giovedì, Ottobre 1

FBI e diffusione dei dati sensibili: benvenuti in 1984 field_506ffbaa4a8d4

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La battaglia legale tra Apple e l’FBI è andata oltre gli scopi specifici di ciascuna delle due parti.  Primo, la vera battaglia è quella che vede Apple da un lato e l’intero apparato del Governo statunitense dall’altro. Secondo, il risultato di questa disputa potrebbe determinare se gli utenti in giro per il mondo, e attualmente sono miliardi gli utilizzatori abituali della rete,  potranno preservare quel che resta del loro diritto alla privacy, senza la minaccia di un superpotere che in ogni momento può ficcare il naso nei loro affari, raccogliere dati e usarli a suo piacimento. Terzo, la storia non perdonerà mai Barack Obama, l’avvocato per i diritti civili che nel 2008 ha basato la propria campagna presidenziale sui concetti di libertà, rispetto e apertura nei confronti del mondo per perseguire delle politiche autoritarie in pieno stile George W. Bush.

Nel 2004, durante la sfida presidenziale tra Bush e John Kerry, Barack Obama fece la sua prima apparizione davanti ad un vasto pubblico americano ed internazionale. Mentre i democratici stavano cercando di fermare i numerosi attacchi di Bush alla libertà in nome della libertà stessa, il giovane candidato al Senato, Barack Obama, fino ad allora sconosciuto alla maggior parte degli americani, fece un discorso allo stesso Congresso Nazionale dei Democratici che aveva eletto John Kerry come candidato alle elezioni. Il suo carisma ed il suo talento come oratore furono subito evidenti. Tra gli applausi e le urla di approvazione, quest’uomo dall’aria sensibile e il viso sincero disse: “ Noi preghiamo un Dio misericordioso negli Stati democratici, e non vogliamo degli agenti federali a curiosare nelle nostre biblioteche negli Stati repubblicani”. Ciò che Obama stava facendo era sottolineare il senso di unione e appartenenza dei cittadini americani, al contrario della polarizzazione che George W. Bush aveva intensificato con la sua retorica religiosa e le sue autoritarie politiche sulla sicurezza.

Nei giorni scorsi un tribunale aveva chiesto ad Apple di elaborare un software che consenta all’FBI di accedere ai dati di un iPhone appartenuto ad un terrorista. Apple ha giustamente rifiutato: si creerebbe un precedente e il Governo statunitense avrebbe i mezzi per intercettare i dati di milioni di iPhones  appartenenti a cittadini normalissimi, senza alcun legame con il terrorismo. L’amministratore delegato di Apple, Tim Cook, ha così commentato: «Non si tratta di un telefono. Si tratta del nostro futuro. Ecco cosa c’è in ballo. Può un Governo costringere Apple a creare un software che a nostro parere renderebbe più vulnerabili centinaia di milioni di utenti in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti?»

La richiesta dell’FBI è stata sostenuta dalla Casa Bianca, il cui portavoce dipinge questa richiesta come limitata ad un caso isolato. Ma è la stessa strategia usata da George W. Bush per attuare le politiche sulla sicurezza, le stesse politiche che il Senatore Obama aveva eroicamente combattuto nel 2004. Il tutto si basa, molto semplicemente, sullo sfruttamento di quella paura collettiva che si genera in seguito ad un evento drammatico, come un attacco terroristico, per instaurare d’autorità politiche di sicurezza o prendere misure che limitino le libertà personali ed intacchino il diritto alla privacy. In circostanze normali i cittadini non accetterebbero iniziative di questo genere. E ovviamente, una volta cessato l’allarme terrorismo, queste politiche restano in vigore.

Ma Barack Obama non è l’unico difensore della libertà ad essere diventato una minaccia alla libertà. Il Presidente francese Hollande ha spinto per l’attivazione di leggi analoghe nel suo Paese, rendendo legale la sorveglianza di massa. Per raggiungere questo scopo, ha messo in atto la stessa strategia. Il caso francese rende questo processo strategico particolarmente evidente: molti dei terroristi coinvolti negli attacchi omicidi in Francia era già sotto sorveglianza. Oltre a mettere in luce l’inefficienza della sorveglianza preventiva, appare evidente che la prevenzione del terrorismo non è la vera ragione per la quale il Governo francese sostiene la sorveglianza di massa e la raccolta di dati. In seguito agli attacchi di Parigi dello scorso novembre, per il quale diversi terroristi sono ancora a piede libero, il Governo francese ha sfruttato lo stato di emergenza per mettere agli arresti domiciliari alcuni attivisti ambientalisti in vista del summit COP21. Questo è un esempio dei veri interessi che si celano dietro alle politiche di limitazione delle libertà personali del mondo Occidentale.

Questo genere di comportamento si sta diffondendo come un’epidemia, capace di distruggere in pochissimo tempo uno dei pilastri dell’Occidente. Bastano pochi attentati terroristici per convincere una popolazione impaurita ad accettare il Grande Fratello nelle loro vite e cedere un diritto fondamentale, quello alla privacy. George W. Bush era stato pesantemente criticato da Obama e dal Partito Democratico, così come dall’Europa, per il Patriot Act, che infieriva duri colpi alla libertà a quella che l’inno nazionale americano chiama ‘Terra della libertà’. Ciò a cui oggi stiamo assistendo è la messa in atto, da parte di molti Paesi Occidentali, di analoghe politiche restrittive.

Uno degli obiettivi strategici dell’ISIS negli attacchi all’Occidente è la distruzione indiretta della cultura Occidentale tramite la diminuzione della libertà. La libertà di espressione e la privacy sono due pilastri, tra loro interconnessi, della cultura Occidentale. Il Governo francese non è autorizzato a invadere la privacy dei propri cittadini, inclusi i giornalisti ed i politici; in particolare, com’è facilmente intuibile, non può invadere la privacy di chi non è un personaggio pubblico. Ciò darà alle élite politiche, attualmente in forte crisi, con molti esponenti indagati per corruzione, un grosso vantaggio quando le loro mancanze verranno a galla.

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