lunedì, Ottobre 14

FAO, incubo Trump: Africa e Sud America preferiscono la Cina La nomina di Qu Dongyu alla guida FAO destabilizza la Casa Bianca e l’ordine mondiale, ne parliamo con Sergio Miracola, analista NATO

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Un risveglio amaro per Donald Trump quello di ieri: Qu Dongyu è il primo cinese ad essere eletto Director-General della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura). Alle 13:55 di ieri la notizia si propaga dalla 41esima Conferenza FAO a Roma. A Washington, invece, sono le 7:55 di mattina: nella Stanza Ovale le luci si sono appena accese, ma Trump si adombra di quella che sembra un’ennesima sconfitta nello scontro con il Presidente cinese, Xi Jinping. Intanto, Pechino può veramente festeggiare?

Sicuramente il fatto è inedito: la FAO ha avuto otto Direttori generali dal 1945 ad oggi, e Qu è il primo Direttore generale FAO a venire da un Paese comunista – o che comunque non risponde all’influenza occidentale industrializzata. Sergio Miracola, analista strategico NATO e Associate Research Fellow ISPI, ci assicura che Qu Dongyu si distingue per una “grande abilità politica: negli anni si è molto occupato di agricoltura, che è uno degli elementi principali dell’economia cinese. Qu si è istruito all’estero e conosce bene le dinamiche mondiali. Inoltre, è il braccio operativo di Xi Jinping – per questo è stato proposto proprio lui da Pechino.

Il delfino del Presidente cinese ha festeggiato la maggioranza direttamente nel primo turno (108 voti su 191 votanti). È chiaro che la nomina è politica, più che legata alla sua professionalità o ai risultati raggiunti come Viceministro cinese per l’Agricoltura e gli Affari Rurali. La sua elezione evidenzia una crescente influenza cinese all’interno delle organizzazioni internazionali: la BRI (Belt Road Initiative – Nuova via della Seta) è il grande elemento di svolta e il punto di forza per Pechino. Infatti, sarà pur vero che le politiche di Xi Jinping hanno avuto un qualche successo negli ultimi anni, ma complessivamente la Cina non dimostra di avere le formule più adeguate per sradicare la povertà”.

Molto male, invece, i candidati supportati da UE e USA. La francese Catherine Geslain-Laneelle, con la spinta di Bruxelles, ha raggiunto 71 voti. Il georgiano Davit Kirvalidze, con la spinta di Washington, solo 12. “Nell’elezione FAO ogni Stato ha un voto: un piccolo Paese africano, per esempio, ha lo stesso potere degli Stati Uniti”. Secondo Miracola, è proprio questo il motivo per cui la BRI influisce immensamente.America Latina, Africa e isole del Pacifico hanno garantito la vittoria del candidato cinese, piuttosto che quello francese o georgiano, perché prediligono la presenza cinese e l’influenza della BRI. America Latina e Africa non hanno visto di buon occhio i candidati avanzati da Francia e Stati Uniti – candidati ‘mainstream’ legati a retaggi storici di potenze che, sotto certi punta di vista, hanno fatto il loro corso”.

L’elezione di Qu Dongyu va letta come un forte segnale politico e non come un elogio degli strumenti cinesi per risolvere la povertà nel mondo. Anche perché, ricorda Miracola, “il World Food Programme della FAO è ancora pienamente gestito dagli Stati Uniti – sotto la guida di David Beasley – ed è quello che elargisce il più grande quantitativo di aiuti alimentari a livello mondiale.

Il candidato camerunese e quello indiano, invece, si erano già ritirati. Ramesh Chand si è ritirato tramite una comunicazione del Governo indiano, mentre Medi Moungui ha inviato una lettera personale alla FAO. La lettera, secondo Le Figaro, è stata recapitata poco dopo che Pechino ha cancellato un debito dai conti del Camerun pari a 70 milioni di dollari. Una mossa che ha aumentato le possibilità di Qu di essere eletto, grazie anche a nuovi sostenitori nel mondo. Avere una nomina cinese a capo della FAO evidenzia la progressiva perdita di influenza da parte delle potenze occidentali nei confronti dell’Africa: la Cina si sta ritagliando una cornice molto importante in Africa, analizza Miracola.

“La Cina aumenta la sua influenza in campi sensibili come l’agricoltura e i programmi di distribuzione del cibo, settori che sono sempre stati appannaggio dei Paesi industrializzati che hanno utilizzato questi strumenti come leva sui Paesi sotto sviluppati”. Infatti, come rivela Sergio Miracola, se guardiamo ai molti accordi firmati tra Paesi africani e Cina, risulta chiaro che “l’Africa è stanca di politicheneocolonialisteda parte delle potenze occidentali.

A questo punto, Emmanuel Macron e Donald Trump hanno molte cose a cui pensare dopo il voto FAO ieri. “Parigi è svantaggiata per via degli errori commessi in Libia e in Mali, Washington per la conflittualità con il Medio Oriente. Inoltre, Trump sta facendo di tutto per danneggiare l’immagine occidentale perché le politiche isolazioniste e protezionistiche stanno alterando gli equilibri mondiali”.

Pechino ha messo da tempo gli occhi sulla FAO. La sua campagna è stata nitida: sembra che la Cina si sia assicurata il voto di alcuni Paesi – come nel caso di Brasile e Uruguay – minacciandoli di bloccare le loro esportazioni agricole. “La Cina, con la sua BRI, si è avvicinata ai Paesi sudamericani appoggiando i leader antitetici ai modelli statunitensi”. Addirittura, durante la guerra commerciale con la Casa Bianca, “Pechino ha iniziato a importare massicciamente soia dal Brasile – importazioni che prima erano garantite dal sistema produttivo americano”, afferma Miracola.

Mettendo insieme le cose, è praticamente certo che il Brasile di Jair Bolsonaro abbia votato il candidato cinese. “Il fatto che l’attuale Presidente FAO, Jose Graziano da Silva, sia brasiliano giustifica la nomina di un cinese: i rapporti tra Pechino e Brasilia sono molto forti”. Questo accade, secondo Miracola, anche se Jose Graziano da Silva “ha minato con le sue politiche, la serietà e la solidità della FAO – tanto da attirare molte critiche da parte degli Stati Uniti e da molti altri”.

La Cina ha costruito, negli ultimi anni, la sua parabola ascendente nel panorama internazionale ed ora raccoglie i frutti. L’influenza cinese passa sicuramente per progetti mondiali e imponenti come la Belt Road Initiative: Pechino, però, ha ancora una lunga strada di fronte, ma sicuramente non pecca di slancio.

Qu inizierà il suo mandato il primo agosto di quest’anno e terminerà l’ultimo giorno di luglio 2023. Anche se l’obiettivo principe della FAO è quello di cancellare la fame nel mondo entro il 2030, la candidatura e l’elezione di Qu non fanno dormire sonni tranquilli a Trump. Molti diplomatici occidentali, riferisce PassBlue, hanno sostenuto che Pechino ha un obiettivo ben chiaro da tempo: giocare un ruolo chiave nel commercio alimentare mondiale, sia come esportatore di beni e tecnologie che come importatore di alimenti di qualità per sfamare l’altissima domanda interna.

La FAO ha 11 mila 500 impiegati in giro per il mondo e lavora a stretto contatto con le altre agenzie ONU. Il budget 2018-2019 ammonta a 2,6 miliardi di dollari: gli Stati Uniti sono il socio di maggioranza, contribuendo per il 22% dei finanziamenti monetari della FAO. La Cina, negli ultimi 15 anni, ha costantemente aumentato la sua influenza (dal 1,5% al 12%), diventando il secondo finanziatore dell’organizzazione.

Qu Dongyu, prima del voto, ha esposto chiaramente i suoi obiettivi: la FAO si concentrerà su «la fame e lo sradicamento della povertà, l’agricoltura tropicale, la siccità, lo sviluppo digitale rurale e una migliore progettazione del territorio attraverso la trasformazione della produzione agricola». Inoltre, ha dichiarato, subito dopo l’elezione, che sarà «imparziale e neutrale».

Ma, attenzione! Sergio Miracola avverte che “nel governo cinese è pressoché impossibile essere indipendente. Qu Dongyu è tra i fedelissimi di Xi Jinping. L’indipendenza, in caso, potrebbe svilupparsi durante il mandato alla FAO, esattamente come è successo con Meng Hongwei durante il suo mandato all’Interpol – anche se poi è stato destituito nel 2018 e processato per corruzione dalla stessa Pechino.

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