domenica, Novembre 29

Federal Reserve: i tassi rimarranno stabili Powell allontana la prospettiva di un ulteriore taglio dei tassi

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Nei giorni scorsi, il governatore della Federal Reserve Jerome Powell ha testimoniato per la prima volta al Congresso dopo il terzo taglio consecutivo dei tassi di 25 punti base, finalizzato ad abbattere il costo del denaro e infondere fiducia su un mercato interbancario da cui stavano provenendo segnali fortemente preoccupanti. Obiettivo da considerarsi raggiunto, a detta di Powell, secondo cui «l’attuale posizione di politica monetaria rimarrà probabilmente inalterata fintantoché i dati relativi allo stato dell’economia saranno coerenti con il nostro outlook di crescita moderata e di robusto mercato del lavoro», oltre che di regolare andamento dell’inflazione. «Qualora dovessero emergere sviluppi tali da provocare un riesame sostanziale delle prospettive – ha aggiunto Powell – prenderemmo naturalmente adeguate contromisure».

In parole povere, il presidente della Banca Centrale statunitense ha dichiarato ufficialmente conclusa la manovra correttiva sui tassi in atto ormai da svariati mesi, che aveva portato la Fed a sospendere il processo di normalizzazione monetaria imponendo un brusco stop ai programmi di Quantitative Tightening (Qt). In conformità ai quali, la Fed aveva cominciato ad alzare i tassi e a liquidare una quota crescente di Treasury Bond (T-Bond) e altri tipi di titoli di cui era entrata in possesso a partire dal 2008 con i programmi di Quantitative Easing (Qe). La mossa comportò automaticamente la riduzione  il credito bancario disponibile, e il simultaneo incremento del livello di remunerazione garantito dai titoli obbligazionari in parallelo alla riduzione del loro prezzo di vendita. Ciò produsse due effetti immediati.

Da un lato, la combinazione tra aumento dei tassi e ‘smobilitazione’ delle riserve accumulate attraverso il Qe provocò una carenza di dollari di cui risentirono in primis i mercati emergenti – come la Turchia, l’Argentina e l’Indonesia – che per frenare la fuga di capitali innescata dalla politica restrittiva della Federal Reserve si videro costretti a ‘dissanguarsi’ innalzando a loro volta i tassi di interesse. In precedenza, questi Paesi, bisognosi di attrarre denaro per soddisfare i criteri del ‘Washington consensus’, erano stati letteralmente sommersi dai capitali stranieri come conseguenza della politica monetaria espansiva condotta dalla Fed.

Allo stesso tempo, l’aumento del grado di redditività dei T-Bond, dovuto al rialzo dei tassi, determinò un massiccio trasferimento di capitali dai mercati azionari a quelli obbligazionari ponendo le basi per un colossale crisi borsistica. Non va infatti dimenticato che, grazie al fiume di liquidità reso disponibile dai programmi di Qe, l’indice Standard & Poor’s 500 registrò una crescita superiore al 350 % a partire dal settembre 2008 (crack di Lehman Brothers). Il medesimo discorso può essere esteso al Dow Jones e al Nasdaq. La crescita esorbitante realizzata dai tre principali indici di Wall Street nell’arco del passato decennio rischiaa quindi di essere spazzata via dagli effetti generati dal credit crunch varato dalla Fed.

A ciò andava sommato il forte incremento del deficit federale, imputabile alla sinergia negativa scaturita dalla combinazione tra l’aumento delle spese militari e gli effetti diretti dell’entrata in vigore del Tax Cuts and Jobs Act. La radicale riforma fiscale elaborata dall’amministrazione Trump è infatti all’origine della caduta delle entrate tributarie, a cui il Dipartimento del Tesoro pensò bene di porre rimedio moltiplicando le emissioni di T-Bond. Ciò non potrà che provocare un forte aumento degli oneri sul debito, che coniugandosi con gli effetti della guerra commerciale che gli Stati Uniti hanno dichiarato a Cina, Germania e Giappone, sta contribuendo a gettare i semi per un rialzo dei tassi ‘autonomo’ vale a dire non direttamente controllabile dalla Federal Reserve.

Si tratta di un fenomeno potenzialmente devastante, tenuto conto che un decennio di tassi a zero hanno provocato una colossale distorsione del mercato dei prestiti in tutti i settori dell’economia nazionale. Attualmente, il debito federale supera i 21,6 trilioni di dollari (più del doppio rispetto a quello registrato al momento della bancarotta di Lehman Brothers), quello societario a 15,5 trilioni e quello delle famiglie a 14 trilioni. Se a ciò si aggiunge l’incremento dei debiti scolastici, di quelli per l’acquisto di automobili e di quelli legati alle carte di credito, è facile concludere che gli Stati Uniti stanno letteralmente muovendosi su un campo minato. Non a caso, Peter Schiff, navigatissimo gestore di fondi, ha espresso l’opinione secondo cui «l’economia americana è in condizioni peggiori di quanto fosse dieci anni fa».

Anche perché la Federal Reserve si trova in una posizione molto più delicata rispetto al 2008, così come la situazione debitoria in cui versa il sistema-Paese. Powell non ha mancato di sottolineare questi fattori di criticità, ponendo enfasi sull’insostenibilità del debito accumulato dagli Stati Uniti ed esortando Casa Bianca e Congresso a mettere a punto politiche di bilancio meno estreme di quelle portate avanti finora. La presa di posizione del governatore della Fed si configura come una pubblica rivendicazione dell’indipendenza della Banca Centrale, ormai da anni nel mirino di Donald Trump per via della sua linea operativa giudicata eccessivamente rigida e sfavorevole al buon andamento dell’economia nazionale. Il tycoon newyorkese ha infatti ripetutamente invocato un drastico abbassamento dei tassi, che a suo dire avrebbe garantito un incremento dei listini di un ulteriore 25%.

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