sabato, Ottobre 24

Evoluzioni nei rapporti israelo-egiziani Cosa è cambiato nell'ultimo anno e mezzo nelle relazioni israelo-egiziane? Prospettive per uno sviluppo

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Sin dai giorni del trattato del 1979, il rapporto tra Egitto e Israele è stato un importante perno attorno cui si sono strutturati i precari equilibri nelle relazioni tra Tel Aviv e il mondo arabo intero. Per decenni – nonostante le periodiche intemerate antisioniste –  Hosni Mubarak è stato il garante dell’apertura interna egiziana a Israele e a Occidente, capace di contenere le pressioni che arrivavano dal cuore del suo paese e mostrarsi come un sostegno affidabile. La fine della sua dittatura a seguito della “Primavera egiziana” e l’avvento di un Governo comandato da esponenti della Fratellanza Musulmana è sembrato a molti portare un elemento di rischio, una possibile spaccatura in tali equilibri precari.

Nel suo travagliato anno di Governo, Mohamed Morsi ha cercato di fronteggiare una difficile crisi interna: attaccato da più parti per l’incapacità di rimettere in piedi il paese e per alcune scelte autoritarie, Morsi non è riuscito a essere l’interlocutore affidabile che l’Europa, gli Stati Uniti e Israele ricercavano. Nutrendo abbondante diffidenza, Israele si è posta in una posizione di attesa, assistendo con timore al rafforzamento dei legami tra la Fratellanza Musulmana e Hamas, suo affiliato palestinese. Nonostante Morsi e altri membri del suo Governo non abbiano risparmiato diverse concessioni al populismo anti-israeliano, Morsi ha dimostrato di essere in grado di portare avanti i rapporti con Tel Aviv quando spinto a farlo.

Da Presidente, è stato in grado di trascendere i confini ideologici della retorica della Fratellanza musulmana e abbracciare occasionalmente un approccio pragmatico, come illustrato dal ruolo strumentale giocato nel mediare il “cessate il fuoco” tra Hamas e Israele nel novembre 2012. A fronte di tale realtà, nonostante l’apprensione iniziale, il Governo di Israele ha imparato a fare affari con il suo esecutivo, cercando di ottenere i massimi vantaggi dalla situazione e cercare di guadagnare il più possibile in termini di stabilità. Sotto Morsi, la politica estera egiziana ha registrato più elementi di continuità che di cambiamento nei confronti della questione israelo-palestinese rispetto all’epoca di Mubarak. La generale linearità può essere spiegata grazie all’influenza dell’intelligence e dei militari nel definire la politica estera del Governo Morsi nel suo anno di potere.

Le posizioni di cautela di Israele verso la Fratellanza sono state probabilmente guidate dalla necessità di non aprire un nuovo fronte di instabilità con il Paese egiziano, considerati i problemi di Tel Aviv lungo i propri confini con Gaza, con il Libano e con la Siria. Israele inoltre capisce che una ridistribuzione coordinata del personale di sicurezza egiziano nella regione è vitale per la stabilità lungo i suoi confini meridionali, giungendo perciò a guardare oltre il Trattato di pace del 1979 per far sì che sia così. Il Dispiegamento (pur se non sempre controllato) di un limitato numero di militari egiziani nel Sinai ha costituito una valida rassicurazione per i generali israeliani, in particolare per la limitazione alla proliferazione di gruppi legati ad al-Qaeda nel confine meridionale.

La caduta del Governo Morsi, rimosso in seguito all’azione dei militari nello scorso luglio, ha causato un completo cambiamento degli assetti dell’area, portando da un lato un’immediata chiusura nei confronti di Hamas e dall’altro una crescita dell’instabilità nella penisola del Sinai, anche lungo i confini con Israele. Dalla scorsa estate, oltre 400 membri delle Forze dell’ordine egiziane sono rimasti uccisi in attacchi lanciati dal gruppo jihadista Ansar Bayt al-Maqdis.

«Uno dei risultati del colpo di stato militare in Egitto è la nascita di legami più stretti tra Cairo e Gerusalemme» scriveva nel settembre scorso l’opinionista del quotidiano israeliano Haaretz Amos Harel. «Nonostante i due Paesi vogliano mantenere sotto traccia il loro rafforzamento delle relazioni, è difficile ignorare il fatto che i due godranno di maggior cooperazione tattica sul terreno e anche della convergenza di interessi strategici. […] Nel nuovo Medio Oriente, tutto sembra temporaneo, ed è difficile sapere se questo è l’inizio di una meravigliosa amicizia. Ma può certamente essere detto che nuove alleanze e poteri sono sorti in seguito alle Primavere Arabe».

Sin dai giorni dell’arresto di Mohamed Morsi e della crescente repressione nei confronti della Fratellanza Musulmana e dei suoi seguaci, le autorità del Cairo hanno iniziato a effettuare una forte attività di repressione nei confronti di Hamas, accusato di effettuare interferenze negli affari interni egiziani e di essere complice dei gruppi terroristi attivi nella Penisola del Sinai contro le autorità dell’Egitto. Secondo l’Esercito egiziano, Hamas avrebbe fornito le proprie competenze alle organizzazioni jihadiste del Sinai in fase di addestramento, con lo scopo finale di sostenere il loro sforzo per riportare al potere in Egitto Morsi e la Fratellanza. Nonostante Hamas abbia sempre chiaramente smentito le accuse, le autorità militari stanno continuando la loro politica di chiusura nei confronti del movimento che detiene il potere nella Striscia di Gaza. A inizio marzo, una corte egiziana ha emesso un verdetto che impone la chiusura delle agenzie di Hamas in Egitto, accusando il movimento di avere legami con la Fratellanza.

«Il destino dell’assediato gruppo militante palestinese sotto attacco Hamas è divenuto ancor peggiore nello scorso giovedì, quando una corte egiziana ha bandito l’organizzazione islamista e ordinato una confisca dei suoi asset all’interno dell’Egitto» scrive la rivista ‘Time’. «Se messe in atto, le implicazioni della decisione accelereranno la discesa di Hamas, già attualmente in caduta libera. […] Hamas, che si è mosso cautamente attorno ai nuovi governanti egiziani, ha rapidamente condannato la scelta della Corte, sperando forse di evitare la sua implementazione. ‘La decisione lede l’immagine dell’Egitto e il suo ruolo nella causa palestinese. Riflette una presa di posizione contro la resistenza palestinese’ ha detto alla Reuters il portavoce Sami Abu Zuhri».

La chiusura progressiva delle migliaia di tunnel che collegano la Striscia di Gaza al territorio egiziano e il blocco del confine di Rafah mostra come l’Egitto sia determinato a portare avanti la propria chiusura nei confronti del movimento islamista. Resta ora da attendere per capire quali saranno le evoluzioni nei rapporti tra Israele ed Egitto, soprattutto in seguito al quasi certo arrivo al potere del Generale al-Sisi, dopo le elezioni del maggio prossimo.

 

 

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