martedì, Luglio 16

#Europee2019: tutti al voto, per l’Europa che ci piace e ci serve Rafforzare l’Europa come istituzione collettiva dei popoli europei, ovvero: rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo, e centralizzazione maggiore di talune delle funzioni di governo dei singoli Stati nella UE

0

Per chi, e temo moltissimi forse la maggior parte, e non solo in Italia non se ne fosse accorto, Domenica si vota per le elezioni del Parlamento europeo.
Pochi se ne rendono conto a seguito di una campagna elettorale sbracata, volgare e aggressiva, ma su temi tutti interni … tranne uno: l’odio o la diffidenza per l’Europa (di ‘narrativa dell’odio’ ha parlato ieri il portavoce capo della Commissione Europea Margaritis Schinas), l’ostilità a non meglio identificati ‘lacci e lacciuoli’ (ormai un modo di dire, ma mi piacerebbe spesso chiedere a chi lo dice di indicarmene tre, oltre la deprecata misura delle vongole), l’idea di una Europa che ci vuole obbligare a qualcosa oltre a … non indebitarci, oltre i limiti non del ‘consentito’, badate, ma del ‘possibile’, che è ben altra cosa.

Eppure, specialmente tra i giovani, l’Europa piace (vedasi l’ultima ricerca Eurispes), è gradita, è vista, come è, come una opportunità.

Certo, l’uomo della strada se anche ha seguito le urla dei nostri politicanti in questo mese ufficiale di campagna elettorale (in realtà un anno almeno, specie per i due dioscuri) di Europa non ha mai sentito parlare. Perché, purtroppo o per fortuna, i temi di discussione sono stati solo i soliti temi di litigio interno, che poi si riducono ad una semplice frase: ‘conto più io o più tu’. E quindi misure sempre più stringenti contro i ‘migranti’, trasferimento della difesa e protezione dei cittadini in capo ai cittadini stessi, regali di pensionamenti quasi giovanili, redditi di cittadinanza e minutaglia varia aggiunta.
Dell’Europa nulla. Andremo a votare, in realtà, per i nostri attuali governanti o contro di essi. È la cosa peggiore che potesse accadere, ma noi ci siamo riusciti, ma forse siamo riusciti a fare una cosa non voluta da chi ha creato questa situazione: indurre molti ad andare a votare comunque, al solo scopo di fare vedere che l’avversario ha perso. È un assurdo, ma almeno si voterà.

Perché votare per il Parlamento europeo è importante, nella misura in cui esiste oggi una possibilità in più rispetto al passato che il timore del populismo e del cosiddetto sovranismo inducano qualcuno in Europa a ragionare su cosa si deve fare per ricostruire con la popolazione europea quel rapporto di fiducia che c’è stato fino a qualche anno fa.

E a puntare su una carta, la carta importante, il rafforzamento dell’Europa come istituzione collettiva dei popoli europei, che tradotto in termini operativi significa: il rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo, e la centralizzazione maggiore di talune delle funzioni di governo dei singoli Stati nella Unione Europea.

Premesso che non è assolutamente vero che vi sia nelle istituzioni europee un deficit democratico, l’elezione del Parlamento europeo e un rafforzamento dei suoi poteri può fare dimenticare questa obiezione. Mi spiego. Il deficit democratico esiste solo nel senso che una parte consistente delle decisioni di tipo legislativo europee non sono prese con il voto, o anche con il voto, del Parlamento, ma sono assunte dal Consiglio e dalla Commissione.
Ora, questo è certamente vero, ma la Commissione, benché scelta dai Governi, è votata (ha la fiducia per dir così) dal Parlamento, che come è libero di dargliela è libero di non farlo, sempre che i parlamentari europei siano capaci di pensare a di agire a prescindere dai rispettivi Governi. Inoltre, si ‘dimentica’ spesso di dire -i nostri politici probabilmente sono sinceri, perché non lo sanno- che il Consiglio non può decidere nulla che non gli sia proposto dalla Commissione: se il Consiglio vuole fare qualcosa che la Commissione non ritiene opportuno, basta non fare la proposta. Ma, poi, i Governi che scelgono i Commissari e che fanno parte del Consiglio, in Europa, sono o dovrebbero essere dei governi democratici, cioè espressione di una maggioranza dei cittadini.

Non voglio minimamente dire che questo sia il sistema perfetto di democrazia, tutt’altro, ma solo che parlare di non democrazia, o, peggio, trattare ogni azione europea come se fosse una cosa che ci piove addosso da una entità esterna a noi e cattiva è insensato. Non è così: sono, alla fine, i nostri governi che decidono certe cose, e se noi abbiamo scelto male i nostri governi, la colpa non è dell’Europa.
L’idea corrente del deficit democratico, appunto, è solo provincialismo e particolarismo: perché una decisione presa dal nostro Parlamento e per valere solo in Italia è più democratica o ‘più vicina a noi’ di una presa da un Parlamento più ampio o dal risultato di una somma di parlamenti?

Il punto reale è un altro, e non a caso non lo dice quasi mai nessuno. Ed è questo, perdonatemi se forse sono un po’ sintetico. Fin tanto che saranno i Governi a prendere le decisioni più importanti, inevitabilmente quelle decisioni sono il frutto di compromessi tra Governi, sono il frutto delle decisioni di Governi che vogliono continuare ad essere tali, anche a prescindere dalla reale volontà dei propri stessi popoli, e comunque dalla volontà e dagli interessi collettivi dell’intero popolo europeo, 500 milioni di persone, piuttosto che 60. Mi spiegate perché una decisione presa da 500 milioni di persone è meno democratica di una presa da 60? Non c’è una motivazione attendibile.

Per cui due conseguenze. Occorre aumentare l’accentramento delle funzioni statali nella Unione, ottenendo il risultato, così, di creare una visione molto più ampia dei problemi, la possibilità di evitare i piccoli interessi locali dei Governi, interessati a restare con quanto più possibile potere in mano, e una capacità di decisione molto più efficace e efficiente. Certo, come in ogni sistema politico gli interessi diversi si combattono, ma poi devono trovare un compromesso: nel piccolo di un Comune così come nel grande dell’Europa.
In questo senso è ben nota la proposta della creazione di un Ministero europeo dell’Economia, di una centralizzazione dei problemi ambientali, per loro natura di dimensione ampia, eccetera. Provvedimento che, se fossero presi, sarebbero provvidenziali, ma che richiedono di superare i provincialismi e gli interessi particolari dei singoli governanti europei; e qui un Parlamento fatto da persone serie potrebbe avere un ruolo decisivo.

Ma, si obietta, e gli interessi più locali, più particolari?
Anche qui i trattati non sono così assenti come si dice. Nei trattati, infatti, esiste, ed è largamente praticato e praticabile, il meccanismo della sussidiarietà. Un sistema per il quale, quanto più sia possibile devolvere le decisioni alle comunità locali, tanto più ciò è consentito.
Per dirla con un esempio, tornando alle vongole. Se si ritiene che non vi siano interessi contrastanti a lasciare che sia Salvini a decidere la lunghezza delle vongole da vendere, diamo pure il metro a Salvini e lasciamolo fare … fin tanto che non si constati, eventualmente, che a furia di vendere vongole troppo piccole (cioè giovani) si rischia di lasciare l’intera Europa senza vongole. Solo allora interviene la Unione a fissare criteri che permettano all’intera Europa di disporre ancora di vongole e quindi anche a Salvini.
Forse l’esempio è un po’ irriverente (verso le vongole) ma magari è comprensibile.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.