lunedì, Dicembre 16

Europa nel mondo: potenza no, forza in consolidamento sì A metà di un anno particolarmente complicato, il punto sull’attività esterna della UE -dalla Libia al Nagorno-Karabakh- e sul suo peso specifico con Giuseppe Famà, responsabile dell’area UE di Crisis Group

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Europa nel mondo: realtà o apparenza? Da oggi 23 luglio e fino al 26 agosto il Parlamento europeo è in vacanza; l’Esecutivo, ovvero la Commissione, resta al lavoro in un’estate che prosegue molto ‘calda’ politicamente, con migrazioni e relazioni esterne particolarmente travagliate, a partire da Brexit fino alla pesante relazione con gli USA, sempre più all’attacco dell’Unione. L’Europa  nella sua dimensione esterna è sempre più protagonista nella vita quotidiana degli europei per quanto resti percepita come  debole entità sullo scenario globale. L’UEsta riuscendo a consolidare progressivamente il proprio ruolo nella politica estera e la sicurezza internazionale, nonostante il momento di crisi di legittimità amplificato dall’ondata euroscettica degli ultimi anni”, afferma Giuseppe Famà, responsabile dell’area Unione Europea di Crisis Group, uno dei più autorevoli  think tanks indipendenti che fornisce analisi e indicazioni operative alle istituzioni e alle organizzazioni di tutto il mondo nell’ottica della prevenzione dei conflitti e nella costruzione di politiche capaci di costruire la pace.
Con Famà, arrivato a  Crisis Group dopo una lunga esperienza nelle istituzioni italiane e in quelle europee, e dopo aver lavorato nelle aree più critiche dell’Africa, dal Mali alla Libia passando dalla Tunisia, a metà di un anno particolarmente complicato per l’Europa, mentre il Parlamento inizia le sue vacanze, facciamo il punto proprio sull’attività esterna della UE e sul suo peso specifico.

 

In primo luogo Le vorrei chiedere: l’Europa, priva di una politica estera comune, quanta effettiva capacità politica e di strumenti operativi ha per intervenire concretamente nella prevenzione e nella risoluzione delle crisi in giro per il mondo? La percezione comune è quella di una UE peso piuma, se non proprio inefficace, per quanto la maggioranza degli italiani sia favorevole ad una politica estera comune.

Non ritengo sia esatto sostenere che l’Unione europea sia debole e inefficace. Certo esistono delle limitazioni alla sua capacità di essere determinante. La politica estera dell’UE continua a essere dominata dal metodo intergovernativo, dove gli Stati membri ne mantengono l’indirizzo e il controllo. Contrariamente a settori quali l’agricoltura o il commercio internazionale, l’Unione europea non ha quindi lo stesso potere formale e materiale. Al tempo stesso, si può aggiungere che il ruolo e le strutture della UE in questo ambito sono molto giovani. Il servizio diplomatico europeo (Servizio Europeo di Azione Esterna – SEAE) esiste solo dal 2011, e le innovazioni del Trattato di Lisbona del 2011 non sono ancora state completamente esplorate. Il dibattito sull’adozione della maggioranza qualificata anche nella politica estera e di sicurezza comune potrebbe avere nuovo impulso proprio nei prossimi mesi, e sarà interessante osservarne gli sviluppi. A fronte di questo quadro, può risultare sorprendente quanto la UE possa, invece, giocare un ruolo molto incisivo in alcuni contesti, catalizzando o amplificando la portata propria degli Stati membri. In termini generali, la UE è uno dei principali attori politici nel sistema internazionale. Nell’ambito della prevenzione e la risoluzione dei conflitti, gli strumenti a disposizione della UE sono progressivamente più solidi. La sua influenza gli permette di facilitare convergenze laddove è possibile riconciliare delle parti in conflitto, e la sua terzietà in molti casi permetterebbe un maggiore ruolo nei processi di mediazione e monitoraggio degli accordi. Pensate agli sforzi per mantenere vivi gli obblighi dell’accordo sul nucleare iraniano nonostante l’uscita degli Stati Uniti.

L’impressione è quella di una cassetta degli attrezzi dove gli attrezzi sono spuntati

Gli strumenti della UE non sono affatto spuntati, anche se apparentemente non al livello di una potenza tradizionale. Insieme agli Stati membri, è il primo attore mondiale per l’aiuto allo sviluppo e il sostegno umanitario nelle regioni in crisi, e rimane in cima anche nel commercio internazionale. Ma oltre le leve politiche e finanziarie, si è affermato un progressivo consolidamento delle strutture di gestione delle crisi, con meccanismi di stabilizzazione e reazione rapida (come nelle regioni centrali del Mali) o più tradizionalmente con le missioni civili e militari, che nei casi più solidi hanno consentito la maggiore stabilizzazione del Kosovo o la riduzione della pirateria nell’oceano indiano. L’integrazione della difesa, arrivata a rilento per via degli interessi nazionali dei singoli Stati membri, ha anche avuto un’accelerazione lo scorso dicembre con l’adozione della cooperazione strutturata permanente (PESCO) tra 25 Paesi.
In sostanza, l’UE sta riuscendo a consolidare progressivamente il proprio ruolo nella politica estera e la sicurezza internazionale nonostante il momento di crisi di legittimità amplificato dall’ondata euroscettica degli ultimi anni.
E’ importante far si che l’UE rimanga un attore forte e credibile proprio perchè c’è bisogno di una grande  capacità di intervento a fronte della trasformazione delle crisi internazionali, e l’UE può contribuire sostanzialmente continuando a investire anche sul proprio ruolo nella promozione dei diritti umani e dello stato di diritto. Oggi ci troviamo nella fase di revisione del prossimo bilancio pluriennale della UE, e sarà importante rafforzare gli strumenti per la prevenzione dei conflitti. Come ha detto Emma Bonino in una recente intervista con Crisis Group, il lavoro della prevenzione dei conflitti è un lavoro spesso invisibile. Ma è proprio il suo fallimento che ci pone davanti l’aggravarsi delle crisi umanitarie e politiche, rendendone progressivamente più difficile una soluzione. Questa dovrebbe rimanere una priorità tanto per la UE che per i suoi Stati membri.

Parliamo di Libia. Qui i diversi Paesi europei  -Italia e Francia in primis ma non dimentichiamo Inghilterra e Germania-  si sono mossi in ordine sparso e tutti mossi dall’interesse nazionale per le risorse energetiche o/e per tenere lontano i migranti. Credo si possa dire che i libici manco sanno che esiste una UE. Davvero avrebbe potuto ‘fare’ la UE? E se si: cosa e quando? E cosa eventualmente potrà ancora fare oggi, dopo che le singole ‘potenze’ si sono ognuna ritagliate il loro ‘posto al sole’.
Il caso libico ci interessa molto da vicino per le implicazioni nella stabilità del Nord Africa e, non ultimo, per l’impatto che questo continua ad avere nella questione migratoria. Nonostante alcune divergenze tra Stati membri, come ad esempio sull’opportunità insistere sul vertice convocato a Parigi il 29 maggio scorso, dove la Francia ha insistito per far concludere alle parti una dichiarazione d’intenti per arrivare a elezioni entro dicembre. Per voce dell’Alto Rappresentante Mogherini, l’UE ha promosso una linea solida, sostenendo che sia necessario completare il processo costituzionale per definire con chiarezza i contorni delle istituzioni che i libici dovranno poi eleggere. La sequenza del processo politico e istituzionale è importante, ma noi di Crisis Group crediamo fermamente questo processo debba essere accompagnato con sforzi uguali per consolidare la governance economica e il settore della sicurezza. Anzichè insistere solo sulle elezioni è fondamentale che i maggiori attori diplomatici, e con loro l’UE, si impegnino per promuovere una migliore governance economica in Libia. Questo vuol dire, tra le altre cose, la riunificazione delle istituzioni finanziarie divise dal 2014 tra Tripolitania e Cirenaica, e migliorare la gestione delle finanze e la lotta all’accaparramento delle risorse pubbliche. Inoltre, la riconciliazione nazionale non sarà sostenibile senza avviare i lavori di una strategia di sicurezza nazionale unitaria che consenta una gestione integrata delle forze armate e di sicurezza, oggi totalmente frammentate.

Sahel, vale a dire, tra il resto, Mali e Burkina Faso -dépendance della France-Afrique- ma anche poi Niger, Nigeria, Sudan, Sud Sudan, Eritrea. Tutti Paesi molto ‘caldi’. Come si è mossa qui la UE e come potrebbe ancora muoversi?
Il Sahel è stato una priorità per l’Unione europea sin dall’intervento francese a seguito dell colpo di Stato in Mali, nel 2012, quando il Movimento Nazionale per la Liberazione del’Azawad si è imposto nelle regioni settentrionali, aprendo pericolosissimi spazi a gruppi jihadisti. L’UE si è resa complementare al tramonto di quella fase, lanciando due missioni in Mali, inclusa una di addestramento militare alle forze regolari di Bamako, e una terza civile in Niger, impegnata a rinforzare le capacità del Paese nel contrasto a Boko Haram e altri gruppi terroristici. Al contempo, l’UE ha raddoppiato i propri sforzi nella cooperazione allo sviluppo, con finanziamenti che,  nel caso delle attribuzioni in Mali, toccano quasi il miliardo di euro. Ho vissuto personalmente quella fase a Bamako e, sfortunatamente, ci sono stati numerosi passi indietro nonostante gli sforzi eccezionali della comunità internazionale. Lo Stato continua a rimanere largamente assente nelle regioni settentrionali desertiche, e le difficoltà naturali del territorio aggiungono un altro livello di problematiche. Riguardo la sicurezza, è giunto il momento di andare oltre l’approccio imperniato sul contro-terrorismo. Vista l’assenza dello Stato nel nord del Mali, dove è presente la missione regionale francese di controterrorismo Barkhane, il Niger ha usato milizie su base etnica per affrontare i jihadisti, provenienti spesso da altri gruppi etnici. Questa dinamica è risultata utile proprio agli stessi jihadisti, perchè alla lotta contro I gruppi non-statali si è sovrapposta la frattura etnica e sociale, aumentando le distanze e quindi la propensione allo scontro. I governi occidentali e l’UE dovrebbero incoraggiare i governi del Sahel a sviluppare un modello nazionale di gestione della sicurezza che sia subortinato a un approccio politico, inclusivo del dialogo con tutti i gruppi coinvolti, anche i militanti, da accompagnare a una srategia di disarmo e riconciliazione di lungo periodo. Le prossime elezioni presidenziali maliane del 29 luglio dovranno essere seguite da un impegno ad affrontare questi temi di riconciliazione sociale, oltre a rilanciare l’attuazione degli accordi di pace e la stabilizzazione delle regioni centrali. L’UE dovrebbe accompagnare questi processi con tutti i suoi strumenti sul territorio. Nell’ultimo aggiornamento della ‘Watch List’ di Crisis Group, pubblicato proprio in questi giorni, sono presenti delle raccomandazioni molto interessanti in questo senso.

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