lunedì, Settembre 23

Europa federale: per DiEM25 si può (e si deve) sognare Per Lorenzo Marsili "abbiamo bisogno di un Europa federale, e non di quella tecnocratica ed intergovernativa"

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Tra i commenti salienti dell’ultimo week end, dove la cronaca politica è stata quasi monopolizzata dal referendum per l’autonomia in Veneto e Lombardia, quello del mai banale Massimo Cacciari critica le consultazioni del nord Italia guardando oltre ai confini nazionali. Per il filosofo ed ex sindaco di Venezia “il futuro sarà dominato dagli imperi, che stanno organizzando la globalizzazione. Staterelli e micro-regioni chiuse saranno fatti fuori, schiacciati nella morsa di nazionalismi e i secessionismi“. Secondo Cacciari quindi “solo un patto politico reale per costruire gli Stati uniti d’Europa, fondati su Stati federali, può evitare che il cuore dell’Occidente si fermi, ma temo che oggi non ci siano le condizioni“.

Tra coloro che condividono l’ultima osservazione di Cacciari, ma di certo non la chiusura pessimista, c’è Lorenzo Marsili, giornalista, attivista politico e tra i membri del Collettivo di Coordinamento del Movimento per la democrazia in Europa 2025 (DiEM25), che tra i suoi co-fondatori più noti annovera Yanis Varoufakis.
Se Cacciari pone l’accento sul modello “Stati Uniti d’Europa” in virtù di un ragionamento che guarda soprattutto ai rapporti con le potenze esterne, per il movimento politico paneuropeo, definitosi l’unico a proporre l’idea di un partito transnazionale come uno dei propri strumenti per democratizzare l’Europa, la questione federale assume importanza cruciale prima di tutto in una prospettiva interna.
Lo slogan di DiEM25 dice: “l’UE sarà democratizzata, oppure si disintegrerà“. Un Unione che quindi deve guardarsi dentro rivedendo la propria struttura e le dinamiche più intime, lasciandosi alle spalle un modello che, tra interessi particolari ed occasioni mancate, sta portando verso l’oblio il sogno europeo.

Lorenzo Marsili ci spiega perchè, e come, l’Unione deve cambiare (non solo in senso federale), con la prima importante scadenza che si avvicina, le elezioni europee del 2019.

Più volte Yanis Varoufakis si è dichiarato favorevole ad un Europa federale, ma ha anche precisato che molto dipende dalle modalità con cui ci si vuole arrivare.

Sono esattamente dieci anni, da quando studiando a Londra ho fondato la ONG internazionale European Alternatives, che attraverso il continente in lungo e in largo per incontrare e collegare a livello europeo movimenti, cittadini, società civile.
Posso dire che esiste una straordinaria vitalità nell’Europa “reale”, una vitalità non rappresentata nella stanca, vecchia politica nazionale. Ed esiste una forte consapevolezza della necessità di un’Europa spudoratamente politica e radicalmente democratica; un’Europa in grado di restituirci il controllo su alcune delle grandi sfide del futuro, dalla trasformazione ecologica alle migrazioni.
Ma questa domanda va di pari passo con un grande scetticismo: il timore che ‘più Europa’ significhi null’altro che maggiore esproprio democratico, regole economiche sempre più asfissianti e sempre più scollegate dalla volontà popolare. E’ un timore fondato, basti pensare ai piani di Schauble per mettere il controllo i bilanci in mano al Meccanismo di Stabilità Europeo, mandando definitivamente in cantina qualunque parvenza democratica!

E quindi si, abbiamo bisogno di un’Europa federale. E no, non abbiamo bisogno dell’Europa tecnocratica, inter-governativa che le classi dirigenti di molti Paesi vorrebbero imporre. C’è una battaglia politica in atto sul futuro dell’Europa. Che significa sul nostro futuro. E noi vogliamo e dobbiamo essere pienamente in campo per vincere questa battaglia.

Che priorità occupa nella vostra agenda la trasformazione dell’UE in una federazione?

Fondante. DiEM25 sta per Democracy in Europe Movement, quindi la democratizzazione di questa Europa è senz’altro uno dei nostri obiettivi chiave.

Quali sono le modalità più adatte con cui si può arrivare a riforme strutturali di questa portata?

L’Europa ha bisogno di una grande rivoluzione politica di scala continentale. Abbiamo bisogno di qualcosa di simile a quanto accaduto negli Stati Uniti con il movimento di Bernie Sanders. Un processo di riscatto continentale che sia in grado di cambiare le priorità dell’agenda politica e il senso comune.
E, soprattutto, che sia capace di mobilitare centinaia di migliaia di persone in tutto il continente. Noi pensiamo che sia possibile. E pensiamo che le elezioni europee del 2019 possano rappresentare il giusto momento per fare emergere quell’Europa disobbediente e costruttiva.
Quella vitalità nascosta dell’Europa, che è così bella da fare innamorare.

Quali sarebbero i vantaggi di un Europa di stampo federale? C’è un modello a cui crede bisogna riferirsi (quello americano per fare l’esempio più ovvio) per la costruzione di una “federazione europea”?

No. Siamo in terra incognita e non si tratta di copiare il modello americano o di replicare, a scala europea, il modello dello stato nazionale.

Dopo aver aperto il vaso di pandora del nazionalismo, dopo aver imposto imperialismo e globalizzazione, l’Europa ha oggi il compito di traghettare il mondo verso un nuovo modello politico, che superi la crisi parallela dello stato nazionale e della globalizzazione. E questo significa innovare, tornare a trovare nella politica uno spazio di sperimentazione e avanguardia.

Perché oggi l’Europa è la metafora del mondo che verrà.

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