venerdì, Febbraio 28

Export armi: Medio Oriente e Africa arsenali emergenti Riad al quarto posto per spesa militare

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export armi

Millesettecentocinquanta miliardi di dollari. Questa è la cifra spesa attorno al globo durante l’appena concluso 2013, per la compravendita di armi. Una torta spropositata che ha segnato, rispetto ai valori delle annate precedenti, una variazione. Non in termini assoluti, ma in termini relativi.

Infatti, se nel Vecchio Continente l’austerity imposta dagli strascichi della crisi economica del 2008 ha determinato un ritocco al ribasso degli scambi interni e gli Usa, primo mercato in assoluto, hanno rivisto la spesa militare in un’ottica di massimizzazione delle risorse ( – 7.8% ), altri Paesi hanno riempito i vuoti e gli arsenali. Al quarto posto della classifica mondiale, dopo Usa, Cina e Russia, si affaccia una new entryL’Arabia Saudita, secondo la rendicontazione annuale di bilancio, ha destinato nell’anno 2013 sessantasette miliardi di dollari alla spesa militare : il quattordici percento in più rispetto all’anno precedente, scavalcando così i colossi produttori Inghilterra e Giappone.

Il Regno, nonostante sia ben distante dagli ottantotto miliardi spesi da Vladimir Putin, dai centottantotto destinati dalla Repubblica Popolare o dall’impensabile assegno di seicentoquaranta miliardi staccato dall’amministrazione Obama, si attesta stabilmente saldamente al vertice regionale per shopping bellico. Non ci si poteva aspettare diversamente dato il via vai di presidenti e ministri della difesa che si sono succeduti alla Gran Corte di Riad negli ultimi mesi: solo qualche giorno fa, Philip Hammond, il Ministro della difesa di Sua Maestà d’Inghilterra, ha lasciato la capitale saudita dopo un vertice con il suo omologo Salmane Ben Abdel Aziz riguardo la restante fornitura di una squadriglia di settantadue aerei caccia Eurofighter Typhoon di matrice anglo-italiana destinati all’esercito ad ovest del Golfo Persico. Prima di lui il primo cittadino francese Francois Hollande aveva fatto tappa in Arabia, di rientro dal Centroafrica, per discutere il riequipaggiamento dell’esercito regolare libanese. Altri tre miliardi di dollari generosamente sponsorizzati dalle casse di Re Abdullah in segno di fiducia al neonato esecutivo beirutino targato Tammam Salam.

Il trend saudita, nonostante tutto, va di pari passo con quello regionale. In Medio Oriente si segna infatti un aumento generale delle spese di armamento del quattro percento, abbondantemente per difetto poiché la Siria, all’interno della quale si stima una spesa bellica di cento miliardi di dollari per alimentare il conflitto, non ha rilasciato dati a riguardo. Il vuoto causato dalla produzione e dal mancato acquisto dei pacifici stati europei è colmato abbondantemente quindi, oltre che dal Medio Oriente, dalla grande varietà di stati emergenti che, ricchi di risorse e, sempre più spesso, di governi autarchici, restano affascinati dall’idea di un investimento sicuro e duraturo, che possa garantire un deterrente per chiunque abbia intenzione di sopraffare le poltrone di recente insediamento.

Il mercato africano, saldamente guidato dall’Algeria che ha speso dieci miliardi lo scorso anno, rappresenta un board florido che mette sul tavolo di vendita oltre quarantaquattro miliardi per garantire la propria sicurezza. L’Angola, invece, rappresenta il massimo acquirente in termini di aumento relativo facendo segnare un più trenta percento rispetto all’anno precedente.

L’Italia, che da sempre si attesta ai vertici della produzione e della ricerca in quanto a produzione di armamenti a tutto campo, oltre il colosso Finmeccanica, vede un grosso aumento di export anche fra i produttori minori. Il rapporto Opal riguardo al 2013, identifica chiaramente i maggiori partner delle industrie minori della provincia bresciana: oltre trecento milioni di euro è il valore della dotazione esportata e, partendo dal nord, il Medio Oriente si conferma il maggior acquirente delle case brianzole.

Turchia, Libano ed il clamoroso +286% fatto registrare dal Kuwait proseguendo, fino al maggiore stato nord africano, in pieno caos pre-elettorale, nel quale gli scontri sono, oramai, all’ordine del giorno: Il Cairo con i suoi quasi quattro milioni di euro di dotazione, fa segnare un +119% e, nonostante su richiesta Opal, durante lo scorso agosto, il ministro Emma Bonino avesse firmato un protocollo di sospensione delle vendite, le armi bresciane, lungo il Nilo si spostano nuovamente in maniera agevole.

Il Corno d’Africa non è esente ed il Kenya, con un aumento di 298 punti rispetto alle statistiche precedenti, sembra placare la sua sete di sicurezza dai conflitti circostanti e dal terrorismo interno di stampo qaedista con un altro tipo di made in Italy,  ben distante dallo sfarzo dei villaggi turistici nei quali i nostri concittadini si rifugiano alla ricerca di pace e mari cristallini.

Nei momenti di crisi, quindi, quello delle armi resta un mercato versatile, mutevole ed in forte espansione e pare che, anche per gli stati maggiormente in difficoltà, non sia poi impossibile trovare i fondi necessari. In Afghanistan, ad esempio, le spese militari sono mediamente quattordici volte superiori a quelle umanitarie. In Siria invece, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) da mesi preme sui partner occidentali per mettere insieme i sei miliardi e mezzo di dollari necessari per il sostentamento dei rifugiati nei campi, ma il raggiungimento dell’obiettivo è ancora lontano.

 

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