domenica, Novembre 29

Europa: meno male che Sassoli c’è Il Parlamento europeo con Sassoli ha puntato i piedi di fronte al fatto che in Europa sempre maggiori sono le pressioni di alcuni Stati per la fine del progetto europeo. Lo scontro potrebbe essere decisivo

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Mentre abbiamo piene le orecchie del contagio a CR7, che, credo, non è un parente stretto di ET ma un calciatore, cioè è un essere del quale siamo lieti che esista, ma meno se ne sente parlare meglio è, specie per sentire che si sposta in aerei ambulanze che manco Jeff Bezos, e mentre ci preoccupiamo del fatto che Chiara Ferragni e Fedez, dei quali ho detto che apprezzavo il comportamento qualche tempo fa, sono stati criticati per non so cosa (sui ‘social’, sempre lì, dove io non guardo e nessuna persona dotata di elementare intelligenza dovrebbe guardare, se non per riderne) e assai si ribellano perché se ne è trascurato il comportamento impeccabile in materia di Covid-19, mentre -ne riparleremo- una certa madama Marogna pare che si sia sbafati 600.000 euro datile dal cardinale Becciu per salvare i sacerdoti sequestrati in Africa, è passato quasi sotto silenzio un fatto che dovrebbe non solo farci saltare sulla sedia, ma farci urlare di gioia e fare il tifo, ma un tifo sfegatato.
Mi riferisco al fatto che all’ultimo verticeeuropeo, dove era in programma l’approvazione definitiva del piano dei fondi di rinascita, il Presidente del Parlamento europeo (PE), David Sassoli -giustamente restio a fare il sindaco a Roma (e vorrei vedere, con la funzione che riveste!)- èstato convocatoal vertice per essere strigliato dalla signora Angela Merkel e compagni perché il Parlamento ha puntato i piedi sul bilancio, dove pretende 30 miliardi (cioè nulla, rispetto ai circa 1.800 o giù di lì stanziati per il resto) per mantenere in vita le politiche culturali e di coesione europea come l’Erasmus, cioè quel progetto fondamentale che permette a migliaia di studenti di girare in Europa, nelle Università e nelle scuole, sia per istruirsi, sia per conoscere stili di vita diversi dai propri, insomma, in una parola, per diventare quei cittadini europei che, direi, certo non sono Matteo Salvini, Beppe Grillo, Giggino e compagni. Per di più, il medesimo Parlamento, insiste perché si condizionino i finanziamenti del progetto al rispetto dei diritti fondamentali.

Direte, una banalità, perché discuterne.
Permettetemi, non è così.
In materia di bilancio, l’ultima parola spetta al Parlamento. Se non vado del tutto errato, è l’unica cosa su cui è il Parlamento ad avere la voce definitiva: se non è d’accordo sulla proposte, il bilancio non passa, e quindi non passa tutto il resto.
Impuntarsi su ciò, dunque, diventa fondamentale, non solo e non tanto per le proposte del PE, ma per il significato politico che l’impuntatura, sempre che venga mantenuta, assume.

Innanzitutto per i contenuti. Il Parlamento, l’unico organo non derivato e non legato agli Stati membri, ma eletto direttamente dal popolo europeo in ragione delle loro posizioni e quindi dei partiti politici che i parlamentari rappresentano, è oggi come oggi, insieme alla Corte di Giustizia, l’unico organo veramente e puramente europeo. L’unico, cioè, che difenda l’idea di una Europa unita, che superi i nazionalismi, ma specialmente le Nazioni. L’unico che, avendo al suo interno personaggi stolidamente anti-europei come Salvini, la signora Le Pen, la signora Meloni, ecc. (e fino a poco tempo fa il sig. Farage, l’artefice della Brexit, del cui gruppo politico Giggino voleva che gli stellini facessero parte!), ha mantenuto (e non credo affatto che sia stato facile) una linea nettamente europeista, o meglio europea. La linea cioè, che è l’unica che in prospettiva può salvarci tutti -ripeto: tutti, compresi quelli che credono di poter fare da soli- dal disastro economico, sempre che il Covid-19 ci risparmi.
In esso, va detto ad onor del vero, Sassoli, italiano, ha assunto un atteggiamento chiaro e netto, che in un politico è una vera rarità, diciamocelo francamente. E lo ha fatto, come si suol dire, ‘a muso duro’, ma proprio duro assai, e, credo, sapendo bene di rischiare di giocarsi la sua posizione, ma difendendo a spada tratta (almeno per ora eh, sempre di un politico si tratta, sia chiaro!) il Parlamento e, questo è il punto, le sue prerogative, affermando secco: «Attualmente, i negoziati si sono arenati. Sbloccarli è nelle vostre mani. Per fare progressi è indispensabile aggiornare il mandato negoziale della Presidenza tedesca. Non si tratta di rimettere in discussione l´accordo di luglio, ma di fare un piccolo passo da parte vostra per andare verso l’approvazione finale del pacchetto».

I negoziati sono quelli tra i rappresentanti del PE e i rappresentanti degli Stati, che devono negoziare un accordo sul bilancio, perché, in mancanza, il bilancio non c’è.
E qui sta il punto, perché, da un lato i Paesiavarinon vogliono che si tiri fuori nemmeno un centesimo in più, anzi, vogliono magari ridurre le cifre programmate per il fondo di rinascita, dall’altro, i Paesi sull’orlo di veri e propri colpi di Stato autoritari, come l’Ungheria e la Polonia (ma non solo), non vogliono alcunainterferenzanei loro affari interni, non vogliono, in altre parole, che l’Europa e le sue istituzioni pretendano da loro il rispetto dei principi democratici previsti nel trattato, e meno che mai vogliono che si faccia riferimento a sanzioni nei loro confronti, magari anche sul tipo di quelle, gravissime, di cui all’art. 7 del Trattato, la sospensione dal voto.
Non va nemmeno dimenticato, che il PE insiste anche, e con forza, sull’aumento delle fonti di finanziamento europeo conrisorse proprie’, che è un altro elemento significativo dieuropeizzazionedella politica economica europea.

L’Erasmus e cose del genere, sono solo il mezzo che il PE ha utilizzato per puntare i piedi di fronte al fatto che in Europa sempre maggiori sono le pressioni di alcuni Stati (ad esempio l’Olanda e la Danimarca, ma anche Polonia e Ungheria) perché l’UE volti decisamente sulla strada dellasempliceOrganizzazione internazionale senza o con minimi poteri obbligatori. La strada, per intenderci, che porterebbe alla fine del progetto europeo nato, con tante difficoltà e in momenti difficilissimi, subito dopo la guerra.

L’oggetto dello scontro, dunque, non sono quei quattro soldi, ma i principi. Esattamente ciò che, per incredibile che sia, ormai i governi degli Stati membri nemmeno più sanno cosa siano, pensate all’Italia con il suo governicchio di chiacchieroni inefficienti, pomposi e incompetenti.

Certo, se avessimo in questo Paese, dei politici degni di questo nome e, magari, capaci anche di pensare, non solo non si proporrebbe a Sassoli nemmeno per scherzo di lasciare il suo ruolo attuale (a quanto pare forte e duro, se quella dichiarazione non è aria fritta) per cercare di scalzare l’inetta Virginia Raggi dalla sua poltrona, come vorrebbero i commensali di quella signora con vista su Castel S. Angelo, il cui ‘cuoco filippino’ serve sformati di zucchine fuori stagione, pieni di caciocavalli podolici umiliati.

Resta il punto. Lo scontro potrebbe essere decisivo.
Direte, va bene che ci importa, per ora vogliamo i 209 miliardi. Eh no, non è così semplice. Se passa la linea del Consiglio Europeo, che ha letteralmente chiamato a rapporto Sassoli ‘ordinandogli’ di fare recedere il PE dalle sue posizioni, l’UE va verso la sua estinzione, e con essa quella idea (becera, lo ho scritto tante volte, ma oggi almeno utile) della solidarietà europea che ci permetterà ditendere la mano’ (letteralmente, è così, non state a sentire le vanaglorie del sedicente ‘premier’ e compagni) e sperare di salvarci dal trasferimento con armi e bagagli nel centro Africa, o giù di lì.
Ripeto ancora una volta a rischio di essere noioso: il piano di rinascita può essere la nostra salvezza, e addirittura l’occasione per riassumere quel ruolo che ci spetta in Europa, ma può essere anche il capolavoro della signora Merkel!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.