lunedì, Novembre 18

Europa: lavoro per i giovani cercasi disperatamente A colloquio con la vicepresidente del Comitato Economico e Sociale Europeo, Isabel Caño Aguilar sul lavoro dei giovani in Europa e il collegamento tra la società civile e le istituzioni europee

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BruxellesIsabel Caño Aguilar, attivista spagnola del sindacato dei lavoratori UGT (Unione Generale dei Lavoratori) e dal 1993 alla testa del ramo brussellese del sindacato come membro della segreteria confederale della UGT con l’incarico della politica internazionale, è stata eletta nei giorni scorsi alla vicepresidenza del Comitato Economico e Sociale Europeo incaricata della comunicazione, insieme alla bulgara Milena Angelova, designata vicepresidente del CESE per il settore degli imprenditori. Presidente del CESE è stato eletto nella stessa occasione l’italiano Luca Jahier.

Il prossimo 5 e 6 maggio un gruppo di 80 cittadini europei si riunirà al Cese a Bruxelles per elaborare un questionario che permetterà di effettuare piú ampie consultazioni con i cittadini ‘on line’.

A Isabel Caño Aguilar chiediamo come sia possibile rilanciare i valori europei in Italia, un Paese con una forte tradizione europeista, dopo le ultime elezioni che hanno visto trionfare gli euroscettici e allontanarsi i giovani specialmente nel suo ruolo di responsabile per la comunicazione.

 

Allora, Isabel, come comunicare l’Europa?

Non è solo un fenomeno che si vede in Italia ora. In Spagna sta accadendo la stessa cosa. Noi spagnoli non siamo stati tra i paesi fondatori, siamo arrivati dopo ma dobbiamo molto all’Europa. L’Europa aveva per i cittadini una forte carica verso la libertà, verso il futuro: ora anche sotto l’influenza della decisione britannica di uscire dall’Europa, un passo che mi pare inevitabile, ci sono molte tensioni e Brexit ha purtroppo dimostrato che per molti ora l’Europa non ha più il valore fondamentale che c’era stato al momento della sua creazione. Capisco che il momento economico e sociale è diverso rispetto all’inizio, quando c’era ancora il ricordo terribile di quello che era stata la seconda guerra mondiale, ma questo non fa breccia nei giovani che la guerra non l’hanno vissuta. Quando si parla di pace a questi giovani, nessuno capisce cosa significa, è qualcosa che dura da tanto tempo e che per loro è naturale, non può essere differente. Ma l’Europa per il momento non è capace di far capire a questi giovani qual è il suo valore aggiunto.  C’è poi da dire che da almeno una decina di anni sono state avallate politiche che hanno nociuto alla costruzione europea perché la gente ha pensato che l’Europa sia lì solo per creare delle regole che fanno male ai lavoratori e male ai cittadini e soprattutto ai giovani. In Spagna ad esempio, ma molti altri paesi fanno la stessa cosa, c’è un alto livello di astensione alle elezioni. Si possono fare tutti gli sforzi per andare verso una democrazia partecipativa ma per il momento ad esempio in Spagna il sistema si basa sui risultati delle elezioni. E a questo punto i giovani e la gente in generale non capiscono cosa si faccia a Bruxelles, non capiscono in che modo questa costruzione europea, questa “Bruxelles” come viene chiamata generalmente la politica europea, possa aiutare a creare un vero modello sociale di integrazione, di sviluppo. Io parlo con i miei colleghi, con la gente che è nel mondo del lavoro e con i sindacati e tutti mi chiedono: cosa si dice a Bruxelles, cosa si fa a Bruxelles? E allora forse devo ammettere che si dicono cose che poi non si fanno o si fanno cose di cui non si è parlato in precedenza. Purtroppo la politica di austerità ha molto segnato la vita e i salari degli europei e anche il loro sistema di vita e i loro diritti. Ad esempio sui salari, si continua a vederli calare e non si può continuare a dire che l’Europa migliora a livello macroeconomico ma poi si spiega che i salari non si possono aumentare. Non si può dire che l’Europa si preoccupa della protezione sociale dei cittadini e di avere scuole meglio attrezzate e poi bloccare ogni tentativo di aumento delle retribuzioni. Questo punto è molto importante per la vita degli europei e per il futuro dell’Europa.

Il problema è che ora si parla di salari ma per molti ci sono difficoltà ad avere un lavoro, sono soprattutto i giovani che cercano un lavoro. Tanti giovani arrivano a Bruxelles convinti di poter trovare qui il lavoro che non hanno trovato al loro Paese ma non è così.  Per il lavoro dei giovani che cosa si può proporre? O per chi il lavoro non ce l’ha? C’è una possibilità di essere più concreti?

In effetti la il lavoro dei giovani è uno dei grandi problemi, il grande problema. Quando lei dice: Voi difendete i giovani che hanno un lavoro, penso che tutto sia collegato. Non si può parlare di lavoro per i giovani se non si parla di qualità del lavoro. Certamente i giovani vogliono un lavoro, un lavoro a qualunque prezzo, e allora bisogna avere dei progetti, delle idee, dei finanziamenti per aiutarli e anche delle misure obbligatorie ma bisogna anche parlare della qualità del lavoro. Io vedo molti giovani che vanno in giro in bicicletta a portare pietanze cucinate altrove e anche quello è un lavoro ma non è un gran lavoro e non è l’idea che ho in testa per i giovani. Penso che si debba fare una riflessione nel campo della qualità del lavoro, che significa un salario decente, delle condizioni di lavoro decenti, una mobilità giusta. Ci sono tanti giovani europei che vanno in giro alla ricerca di un lavoro, vanno in Germania dove richiedono ingegneri e allora imparano il tedesco e riescono a trovare un lavoro decente. Questa è forse una mobilità giusta. Quando i giovani spagnoli, i giovani greci e quelli italiani sono ben formati, parlano le lingue e hanno degli studi universitari ma hanno un lavoro che non corrisponde al loro livello di formazione, questo non è giusto. C’è una iniziativa europea in cui si insiste sulla formazione per i giovani per dar loro le competenze richieste per avere un lavoro adatto alle loro capacità.

Ma anche i giovani con una formazione trovano difficile trovare un lavoro adatto alle loro qualifiche. Perché non creare un centro europeo in cui si possano mettere insieme tutte le offerte di lavoro in diversi settori, non soltanto un sito web come ora, ma creare proprio un qualcosa di simile a un ufficio di collocamento europeo, uno sportello unico? Potrebbe essere un’idea o un tipo di formazione che possa dare la possibilità ai giovani di trovare un settore dove il lavoro c’è e non ricadere sempre nei profili della comunicazione e marketing, ma dar loro la possibilità di inserirsi in qualche nuovo profilo?

Ho avuto una discussione la settimana scorsa con alcuni colleghi e si parlava ad esempio del problema che la capacità dei governi di far fronte alla globalizzazione non pare adeguata ai tempi. C’è ad esempio a Malaga una specializzazione in Studi del Mediterraneo con specialisti nel mondo euromediterraneo. Allo stesso tempo in Spagna era stata creata una Caixa Arabe, con una struttura per le relazioni con i paesi del Mediterraneo. Ma questa struttura è ora quasi chiusa. Allora da una parte si formano dei pionieri che possano capire gli eventi da un punto di vista politico o strategico o economico e i rapporti sociali ed economici tra il nord e il sud del Mediterraneo nel campo dell’energia, del lavoro ecc. ma allo stesso tempo si chiudono le strutture addette a svolgere questo lavoro. L’hanno chiusa per motivi di bilancio. Allora mi chiedo perché avere strutture che producono professori e specialisti in un settore e allo stesso tempo si riduce il bilancio per l’insegnamento pubblico. Allora quando si parla del futuro del lavoro bisogna crearlo questo lavoro e allo stesso tempo investire perché questi posti di lavoro esistano, non si può dire che c’è bisogno di lavoro e poi allo stesso tempo tutto quello che crea lavoro viene abolito. Lo stesso succede nel campo dei professionisti della sanità.  Si va negli ospedali europei e lì i medici sono sotto una pressione estrema, aumentano i malati e diminuiscono i posti letto, meno spazi meno personale e qui ci sarebbe il lavoro, qui ci potrebbe essere il lavoro per i giovani. Allora qui siamo di fronte a un problema di volontà politica, di investimenti spetta alla Commissione europea e ai poteri pubblici europei attivarsi perché le cose possano funzionare meglio. L’ufficio di collocamento europeo di cui lei parla non puó essere una struttura inutile, bisogna fare in modo che possa funzionare. Se serve solo ad aggiungere su una pagina web delle liste di offerte di lavoro, non serve a niente.

Allora cosa si potrebbe fare?

Io penso che non si possano dissociare le due cose. Certo che bisogna avere un occhio di riguardo per i giovani e i giovani devono poter avere la capacità e il diritto di lavorare ma è un problema del mercato del lavoro in generale. Non è che ci siano solo i giovani, questo è un problema che va al di là delle fasce di età. Perché i giovani non lavorano? Perché non si creano nuovi posti di lavoro. E quelli che lavorano hanno dei contratti spesso precari o si spingono i giovani a creare una loro impresa, noi ti diamo un pò di soldi per questo.  Questo va bene ma non si può applicare a tutti, non ci sono sempre storie di successo. In questo modo si individualizza la questione del lavoro. Si dice ai giovani: tu puoi essere indipendente, diventare l’imprenditore di te stesso ma poi la società non riesce a creare un lavoro per tutti i giovani. E questo è il problema. Si arriva a delle relazioni nel mondo del lavoro che sono meno forti perché sono trattate a livello individuale. E la questione della qualità del lavoro è anche legata a questo. Poi ci sono delle questioni un pò più globali che non riguardano solo l’Europa: la globalizzazione, la digitalizzazione, i settori tradizionali che cominciano a essere meno produttivi perché evidentemente si chiudono le miniere di carbone, e ne parlo perché  questo è successo nel mio paese, la Spagna e anche in Polonia e queste chiusure non incidono solo sull’occupazione diretta ma su tutti i lavori legati a questa attività e allora ne soffre tutta la ricchezza della zona e della regione, i negozi, i trasporti, le scuole.

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