camera dei Deputati con l’allora A.D. di ENI Paolo Scaroni sulla delicata situazione della nascente crisi libica nel 2011 e la verifica degli Asset Strategici nel paese nordafricano. Ha dato vita nel 2009 a “Operazione Trasparenza” iniziativa per spiegare nel nostro paese che cosa vuol dire Petrolio e Gas. E’ Consulente di Direzione ed Advisor Board per i Rapporti Istituzionali di importanti aziende petrolifere e del Non-Oil. Docente in diversi corsi di specializzazione (post diploma e post-laurea) con collaborazioni in diverse Università. Membro di Comitati Scientifici negli Organismi di studio geopolitico, da anni affronta le tematiche del Medio Oriente e del Continente Africano focalizzando l’interconnessione delle dinamiche economiche, politiche e del dialogo interreligioso nonché esperto delle nuove tecniche di ricerca petrolifera attraverso il Fracking, sviluppate principalmente negli U.S.A. È chiamato come relatore a conferenze e seminari in ambito internazionale, oltre ad essere presente con propri articoli e pareri tecnici sulla principale stampa nazionale e straniera. Complessivamente è autore di numerose pubblicazioni (papers, articoli), il suo nome appare spesso in articoli pubblicati sui principali media internazionali e nazionali, è spesso ospite in trasmissioni televisive e radiofoniche. Definito da tanti un’abile lobbista, in realtà ha sempre dichiarato: ‘’….prendo caffè in giro per il Mondo e stringo mani…...tutto qui’’.