giovedì, Novembre 14

F-35 e aumento delle spese militari: l’Italia si conforma alle richieste Usa Il viaggio a Roma del segretario di Stato Mike Pompeo ha giocato un ruolo risolutivo

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Al centro dei colloqui d’alto livello tenutisi durante la recente visita a Roma del segretario di Stato Mike Pompeo non vi erano soltanto argomenti pur scottanti e impellenti come la crisi libica, l’escalation in Siria, l’approccio italiano alla tecnologia cinese 5G (fortemente legata al caso Huawei) e gli imminenti dazi sui prodotti alimentari italiani che gli Stati Uniti potrebbero verosimilmente apprestarsi ad imporre sull’onda del pronunciamento dell’Organizzazione Mondiale del Commercio in relazione alla controversia Boeing-Airbus. Durante il suo incontro con il primo ministro Giuseppe Conte, Pompeo avrebbe infatti lamentato il ritardo sui pagamenti dei caccia stealth F-35, fabbricati dalla Lockheed Martin, già acquistati e in larghissima parte consegnati all’Italia, ed esercitato forti pressioni sul suo interlocutore affinché si adoperi per sbloccare un ulteriore ordine d’acquisto.

La vicenda è divenuta particolarmente spinosa quantomeno a partire dal 2012, quando l’Italia decise di rivedere i termini dell’ordine da 131 velivoli effettuato nel 1998 dal governo Prodi, limitando gli acquisti a ‘soli’ 90 aerei. Di cui 30, da ripartire equamente tra Marina e Aeronautica, nella versione B a decollo corto e atterraggio convenzionale, e i restanti 60 nella versione A a decollo e atterraggio convenzionale, su cui possono essere montate le nuove bombe atomiche B61-12. L’Italia si aggiudicò inoltre un ruolo nella realizzazione fisica degli aerei, visto che i processi di ammodernamento della fusoliera, di costruzione delle ali, di assemblaggio delle componenti e del collaudo dei modelli destinati a Italia e Olanda si sarebbero effettuati presso il complesso industriale piemontese di Faco di Cameri, appartenente al gruppo Leonardo-Finmeccanica. Le cui linee di produzione presenti negli stabilimenti di Foggia, Nola e Venegono si sarebbero occupate anche di fabbricare le ali per gli F-35 assemblati negli Stati Uniti.

L’esborso previsto ammontava a circa 14 miliardi di dollari, da sommare alle spese (circa mezzo miliardo di euro solo per gli aerei già acquistati) per l’aggiornamento del software su cui Lockheed Martin mantiene l’esclusiva. Inoltre, «l’occupazione alla Faco è di circa un migliaio, di cui molti precari, appena un sesto di quella preventivata. Le spese per la realizzazione dello stabilimento e l’acquisto dei caccia sono di gran lunga superiori all’importo dei contratti stipulati da aziende italiane per la produzione dell’F-35. E non va dimenticato il fatto che, mentre i guadagni vanno quasi interamente nelle casse di aziende private, le spese escono dalle casse pubbliche, facendo lievitare la spesa militare italiana che ha già raggiunto i 70 milioni di euro al giorno».

La situazione, già surriscaldatasi per effetto della revisione del contratto d’ordine, andò complicandosi ulteriormente con l’insediamento del governo formato da Lega e Movimento 5 Stelle. La compagine grillina si era infatti sempre espressa in maniera fortemente critica nei confronti del progetto, ed aveva pertanto messo seriamente in conto la possibilità di congelare gli ordinativi. Senonché, una volta presso atto dell’entità delle penali che si sarebbero dovute pagare in caso di blocco dell’ordine, il governo decise di tirare dritto e di onorare i termini del contratto. Lo scorso giugno, il ministro della Difesa Elisabetta Trenta (del Movimento 5 Stelle) riferì che 13 dei 14 aerei consegnati da Lockheed erano stati interamente finanziati, e che altri 13 sarebbero stati acquistati entro il 2022. Senonché, con la caduta del governo giallo-verde e la nascita dell’esecutivo costituito da Movimento 5 Stelle e Partito Democratico i grillini riproposero di rinegoziare il programma di acquisto degli F-35, incassando una sonora bocciatura da parte del ministro della Difesa Lorenzo Guerini.

Ora, dopo il suo colloquio con il segretario di Stato, il premier Conte ha non solo assicurato che l’Italia terrà fede ai patti in relazione agli F-35, ma si è spinto a raccogliere l’esortazione di Pompeo e del segretario della Nato Jens Stoltenberg ad incrementare gli investimenti nella difesa collettiva, assumendo l’impegno ad aumentare le spese militari di circa 7 miliardi di euro a partire dal 2020. Nel 2019, gli stanziamenti bellici erano rimasti fermi ai livelli dell’anno precedente, cioè a 25 miliardi di euro. Di cui 21 rientrano nel bilancio per la Difesa e 3 in quello per lo Sviluppo Economico, a cui va aggiunto un miliardo per il finanziamento delle missioni all’estero. Aggiungere a questa cifra 7 miliardi in più, pari a quasi mezzo punto di Pil, significa aumentare le spese militari di circa il 30% in un solo colpo. Resta da vedere come le anime pacifiste del Movimento 5 Stelle digeriranno la cosa.

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