sabato, Luglio 4

Post – coronavirus: evitare la prossima malattia X, una nuova sfida in agenda per l’intelligence ‘IL FATTORE X. L’origine della Covid-19 tra pandemia informativa e ruolo dell’Intelligence’: lo studio della Società Italiana di Intelligence in collaborazione con il Max Planck Institute. 6° Parte - Tutto quello che sarà necessario fare per prevenire la malattia X

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IL FATTORE X. L’origine della Covid-19 tra pandemia informativa e ruolo dell’Intelligence’ è il titolo della ricerca di Luca Zinzula, virologo del Max Planck Institute of Biochemistry, esperto di virus altamente patogeni, che è stato pubblicato dalla Società Italiana di Intelligence (SOCINTcon il coordinamento e la prefazione di Mario Caligiuri, Presidente SOCINT e Direttore del Laboratorio sull’Intelligence dell’Università della Calabria, che ha collaborato allo studio. Unostrumento funzionale a capire il coronavirus Covid-19 e prevenire i prossimi eventi pandemici che ci dobbiamo attendere. Mario Caligiuri ha spiegato nei dettagli le motivazioni e l’obiettivo del lavoro.
Martedì abbiamo pubblicato l’introduzione dello studio di Zinzula. Mercoledì l’analisi di come l’infodemia si è sviluppata lungo tre direttrici: speculazione sull’origine dell’epidemia e del virus; nella discussione sull’efficacia dei trattamenti terapeutici; nella percezione della pericolosità della malattia. Giovedì l’’Autore si è concentrato sull’analisi del risultato dell’informazione e della disinformazione quale suo sottoprodotto. Venerdì abbiamo fatto un percorso tutto tecnico-scientifico per capire il virus. Due giorni fa, l’Autore ci ha guidato per capire quali sono gli scenari possibili e quelli che non reggono nel ragionamento obiettivo. Oggi, l’attenzione sarà rivolta a come evitare la prossima epidemia, che sarà la prossima sfida dell’intelligence.

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La comunità dell’intelligence è sempre stata particolarmente attenta alle minacce asimmetriche rappresentate dallo sviluppo di microrganismi, virus e altri agenti biologici ai fini di un loro intenzionale rilascio nell’ambito di fenomeni di conflittualità non convenzionale. Tradizionalmente, nella dottrina dell’intelligence tali minacce sono associate a scenari di guerra biologica, in cui l’agente infettivo verrebbe utilizzato da un attore statale quale arma di distruzione di massa attraverso la forza militare, sia nei confronti del contendente sia della popolazione civile, oppure a scenari di bioterrorismo, in cui la disseminazione dell’agente biologico sarebbe perpetrata da un attore non statale come strumento lesivo, destabilizzante e funzionale alla rivendicazione delle proprie istanze eversive.

Le specie di batteri, virus e tossine che per le loro caratteristiche biologiche si prestano, almeno sul piano teorico, all’utilizzo quali armi biologiche, sono note agli addetti ai lavori, e per questo la ricerca scientifica che su di esse viene svolta è oggetto di un intenso monitoraggio nell’ambito delle attività di prevenzione e contrasto alla proliferazione di armi non convenzionali. Inoltre, secondo una visione più moderna della dottrina dual use, a queste specie si aggiungono anche quegli agenti biologici di origine sintetica sviluppabili nell’ambito delle moderne tecniche di bioingegneria. Per contro, ad esclusione di pochi esempi riscontrabili nel mondo anglosassone e in particolar modo in seno alla comunità d’intelligence statunitense, è stata finora molto meno intensa (o perlomeno così sembrerebbe dalle priorità segnalate nell’ambito dell’attività di comunicazione istituzionale), la percezione come rischio per la sicurezza nazionale dell’emergenza naturale di un agente patogeno nella popolazione umana e in particolare quella di un virus che fosse capace di diffondersi in forma pandemica. A tal proposito, è interessante osservare come nelle relazioni annuali sulla politica dell’informazione per la sicurezza presentate al Parlamento dalla Presidenza del Consiglio dei ministri e dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS) nell’arco temporale 2013-2019, venga dato uno spazio meno che marginale alle emergenze sanitarie nella sezione riservata agli scenari geopolitici, e nessuna menzione venga fatta in quella riservata alle minacce prioritarie.

Il fatto, sia ben inteso, è più che condivisibile, poiché la contemplazione che un evento anche solo lontanamente simile per proporzioni e gravità alla pandemia da Covid-19 potesse accadere, e l’attribuzione di un carattere di priorità a questo tipo minaccia, non sarebbero forse risultati né realistici, né credibili. D’altro canto, il fatto è anche singolare, essendosi nel medesimo arco temporale verificato il susseguirsi di emergenze sanitarie di portata internazionale, quali l’epidemia da virus Ebola in Africa Occidentale (che ha interessato anche il nostro paese con alcuni casi d’importazione), quella da virus Zika in Sudamerica, l’epidemia di MERS in Corea del Sud e infine due epidemie di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, la seconda delle quali peraltro tuttora in corso. Il fatto è anche significativo, a riprova della marginalità che la salute globale ha avuto finora nella visione dottrinale dell’intelligence, se non altro rispetto a settori percepiti come maggiormente critici, come la sicurezza economico-finanziaria e quella cibernetica. Tuttavia, la pandemia da Covid-19 causata da SARS CoV-2 potrebbe rappresentare il punto di svolta che determinerà un cambio di paradigma nell’orientamento delle politiche d’intelligence nei confronti delle emergenze sanitarie da malattie infettive, così come l’attentato alle Torri Gemelle fece in tema di terrorismo. L’emergenza Covid-19 sta consegnando al mondo una fotografia della geopolitica in cui alleanze ed equilibri si stanno rivelando assai meno saldi e stabili di quanto non immaginato, e sta mettendo in seria discussione l’efficacia e la capacità di gestione e coordinamento da parte di organismi internazionali come l’OMS. Infatti, almeno in linea di principio, dovrebbe essere ampiamente riconosciuto che una crisi sanitaria causata da un virus emergente rappresenti un problema collettivo e d’importanza globale, e dovrebbe essere similmente percepito che, al rischio per la sicurezza nazionale del paese in cui si verifica il primo focolaio epidemico, fa seguito inevitabilmente il rischio analogo per quelli in cui si diffondono i successivi casi d’importazione.

Quel che, invece, è risultato inatteso, è che nonostante la pandemia sia un problema globale che richiederebbe un approccio d’intervento globale, fatto di azioni multilaterali e coordinate, quando si è trattato di preservare il proprio interesse nazionale, i propri settori strategici e salvare le vite dei propri cittadini, ogni ipotesi d’azione coordinata ha ceduto il passo a strategie d’intervento portate avanti da ogni singolo paese in proprio conto. Misure come la chiusura preventiva dei voli dai paesi colpiti per primi e quella dei propri confini nazionali, azioni come la corsa all’approvvigionamento di presidi medici, sistemi di protezione e strumentazioni critiche (si pensi, ad esempio, alla corsa per le forniture di mascherine e ventilatori) o come il tentativo di acquisizione di brevetti per terapeutici e vaccini sperimentali sviluppati da altri paesi, sono solo alcuni esempi dell’unilateralismo spinto a cui si è assistito nella prima fase della pandemia. Inoltre, la differenza temporale in cui i diversi paesi sono stati colpiti dalla pandemia e le differenze, a volte marcate, nella gestione dell’emergenza e delle misure di contenimento adottate da ciascuno di essi, non hanno fatto altro che acuire il già ampio divario economico tra le diverse nazioni, esponendo quelle più fragili nella loro produttività al rischio di predazione degli asset strategici da parte di paesi concorrenti. Sul fronte interno del nostro paese, inoltre, la crisi economica derivante dall’interruzione delle attività produttive nello sforzo di contenere i contagi, ha esposto le aziende a corto di liquidità al rischio d’infiltrazione da parte del crimine organizzato, mentre l’instabilità politica derivante dalla potenziale disgregazione del tessuto economico-sociale e dalla tensione per le scelte governative, rischia di esporre all’insorgenza di fenomeni di eversione e di minaccia per la tenuta democratica del Paese. Da questi tratti emerge in modo evidente, dunque, che nel corso di una crisi sanitaria di questa portata le agenzie di informazioni e sicurezza siano chiamate a svolgere compiti straordinari. È modesta opinione di chi scrive che esse possano e debbano svolgere un ruolo decisivo anche sul fronte della prevenzione rispetto all’insorgenza di nuove epidemie e pandemie.

La maggior parte dei virus altamente patogeni in grado di attaccare la nostra civiltà fin nelle sue fondamenta sono zoonotici e circolano in natura in una qualche specie animale. Sono endemici in aree del pianeta soggette a forte instabilità, caratterizzate da condizioni di povertà e degrado, spesso poste sotto il controllo di governi non democratici, corrotti e dotati di sistemi sanitari precari e inefficienti. Ricchi di bellezze naturali e materie prime per noi preziose, questi territori sono sia meta gettonata del turismo, sia luoghi in cui le nostre multinazionali investono ed estraggono materiali d’importanza strategica, dove pertanto un domani le nostre forze di difesa potrebbero persino essere chiamate ad operare in missioni internazionali di peace keeping per sedare conflitti e crisi politiche. Da queste aree, flussi migratori di massa si muovono costantemente verso quella parte di mondo più sviluppata e avanzata, la nostra. Quando, inevitabilmente per effetto dell’incessante degradazione degli ecosistemi che le attività antropiche producono, o a causa dell’espandersi di zone densamente popolate dalle aree metropolitane verso quelle rurali, un nuovo virus dovesse effettuare il salto di specie e riversarsi nella popolazione umana, non si dovrà per forza né aspettare, né pretendere trasparenza da parte delle autorità sanitarie di quel dato governo locale, e nemmeno necessariamente aspettare o pretendere tempestività ed efficacia nelle misure di contenimento attuate da quel dato paese. Per contro, quando inevitabilmente per effetto del turismo o dei flussi migratori si dovesse verificare un caso infetto d’importazione e questo dovesse inaugurare una catena di trasmissione interumana nel nostro paese, ci si dovrà far trovare preparati in termini di gestione del cluster epidemico e contenimento della sua estensione. Per raggiungere un simile modus operandi, l’unica via consiste nel conservare un atteggiamento proattivo nel periodo di tempo indefinito che intercorre tra un’epidemia e l’altra, mantenendo uno sguardo sul mondo con occhi attenti e vigili in grado di leggere preventivamente e interpretare il delinearsi di questi fenomeni.

Inoltre, una volta isolati in natura dal loro ospite animale o dall’uomo durante un’epidemia, i virus altamente patogeni vengono mantenuti in laboratori di massimo contenimento biologico e devono essere studiati al fine di comprenderne i meccanismi molecolari di patogenesi e virulenza da sfruttare come bersagli per lo sviluppo di contromisure terapeutiche. Questi studi implicano spesso la modifica dei patogeni attraverso l’introduzione di mutazioni, che possono risultare difettive o anche pericolosamente migliorative rispetto alle proprietà biologiche del virus. Ne consegue che sia i virus, sia i risultati degli esperimenti effettuati su di essi (anche nella forma delle pubblicazioni scientifiche che questi producono), sia i luoghi dove vengono studiati e mantenuti, costituiscono materiali, dati e infrastrutture altamente sensibili per la sicurezza nazionale. Pur garantendo il rispetto assoluto dei valori di libertà d’indagine, condivisione e accessibilità delle informazioni che caratterizzano il sapere scientifico, è opportuno pertanto che losguardo vigile e attento sia rivolto anche al mondo della ricerca scientifica. Non soltanto per prevenire l’accidentale re-immissione di un patogeno in ambiente naturale, ma anche per scongiurare l’acquisizione indebita di dati e materiali, sia rispetto al problema del furto di proprietà intellettuale dei risultati scientifici, sia rispetto alla pericolosa proliferazione di tecnologie dual use.

Infine, la pandemia da Covid-19 rappresenta una dimostrazione pratica, la prima nella storia contemporanea, di come la diffusione naturale di un virus su scala planetaria sia potenzialmente in grado di destabilizzare la politica, la società e l’economia di più paesi contemporaneamente, in tempi brevi e con un livello di efficacia più ottimizzato rispetto all’esercizio di qualunque forma di conflittualità convenzionale e non convenzionale. Non si può non contemplare l’ipotesi che una tale dimostrazione di efficacia possa suscitare l’interesse degli attori più malevoli verso le potenzialità di SARS CoV-2 o altri virus nel servire da strumento per i propri disegni di egemonia o sovversione. E ciò non soltanto nella classica visione di un deliberato utilizzo dell’agente patogeno per infondere il caos, ma anche nella capacità di profittare del caos generato da un fenomeno pandemico naturale, anche attraverso – come questa trattazione ha provato a fare intravedere – l’attuazione di massive campagne di guerra psicologica e disinformazione sui vari aspetti dell’emergenza. Con tutta probabilità, SARS CoV-2 non è l’ultima malattia X e nemmeno la più preoccupante fra quelle che dovremo contemplare.

La malattia X a cui dobbiamo rivolgere la nostra capacità di monitoraggio e prevenzione è quella che potrebbe emergere un giorno ad opera di un virus più contagioso e virulento di questo. Per prevenire la sua venuta e per contrastarlo allorquando emergesse, occorre acquisire informazioni e processarle in tempo reale, occorre combattere la disinformazione e sviluppare un patrimonio di conoscenza sempre avanzato e aggiornato. Tradizionalmente, questo genere di sfide ha interessato finora le autorità sanitarie e la comunità scientifica. Nel mondo interconnesso e globalizzato in cui viviamo, è una sfida che può essere vinta solo con l’ausilio dell’intelligence, e che pertanto ci si augura d’ora in poi le agenzie per le informazioni e la sicurezza includano fra le priorità in cima alla loro agenda.

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