venerdì, Agosto 7

Faraj Bayrakdar: ‘La mia vita nelle carceri del regime di Assad’ Al Festivaletteratura l’intellettuale, attivista, giornalista e politico ha presentato 'Il luogo stretto'

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Quando la vita e la letteratura si incontrano il risultato è unico e sorprendente. Il poeta Faraj Bayrakdar ha una storia da raccontare. Di recente al Festivaletteratura di Mantova l’intellettuale, attivista, giornalista e politico, simbolo del movimento che si batte contro il regime di Damasco, ha presentato ‘Il luogo stretto‘ (Edizioni Nottetempo, 2016), raccolta di poesie scritte in carcere tra il 1987 e il 2000.

Bayrakdar, nato nel 1951 nel villaggio di Tir vicino a Homs, ha pubblicato due raccolte di poesie prima di essere arrestato nel 1987 dal governo di Hafez Assad, padre dell’attuale dittatore. Le autorità del suo Paese lo hanno rinchiuso tre volte in prigione, due negli anni Settanta quando dirigeva una rivista letteraria che sosteneva giovani poeti siriani, e la terza nel 1987 in seguito alla sua adesione al Partito di Azione Comunista. Solo sei anni dopo, nel 1993, è stato processato e condannato a 15 anni di lavori forzati. Nel 2000, grazie a una campagna internazionale, è stato rilasciato. Lo scrittore siriano, che adesso vive in esilio in Svezia, ha pubblicato tre raccolte di poesie ricevendo diversi riconoscimenti tra i quali il Prix Hellman-Hammett (1998), il Pen Freedom-to-Write Award (1999) e il Free World Award (2004).

Ho scritto le mie poesie quando ero in cella“, spiega Bayrakdar, “il tema è il tempo trascorso in prigione. Si tratta di una raccolta di fogli clandestini. Non avevo nulla su cui scrivere, imparavo a memoria i versi e poi, finito l’isolamento, li riportavo sulle cartine delle sigarette accartocciandole nei quadretti di legno che consegnavo a mia figlia affinché li portasse fuori dal carcere”. Il poeta voleva che le sue composizioni fossero conservate qualora fosse morto durante la detenzione: “I miei amici decisero di pubblicarle a mia insaputa in Libano. Contemporaneamente uno scrittore marocchino lanciò una campagna per favorire la mia liberazione”.

Bayrakdar ha ricordato i difficili momenti trascorsi nella prigione di Tadmur (Palmira): “Stare in carcere trasforma il modo di guardare la realtà che sembra senza logica. Ho dato forma ai miei pensieri concentrandomi sul contrasto, quasi a rappresentare il cambiamento radicale che può portare il prigioniero fuori di senno. In quei frangenti il tempo scorre lento e scuote l’animo nel profondo”. I detenuti, vittime dell’angoscia, possono reagire in due modi: subendo passivamente la situazione oppure avviando una riflessione. In prigione il tempo non manca. È possibile meditare su ogni particolare e ragionare sulle proprie posizioni politiche, culturali e sociali. Bayrakdar ha rivolto una domanda a se stesso: “Che cos’è il silenzio? Ho cercato di ascoltare la sua voce. Un poeta incarcerato ha scritto una poesia di due parole che mi ha colpito: silenzio pistola. Il silenzio può essere un’arma, dissi ai miei compagni di cella che chiedevano il significato di quella breve poesia”.

Lo scrittore ha rievocato le sedute di tortura con le quali i suoi aguzzini tentavano di estorcere informazioni. L’assenza di parole segnava questi interrogatori. Il boia non riusciva nel suo intento e si rendeva conto di aver fallito. “Alcuni secondini erano talmente frustrati di fronte al nostro muro di silenzio da diventare sessualmente impotenti, la mia forza era la mia moralità: io volevo democrazia, bellezza e umanità, il torturatore dittatura, violenza e repressione. Ciò che mi permetteva di resistere era il sentimento di riconoscenza nei confronti del mio popolo, di mia figlia e di mia madre. Non potevo deluderli”.

Durante l’incontro che si è svolto al Festivaletteratura, lo scrittore siriano ha letto alcuni passaggi delle liriche più suggestive. «Del silenzio voglio solo parole che non trovo» è uno dei versi che sintetizza meglio la condizione paradossale e disumana dei detenuti. Bayrakdar si è poi soffermato sulle relazioni con i suoi compagni di prigionia e sulle amicizie che sono proseguite anche dopo la loro liberazione. I ricordi corrono sul filo della memoria. Molto inquietante ed evocativa l’immagine della ‘porta nera’ del penitenziario di Damasco che incuteva timore ai detenuti perché nessuno sapeva cosa accadesse dietro di essa. Commovente il racconto dell’incontro con il fratello, rinchiuso nello stesso istituto di pena. Il pubblico ha applaudito a lungo questo intellettuale che con voce calma e ferma ha ricordato violenze e sofferenze inaudite, stemperando e sciogliendo nella musicalità della lingua araba un dolore che non si può cancellare.

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